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Nuovo Codice della strada 2026: lo smartphone ai pedoni vietato, gli anziani alla guida salvati

Nuovo Codice della strada 2026: lo smartphone ai pedoni vietato, gli anziani alla guida salvati
Nuovo Codice della strada 2026: lo smartphone ai pedoni vietato, gli anziani alla guida salvati
Immagine generata con AI

Codice della strada 2026: la grande svolta che cambia le regole per tutti

Agosto 2026, e il dibattito sulla mobilità italiana torna prepotentemente al centro della scena politica. Il codice della strada 2026 — la riforma più discussa degli ultimi anni in materia di sicurezza stradale — si presenta con un volto parzialmente nuovo rispetto alle bozze circolate nei mesi scorsi: il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha ritirato alcune delle misure più controverse che riguardavano i conducenti anziani, mentre introduce con decisione il divieto di usare lo smartphone per i pedoni sulle strisce. Un dietrofront significativo, maturato su esplicita richiesta del ministro Salvini, che ridisegna i contorni di una riforma attesa e complessa. Ecco cosa cambia, cosa resta e perché questa revisione normativa tocca la vita quotidiana di milioni di italiani.

Il caso degli anziani al volante: dalla stretta al passo indietro

Tra le proposte che avevano suscitato più polemiche c’era quella relativa ai conducenti over 85. La bozza iniziale del nuovo codice della strada prevedeva per questa fascia d’età una serie di restrizioni piuttosto severe: niente autostrade, tasso alcolemico zero automatico, e soprattutto il divieto di utilizzare il veicolo oltre un raggio di 100 chilometri dalla propria abitazione. Una misura che, nelle intenzioni dei suoi sostenitori, avrebbe dovuto tutelare la sicurezza pubblica riducendo i rischi legati alla guida in età avanzata. Ma che, nella pratica, avrebbe significato per molti anziani — specie quelli che vivono in aree rurali o semi-rurali — una perdita quasi totale di autonomia.

Le reazioni non si sono fatte attendere. Associazioni di categoria, organizzazioni di tutela degli anziani, sindaci di comuni montani e periferici hanno alzato la voce, sottolineando come la mobilità privata, per chi vive lontano dai grandi centri urbani dotati di trasporto pubblico efficiente, non sia un lusso ma una necessità concreta. Fare la spesa, raggiungere il medico, visitare i familiari: per molti over 85 che abitano in zone scarsamente servite, l’automobile è l’unico mezzo disponibile.

Il ministro Salvini ha recepito queste istanze e ha chiesto esplicitamente al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti di ritirare le restrizioni più stringenti. Il risultato è che il testo attualmente in circolazione non prevede limiti d’età per i conducenti, nessun divieto autostradale legato all’anagrafe, nessun limite territoriale di 100 chilometri, nessun obbligo automatico di tasso alcolemico zero al compimento degli 85 anni. Un cambio di rotta netto, che ha soddisfatto chi vedeva nelle misure originarie una forma di discriminazione anagrafica, ma che ha anche riacceso il dibattito su come garantire in modo efficace la sicurezza di tutti sulle strade.

Il nodo irrisolto: sicurezza e autonomia, un equilibrio difficile

La questione non è banale, e sarebbe ingenuo liquidarla come semplice cedimento alla pressione politica. Il tema della guida in età avanzata è complesso e sfaccettato: le capacità cognitive e riflessive variano enormemente da individuo a individuo, indipendentemente dall’età anagrafica. Esistono ottantenni in perfetta forma fisica e mentale che guidano in modo sicuro, e sessantenni con patologie che li rendono pericolosi al volante. Applicare restrizioni rigide basate solo sull’età rischia di essere insieme ingiusto e inefficace.

