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Laura Morante a 70 anni: il retroscena su Berlusconi, il no a Pasolini e la libertà ritrovata

Laura Morante a 70 anni: il retroscena su Berlusconi, il no a Pasolini e la libertà ritrovata
Laura Morante a 70 anni: il retroscena su Berlusconi, il no a Pasolini e la libertà ritrovata
Immagine generata con AI

Laura Morante a 70 anni: un’intervista senza filtri su cinema, vita e libertà

Compiere settant’anni nel mondo dello spettacolo italiano è un evento che raramente passa inosservato, ma nel caso di Laura Morante assume una dimensione particolare. L’attrice ha rilasciato una laura morante intervista a La Repubblica in occasione del suo settantesimo compleanno nell’agosto 2026, e il risultato è un ritratto di rara franchezza: aneddoti su Silvio Berlusconi filtrati attraverso lo sguardo della madre, il racconto di un rifiuto a Pier Paolo Pasolini, riflessioni sul mestiere dell’attrice e sulla libertà che si conquista con il tempo. Non è il tipo di conversazione che si dimentica in fretta, e non è il tipo di donna che sceglie il silenzio per comodità.

Nipote di Elsa Morante — una delle voci più potenti della letteratura italiana del Novecento — Laura porta nel sangue una certa relazione viscerale con la parola e con la verità. Crescere all’ombra di un’eredità intellettuale così ingombrante avrebbe potuto schiacciare chiunque; lei ne ha fatto invece una bussola, un modo di stare nel mondo dello spettacolo senza mai smettere di interrogarlo. A settant’anni, con una carriera che attraversa decenni di cinema italiano e internazionale, il bilancio che offre è quello di una donna che ha scelto, sbagliato, corretto la rotta — e che di tutto questo non si pente.

Il peso di un cognome, la forza di un’identità

Essere la nipote di Elsa Morante non è un dettaglio biografico accessorio: è una condizione che ha plasmato il modo in cui Laura Morante guarda il mondo e lo racconta. Elsa Morante è l’autrice di capolavori come La storia e Menzogna e sortilegio, romanzi che hanno ridefinito i confini della narrativa italiana del dopoguerra. Crescere in una famiglia in cui la letteratura era aria respirata quotidianamente significa sviluppare presto un’allergia alla superficialità, un’insofferenza per il compromesso culturale, una predisposizione a prendere posizione anche quando sarebbe più comodo tacere.

Questa eredità si riflette nel modo in cui l’attrice ha costruito la sua carriera: non inseguendo il personaggio più popolare o il copione più commerciale, ma cercando ruoli che avessero qualcosa da dire. È una postura intellettuale che ha un costo — in termini di opportunità rifiutate, di rapporti non sempre facili con un sistema produttivo che premia la duttilità sopra tutto — ma che ha anche garantito a Morante una coerenza rara nel panorama dello spettacolo italiano.

Berlusconi, la madre e uno sguardo che vale più di mille parole

Uno degli episodi più evocativi emersi nell’intervista a La Repubblica riguarda la madre di Laura Morante e la sua reazione nel vedere Silvio Berlusconi in televisione. L’aneddoto, per come viene raccontato, non è una presa di posizione politica esplicita: è qualcosa di più sottile e più potente. È la descrizione di un’emozione familiare, di uno sguardo materno che conteneva un giudizio intero — uno di quei momenti in cui la politica smette di essere astrazione e diventa qualcosa di fisico, di viscerale, che attraversa le generazioni.

Raccontare questo episodio in un’intervista pubblica, a settant’anni, è già di per sé un atto di posizionamento. Morante non nasconde le proprie radici culturali e familiari, non si rifugia nell’ambiguità diplomatica che tanti artisti preferiscono quando si tratta di figure politiche controverse. La madre che guardava il Cavaliere con uno sguardo preciso — qualunque fosse quell’espressione, la figlia se la ricorda e la condivide — è un dettaglio che dice molto su come Laura Morante intende il proprio ruolo pubblico: non come megafono di partito, ma come voce di un’esperienza autentica.

