Migranti, Dublino e il braccio di ferro tra Italia e Germania: lo scontro Meloni-Merz che agita l’Europa
Agosto 2026, e il dossier migranti torna a dividere i governi europei con una forza che non si vedeva da mesi. Al centro di un acceso confronto diplomatico ci sono i cosiddetti “dublini” — i richiedenti asilo entrati nell’Unione Europea attraverso Italia o Grecia — e la questione di chi debba farsi carico della loro gestione. Il tema dei migranti dublini tra Italia e Germania è tornato prepotentemente all’ordine del giorno dopo che Berlino ha chiesto a Roma di riprendere i trasferimenti previsti dal nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, entrato in vigore nel giugno 2026. La risposta del Viminale è stata netta: non c’è alcuna base per i ritorni, citando un accordo raggiunto a dicembre 2025. Un braccio di ferro che ha tutte le caratteristiche di un caso diplomatico destinato a durare.
Cosa sono i “dublini” e perché sono al centro del contenzioso
Per capire la portata dello scontro, è necessario fare un passo indietro e chiarire il quadro normativo. Il Regolamento di Dublino stabilisce che il primo Stato membro in cui un richiedente asilo entra nell’Unione Europea è responsabile dell’esame della sua domanda. Questo principio, pensato per evitare il cosiddetto “asylum shopping” — ovvero la presentazione di domande multiple in più paesi — ha da sempre penalizzato i paesi di primo ingresso come Italia, Grecia, Spagna e Malta, che si trovano geograficamente esposti alle rotte migratorie dal Mediterraneo e dall’Africa subsahariana.
Il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, entrato formalmente in vigore a giugno 2026, ha ridefinito alcune delle regole del gioco, introducendo meccanismi di solidarietà obbligatoria tra gli Stati membri e nuove procedure di frontiera. Ma ha anche riaffermato, in linea di principio, che le regole di Dublino continuano ad applicarsi: chi è arrivato per la prima volta in Italia o in Grecia può essere trasferito di ritorno in questi paesi da altri Stati membri che lo hanno accolto nel frattempo.
È esattamente questo il punto che la Germania intende far valere. Il governo di Friedrich Merz ha dichiarato di voler iniziare i trasferimenti verso Italia e Grecia dei migranti che hanno fatto il loro primo ingresso nell’UE attraverso questi paesi. Un portavoce del Ministero dell’Interno tedesco ha precisato che accordi conclusi nel 2025 stabilivano che le regole di Dublino sarebbero state riapplicate a partire dall’entrata in vigore del sistema comune europeo di asilo, avvenuta appunto a giugno 2026.
La posizione della Germania: Merz e la linea dura
Friedrich Merz ha costruito una parte significativa della sua agenda politica sulla promessa di una gestione più rigorosa dell’immigrazione. La Germania, che negli anni precedenti ha accolto un numero elevato di richiedenti asilo rispetto ad altri paesi europei, è oggi governata da una coalizione che ha fatto della riduzione dei flussi e del rafforzamento dei controlli alle frontiere uno dei propri cavalli di battaglia.
In questo contesto, la richiesta di riprendere i trasferimenti verso Italia e Grecia si inserisce in una strategia più ampia di “esternalizzazione” della pressione migratoria verso i paesi di primo ingresso. Non si tratta di una posizione isolata: la crisi migratoria a Ceuta, al confine tra Spagna e Marocco, ha riacceso il dibattito europeo sulla gestione delle frontiere esterne e ha fornito a Berlino un ulteriore argomento per spingere sull’acceleratore delle politiche di rimpatrio e trasferimento.
La Germania non è l’unico paese a muoversi in questa direzione. Diversi Stati del nord e del centro Europa guardano con crescente preoccupazione all’aumento delle domande di asilo e cercano nell’applicazione rigorosa del Regolamento di Dublino uno strumento per alleggerire la pressione sui propri sistemi di accoglienza. Tuttavia, è Berlino a essere in questo momento il principale interlocutore — e antagonista — di Roma sul tema.
