L’agroalimentare italiano negli Stati Uniti si presenta al Fancy Food Show di New York, in chiusura oggi, martedì 30 giugno 2026, con circa 300 espositori e il primato per presenza nazionale, mentre le imprese cercano di difendere le quote di export in un mercato frenato da dazi, cambio euro-dollaro e consumi più deboli.
Agroalimentare italiano negli Usa, il peso dell’incertezza sui contratti
Tra i corridoi del Javits Center di New York, dove da domenica si tiene il Fancy Food Show, il clima è quello di una fiera ancora affollata, ma più prudente rispetto agli anni scorsi. L’Italia resta il Paese più rappresentato, sia per numero di aziende sia per superficie espositiva, eppure molti operatori descrivono trattative più corte, ordini più piccoli, decisioni rimandate.
Il dato che pesa è quello dell’export agroalimentare italiano negli Usa: dopo il -4,5% del 2025, a quota 7,5 miliardi di euro, nei primi quattro mesi del 2026 si registra un nuovo calo, pari al 12,8%. Non è un arretramento uniforme, spiegano gli addetti ai lavori. Alcuni comparti tengono, altri soffrono di più. Il vino, in particolare, appare esposto alla combinazione tra dazi, effetto cambio e calo della fiducia dei consumatori americani.
“Una volta si veniva qui e si siglavano accordi per tutto l’anno”, ha raccontato Gianni Maoddi, presidente del Consorzio Pecorino Romano, fermandosi davanti allo stand italiano. “Se in passato si contrattavano 15 o 20 container, ora ci si accorda sulle singole spedizioni. Le regole continuano a cambiare”. Una frase detta senza allarmismi, ma con il tono di chi conosce bene il mercato. E sa che aspettare, a volte, costa.
Zoppas: promozione decisiva in una fase di alta volatilità
A leggere i numeri senza contesto, il rischio è di perdere il senso della fase. Lo ha spiegato Matteo Zoppas, presidente di Ice Italian Trade Agency, commentando l’andamento del made in Italy alimentare negli Stati Uniti: “In questo momento bisogna avere il coraggio di non giudicare i numeri in modo asettico e inserirli nel contesto di quello che sta succedendo”.
Secondo Zoppas, l’arrivo dei dazi ha agito “come un sasso gettato in uno stagno”, rompendo la linearità a cui imprese e distributori erano abituati. “Stiamo affrontando una volatilità molto importante”, ha aggiunto, ricordando però che il quadro generale del made in Italy negli Usa resta diverso: l’export complessivo italiano, nei primi mesi dell’anno, cresce a doppia cifra, mentre l’agroalimentare italiano nel mondo ha chiuso il 2025 con un +5% nonostante le tensioni internazionali.
La frenata americana, dunque, non viene letta come un segnale definitivo. Pesano anche fattori tecnici, ha spiegato il presidente di Ice: l’aggiornamento dei listini a inizio anno, le scorte accumulate nel 2025 quando i dazi erano stati annunciati, la prudenza dei buyer. “Per capire la reale dinamica bisognerà aspettare ancora qualche mese”, ha detto Zoppas. Poi il punto politico-commerciale: “Proprio ora vanno rafforzate la promozione e l’azione di sostegno. Una volta perso terreno è molto faticoso riconquistarlo”. Molte aziende, ha ammesso, stanno già sacrificando margini pur di restare sugli scaffali.
Pecorino Romano e Parmigiano Reggiano tra cali e piani di crescita
Il caso del Pecorino Romano racconta bene la fase. Il consorzio esporta negli Stati Uniti circa il 40% della produzione e, per mesi, è stato indicato tra i prodotti più esposti alle nuove barriere commerciali. “Invece il 2025 ha chiuso con un piccolo rialzo”, ha spiegato Maoddi. Il 2026, però, è partito in modo diverso: “Siamo a circa -20%”. Non una ritirata, precisa, ma una navigazione a vista.
Il mese di luglio, nelle conversazioni tra importatori e produttori, torna spesso. Si attendono indicazioni più chiare sulle regole commerciali, sui costi effettivi e sulle eventuali ricadute nei listini. Nel frattempo, si lavora spedizione per spedizione. Meno programmazione annuale, più aggiustamenti. Anche questo, per le imprese, significa costi.
Una traiettoria meno lineare arriva dal Parmigiano Reggiano. Nicola Bertinelli, presidente del Consorzio, ha spiegato che dopo il segno positivo del 2025, a gennaio e marzo l’export verso gli Usa ha segnato un -16%. A fine maggio, però, il bilancio complessivo risultava in crescita del 2,5%. “Dobbiamo guardare più lontano”, ha detto Bertinelli. Per il Parmigiano Reggiano, gli Stati Uniti rappresentano “il grande mercato del futuro”: oggi assorbono il 10% della produzione e il 22% dell’export, ma l’obiettivo dichiarato è raddoppiare la quota in otto anni.
Il nodo dei consumi americani e la difesa delle quote di mercato
La questione non riguarda solo i dazi Usa. A pesare sulle vendite dell’agroalimentare italiano c’è anche un consumatore americano più cauto, colpito dall’aumento dei prezzi e da una fiducia rimasta bassa negli ultimi mesi. Il cambio euro-dollaro, poi, rende più complesso assorbire gli aumenti senza trasferirli del tutto al dettaglio. Qui si apre la partita dei margini.
Per molte imprese italiane, soprattutto quelle medio-piccole, gli Stati Uniti restano un mercato troppo importante per arretrare. Non si tratta soltanto di fatturato, ma di presenza nei canali della grande distribuzione, nei negozi gourmet, nella ristorazione. Uscire da uno scaffale, ha confidato un operatore, “è facile; tornarci è un’altra cosa”.
Al Fancy Food di New York, quindi, l’ottimismo non scompare, ma cambia forma. Meno annunci, più prudenza. Meno contratti lunghi, più negoziazioni ravvicinate. L’Italia continua a presentarsi con la forza dei suoi marchi, dei consorzi e delle denominazioni, ma la fase chiede resistenza commerciale e investimenti mirati. La promozione, in questo scenario, non è un accessorio: diventa lo strumento per non perdere terreno proprio mentre il mercato americano, tra attesa e volatilità, decide dove andrà nei prossimi mesi.