Berlusconi è stato per decenni una presenza ingombrante nella cultura italiana, non solo nella politica: ha ridefinito il rapporto tra televisione e potere, tra intrattenimento e consenso. Per chi, come Morante, ha vissuto il cinema e il teatro come spazi di resistenza culturale, quella figura ha inevitabilmente rappresentato qualcosa di più di un semplice avversario politico. Ha incarnato un modello di paese, un’idea di cultura e di spettacolo contro cui era necessario — o almeno possibile — prendere le distanze.

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Il no a Pasolini: quando rifiutare è anche una scelta d’autore

Tra i temi affrontati nell’intervista, quello del rifiuto di una collaborazione con Pier Paolo Pasolini è probabilmente il più sorprendente per chi conosce la statura del regista e poeta friulano. Pasolini è stato uno dei massimi intellettuali italiani del Novecento: cineasta, poeta, romanziere, saggista, voce scomoda e profetica di un’Italia che stava cambiando troppo in fretta e troppo male. Lavorare con lui avrebbe significato entrare in contatto con una delle intelligenze più feconde e tormentate del secolo scorso.

Eppure Laura Morante ha detto no. I dettagli precisi di quel rifiuto — le motivazioni esatte, le circostanze, il progetto specifico — non sono stati resi pubblici in modo esaustivo, e sarebbe scorretto riempire quel silenzio con speculazioni. Quello che conta, e che emerge dal modo in cui l’attrice ne parla, è che anche quella scelta appartiene a una logica di coerenza. Rifiutare non è sempre paura o incapacità: a volte è la forma più autentica di rispetto per se stessi e per il proprio percorso.

Pasolini era anche un regista che chiedeva molto ai propri attori e alle proprie attrici — non solo tecnicamente, ma esistenzialmente. Il suo cinema era un cinema di corpi, di presenze fisiche e simboliche, di esposizione totale. Scegliere di non entrare in quella orbita è una decisione che si può leggere in molti modi, e probabilmente va letta in tutti quanti: come prudenza, come istinto di autoconservazione, come diversa concezione del proprio ruolo artistico. Morante non si scusa di quella scelta, né la celebra: la racconta, e questo è già tutto.

Quasi Grazia e il fascino delle donne che hanno cambiato la storia

Nel panorama dei lavori più recenti di Laura Morante, spicca la partecipazione al film Quasi Grazia, dedicato alla figura di Grazia Deledda, scrittrice sarda premio Nobel per la letteratura. Nel film, Morante interpreta Deledda nel momento in cui riceve il massimo riconoscimento letterario mondiale: un’immagine potente, quella di una donna del Sud che conquista Stoccolma con la forza delle sue storie, delle sue radici, della sua capacità di trasformare un’isola in un universo narrativo.

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La scelta di questo ruolo non sembra casuale. C’è una continuità tra la nipote di Elsa Morante e l’attrice che dà volto a Grazia Deledda: entrambe le storie parlano di donne che hanno navigato in acque dominate dagli uomini, che hanno dovuto guadagnarsi ogni centimetro di spazio culturale, che non hanno rinunciato alla propria voce anche quando sarebbe stato più semplice ammutolirsi. Interpretare Deledda nel momento del Nobel è interpretare il trionfo di una resistenza lunga una vita.

Deledda è una figura ancora troppo poco conosciuta al di fuori della Sardegna e degli ambienti letterari specializzati, nonostante il Nobel del 1926 — cento anni fa esatti rispetto all’uscita del film. Portarla sullo schermo significa restituirle visibilità, inserirla nel discorso pubblico contemporaneo, ricordare che la letteratura italiana ha radici anche nel Sud profondo, anche nelle voci femminili che la storia ha spesso marginalizzato. È un atto culturale oltre che artistico, e Morante sembra averlo abbracciato con piena consapevolezza.

Settant’anni e la libertà che si conquista

C’è una domanda che attraversa inevitabilmente ogni intervista a un’artista che raggiunge un traguardo anagrafico importante: cosa si guadagna con gli anni? Nel caso di Laura Morante, la risposta sembra essere soprattutto libertà. Non la libertà astratta di chi non ha più nulla da perdere, ma quella concreta e faticosamente conquistata di chi sa finalmente cosa vuole e cosa non vuole, chi è disposto a essere e chi non sarà mai.