La risposta italiana: l’accordo di dicembre e il meccanismo di solidarietà
Il governo italiano, attraverso il Ministero dell’Interno, ha risposto con fermezza alle richieste tedesche. Il Viminale ha fatto riferimento a un accordo del dicembre 2025 tra Germania, Italia e Grecia che avrebbe definito nuove regole sui ritorni dei migranti, sostenendo che tale intesa risolverebbe il contenzioso in essere. Roma ha inoltre precisato di non essere disposta ad accettare i trasferimenti finché il meccanismo europeo di solidarietà non funzionerà in modo effettivo.
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Questa posizione riflette una critica strutturale che l’Italia porta avanti da anni nei confronti dell’architettura europea sull’asilo: il principio di Dublino scarica il peso sui paesi di frontiera senza che ci sia un corrispondente impegno solidale da parte degli altri Stati membri. Il nuovo Patto europeo ha introdotto meccanismi di solidarietà, ma Roma evidentemente non li considera ancora sufficientemente operativi da giustificare la ripresa dei trasferimenti.
Il punto è politicamente delicato. Se da un lato Giorgia Meloni ha sempre tenuto una linea dura sull’immigrazione irregolare — e ha fatto dell’accordo con i paesi di origine e transito dei migranti uno dei pilastri della propria politica estera — dall’altro non può accettare che l’Italia torni a essere il “campo profughi d’Europa”, per usare un’espressione che ha circolato nel dibattito politico italiano degli ultimi anni. Accettare i trasferimenti tedeschi senza contropartite concrete significherebbe esattamente questo.
L’accusa italiana: Berlino finanzia le Ong?
A complicare ulteriormente il quadro, l’Italia ha accusato la Germania di finanziare organizzazioni non governative coinvolte nei trasferimenti di migranti. Si tratta di un’accusa che, se confermata, aggiungerebbe una dimensione particolarmente spinosa al contenzioso bilaterale: Roma starebbe dicendo, in sostanza, che Berlino parla di rigore sulle regole europee ma poi alimenta, attraverso finanziamenti alle Ong, flussi che aggravano la pressione sulle frontiere italiane.
È importante sottolineare che i dettagli specifici di questi presunti finanziamenti non sono stati resi pubblici con sufficiente chiarezza da consentire una valutazione circostanziata. Ciò che è certo è che l’accusa è stata formulata e che ha contribuito a inasprire il tono dello scontro diplomatico. Nel linguaggio della politica europea, questo tipo di affermazione ha un peso simbolico notevole: trasforma un disaccordo tecnico-giuridico sull’applicazione del Regolamento di Dublino in un conflitto politico più profondo, che tocca la fiducia reciproca tra i due governi.
Il contesto europeo: dalla Ceuta alla riforma del Patto
Lo scontro tra Roma e Berlino non avviene nel vuoto. La crisi migratoria a Ceuta — la città spagnola enclave nel territorio marocchino — ha riaperto in tutta Europa il dibattito sulla gestione delle frontiere esterne dell’Unione. Le immagini di migliaia di persone che tentano di attraversare il confine tra Marocco e Spagna hanno avuto un impatto mediatico e politico significativo, spingendo diversi governi europei a irrigidire le proprie posizioni.
La Germania ha utilizzato questo contesto per giustificare la propria svolta verso politiche di respingimento più aggressive. Ma la crisi di Ceuta riguarda la Spagna, non l’Italia: il fatto che Berlino abbia scelto questo momento per riaprire il dossier dei “dublini” con Roma suggerisce che la questione migratoria sia diventata, in tutta Europa, un terreno di scontro politico permanente, indipendentemente dalla specificità geografica dei singoli episodi.

Il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, entrato in vigore a giugno 2026, avrebbe dovuto rappresentare un punto di equilibrio tra le esigenze dei paesi di frontiera e quelle degli Stati del nord Europa. Nella pratica, la sua applicazione sta già generando tensioni. Il meccanismo di solidarietà, che dovrebbe consentire una distribuzione più equa dei richiedenti asilo tra i paesi membri, non sembra funzionare in modo abbastanza fluido da soddisfare nessuno: né i paesi di primo ingresso, che si sentono ancora sopraffatti, né i paesi di destinazione, che vogliono ridurre gli arrivi secondari.
Cosa succede ora: scenari possibili
Il braccio di ferro tra Meloni e Merz è destinato a protrarsi almeno fino a quando non si chiarirà, in sede europea o bilaterale, l’interpretazione autentica dell’accordo del dicembre 2025 e dei meccanismi previsti dal nuovo Patto. Ci sono almeno tre scenari possibili.