A settant’anni, Morante parla con una franchezza che non è incoscienza ma consapevolezza. Racconta episodi che riguardano figure potenti — un presidente del Consiglio, uno dei più grandi registi della storia del cinema italiano — senza abbassare la voce. Non si nasconde dietro l’ambiguità, non arrotonda gli angoli per compiacere qualcuno. È il privilegio di chi ha costruito una carriera solida abbastanza da non dover più chiedere permesso, e di chi ha capito che il silenzio strategico ha un costo che non vale più la pena pagare.

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Questa libertà ha anche una dimensione più intima, più personale. Compiere settant’anni è fare i conti con il tempo: con quello che è stato, con quello che non sarà, con quello che ancora si vuole fare. Per un’attrice, questo significa anche fare i conti con un corpo che cambia, con un sistema produttivo che ha sempre avuto rapporti complicati con l’invecchiamento femminile, con una cultura dello spettacolo che tende a relegare le donne in una certa zona d’ombra non appena superano una certa età.

Morante sembra rifiutare quella zona d’ombra con la stessa determinazione con cui ha rifiutato le collaborazioni che non la convincevano. Non per vanità, ma per una precisa idea di sé e del proprio ruolo. Il cinema e il teatro non sono solo lavoro: sono il modo in cui lei sta nel mondo, il linguaggio con cui pensa e comunica. Rinunciarci — o accettare di farlo a condizioni altrui — non è un’opzione.

Una voce nel dibattito pubblico: cultura e responsabilità

Nell’intervista emergono anche posizioni su temi di attualità che vanno oltre il perimetro strettamente cinematografico. Morante non è un’attrice che si limita a parlare di set e di personaggi: è una persona pubblica che ritiene di avere qualcosa da dire sul mondo in cui vive. Questa postura — l’intellettuale che usa la propria visibilità per prendere posizione — ha una lunga tradizione nella cultura italiana, da Pasolini stesso a Dario Fo, da Nanni Moretti a molti altri.

Non è sempre una postura comoda. Chi prende posizione si espone alle critiche, rischia di alienarsi parte del pubblico, deve essere disposto a difendere le proprie idee anche quando diventano scomode. Ma è anche l’unico modo per essere davvero presenti nel proprio tempo, per non ridursi a semplici intrattenitori neutrali in un mondo che di neutralità non ha bisogno.

Per approfondire il percorso artistico di Laura Morante e il contesto del cinema italiano contemporaneo, vale la pena consultare le risorse disponibili su Today.it, che ha dedicato ampio spazio alle sue dichiarazioni più recenti, offrendo una prospettiva articolata sulle sue posizioni pubbliche e sulla ricezione critica del suo lavoro.

Il lascito di una carriera, la promessa del futuro

Una laura morante intervista come quella rilasciata a La Repubblica per i settant’anni non è un bilancio definitivo: è piuttosto una fotografia di un momento, di uno stato d’animo, di una consapevolezza raggiunta. Morante non parla come chi ha finito, ma come chi ha capito meglio dove vuole andare. Il film Quasi Grazia è lì a dimostrarlo: a settant’anni, si sceglie ancora di interpretare donne che hanno fatto la storia, di dare voce a figure che meritano di essere ricordate.

Essere nipote di Elsa Morante, aver rifiutato Pasolini, aver raccontato la propria madre mentre guardava Berlusconi in televisione: tutto questo compone il ritratto di una donna che ha sempre saputo che la cultura non è decorazione, ma è materia viva, strumento di comprensione e di resistenza. A settant’anni, Laura Morante conferma di non aver cambiato idea su questo punto fondamentale — e che la laura morante intervista di agosto 2026 resterà un documento prezioso per chiunque voglia capire non solo la sua carriera, ma un certo modo italiano di stare nel mondo dello spettacolo con dignità e con la schiena dritta.

In un panorama mediatico che premia spesso la superficialità e il consenso facile, la voce di Laura Morante — diretta, colta, non disposta a fare sconti — suona come qualcosa di necessario. Non perché abbia sempre ragione su tutto, ma perché dimostra che è ancora possibile parlare di cinema, di politica, di vita con la stessa serietà e la stessa passione. E questo, a settant’anni come a qualsiasi altra età, è già una forma di libertà.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.