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- Negoziato bilaterale: Italia e Germania trovano un’intesa che definisce con precisione chi deve essere trasferito e in quali condizioni, probabilmente legando i trasferimenti all’effettivo funzionamento del meccanismo di solidarietà europeo.
- Escalation diplomatica: Lo scontro si inasprisce, con possibili ricorsi alle istituzioni europee — Commissione o Corte di giustizia dell’UE — per chiarire l’interpretazione delle norme applicabili.
- Stallo prolungato: I due governi rimangono sulle proprie posizioni senza che vengano effettuati trasferimenti significativi, in attesa che il quadro politico europeo evolva — magari dopo le prossime scadenze elettorali nei rispettivi paesi.
Nessuno di questi scenari è privo di costi politici. Per Merz, non riuscire a dare seguito alle promesse di rigore migratorio potrebbe indebolire la sua posizione interna. Per Meloni, accettare i trasferimenti senza garanzie concrete equivarrebbe a una sconfitta simbolica su uno dei temi identitari del suo governo.
Il nodo strutturale: Dublino funziona davvero?
Al di là delle polemiche contingenti, lo scontro tra Italia e Germania sui migranti dublini mette in luce una contraddizione strutturale che il sistema europeo non ha ancora risolto. Il Regolamento di Dublino è stato concepito in un’epoca in cui i flussi migratori verso l’Europa erano quantitativamente diversi e geograficamente più prevedibili. Oggi, con rotte che cambiano rapidamente e crisi umanitarie che si moltiplicano in Africa e Medio Oriente, il principio del “paese di primo ingresso” mostra tutti i suoi limiti.
Come ha analizzato in più occasioni Il Sole 24 Ore, la questione non è solo tecnica ma profondamente politica: finché non esiste un sistema europeo di asilo genuinamente comune, con responsabilità condivise e risorse adeguate, ogni tentativo di applicare le regole di Dublino in modo rigido produrrà inevitabilmente tensioni tra i paesi membri.
Il caso dei migranti dublini tra Italia e Germania è, in questo senso, un caso di scuola. Non è la prima volta che Roma e Berlino si scontrano su questo tema, e probabilmente non sarà l’ultima. Ma l’intensità dello scontro attuale, con accuse reciproche che vanno ben oltre il piano tecnico-giuridico, segnala che la pazienza politica si sta esaurendo su entrambi i fronti. L’Europa ha uno strumento nuovo — il Patto su migrazione e asilo — ma non ha ancora trovato il modo di farlo funzionare in modo da soddisfare tutti i suoi membri. E finché questa quadratura del cerchio resterà irrisolta, episodi come quello tra Meloni e Merz continueranno a riproporsi, con frequenza e intensità crescenti.
FAQ: le domande più frequenti sul caso migranti Italia-Germania
Cosa sono i “dublini” di cui si parla?
Sono i richiedenti asilo che hanno fatto il loro primo ingresso nell’Unione Europea attraverso un paese di frontiera come Italia o Grecia. In base al Regolamento di Dublino, questi paesi sono responsabili dell’esame delle loro domande e, in linea di principio, possono riceverli di ritorno da altri Stati membri dove si sono spostati successivamente.
Quando è entrato in vigore il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo?
Il sistema comune europeo di asilo previsto dal nuovo Patto è entrato in vigore nel giugno 2026.
Cosa prevede l’accordo del dicembre 2025?
Un accordo tra Germania, Italia e Grecia è stato raggiunto nel dicembre 2025 per definire nuove regole sui ritorni dei migranti. I dettagli specifici dei termini di tale accordo non sono stati resi pubblici con sufficiente chiarezza dalle fonti disponibili.
Perché l’Italia rifiuta i trasferimenti?
Roma sostiene che l’accordo del dicembre 2025 risolva il contenzioso e che non accetterà i ritorni finché il meccanismo europeo di solidarietà non sarà pienamente operativo.
La vicenda è ancora in pieno svolgimento. Nelle prossime settimane, le posizioni di Roma e Berlino si chiariranno ulteriormente — e con esse, forse, anche il futuro immediato del sistema europeo di gestione dell’asilo. Un sistema che, tra le promesse del nuovo Patto e le tensioni bilaterali, cerca ancora il suo equilibrio.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.