Questo non significa, ovviamente, che il problema non esista. I dati sugli incidenti stradali coinvolgenti conducenti anziani sono una realtà che le politiche pubbliche non possono ignorare. Il punto è trovare strumenti più mirati e proporzionati: visite mediche periodiche più frequenti, test cognitivi, valutazioni individualizzate delle capacità di guida. Strumenti che, però, richiedono risorse, organizzazione e tempi che la politica non sempre è disposta a mettere in campo. Per ora, il codice della strada 2026 sceglie la strada della non discriminazione anagrafica, lasciando aperta la questione su come garantire comunque standard adeguati di sicurezza.

Lo smartphone ai pedoni: arriva la multa da 75 euro

Se sul fronte degli anziani la riforma fa un passo indietro, su quello dei pedoni e degli smartphone fa invece un passo avanti deciso. Il nuovo codice della strada introduce per la prima volta in Italia la possibilità di sanzionare i pedoni che attraversano la strada guardando il telefono: la multa prevista è di 75 euro. Una misura che, almeno sulla carta, segna una svolta culturale significativa nel modo in cui l’Italia intende affrontare il problema della distrazione da dispositivi mobili.

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Il fenomeno è sotto gli occhi di tutti: chiunque abbia camminato per le strade di una grande città italiana negli ultimi anni sa perfettamente quanto sia comune la scena del pedone che attraversa sulle strisce senza alzare lo sguardo dallo schermo. Messaggi, social media, video, mappe: lo smartphone è diventato un prolungamento della mano, e spesso anche un fattore di rischio concreto. Studi internazionali hanno documentato come la distrazione da dispositivi mobili aumenti significativamente il rischio di incidenti per i pedoni, riducendo i tempi di reazione e la percezione dell’ambiente circostante.

La multa da 75 euro si inserisce in questo contesto come strumento di deterrenza. L’obiettivo dichiarato è modificare i comportamenti, non fare cassa: la speranza è che la prospettiva di una sanzione economica induca i pedoni — soprattutto i più giovani, statisticamente i più esposti a questo tipo di distrazione — a tenere gli occhi sulla strada quando attraversano.

Come funzionerà in pratica? Le domande aperte

Qui, però, entrano in gioco alcune questioni ancora irrisolte. Le modalità di applicazione concreta della norma non sono ancora del tutto definite: come faranno le forze dell’ordine a verificare e contestare l’infrazione? Sarà necessaria la presenza di un agente che assista direttamente all’attraversamento, o si prevede l’utilizzo di sistemi di videosorveglianza? E la sanzione si applica solo sulle strisce pedonali, o in qualsiasi punto della carreggiata? Questi dettagli operativi, fondamentali per capire l’effettiva portata della misura, sono ancora oggetto di definizione nel testo normativo.

Quel che è certo è che l’introduzione di questa norma apre un dibattito culturale interessante. In alcuni paesi europei e in alcune città degli Stati Uniti esistono già misure simili, con risultati variabili. L’efficacia di queste sanzioni dipende molto dalla capacità di farle rispettare in modo credibile e dalla comunicazione pubblica che le accompagna. Una multa che non viene mai applicata rischia di restare lettera morta; una multa accompagnata da campagne di sensibilizzazione efficaci può invece contribuire a cambiare abitudini radicate.

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Le sanzioni per chi guida con lo smartphone: pugno duro

Parallelamente alle nuove regole per i pedoni, il codice della strada 2026 inasprisce in modo significativo le sanzioni già esistenti per chi usa lo smartphone alla guida. Le multe possono arrivare fino a 1.000 euro, e la norma prevede la sospensione immediata della patente. Si tratta di un inasprimento che riflette la consapevolezza crescente — confermata da anni di dati sugli incidenti — che la distrazione al volante causata dai dispositivi mobili è una delle principali cause di sinistri gravi sulle strade italiane.

La logica è coerente con quella che ispira la multa per i pedoni: la distrazione da smartphone è un problema di sicurezza pubblica che riguarda tutti gli utenti della strada, non solo i conducenti di veicoli a motore. Trattarla come tale, con sanzioni proporzionate alla gravità del rischio, è un segnale politico preciso. Rimane da vedere quanto questo approccio sanzionatorio sarà accompagnato da investimenti in educazione stradale, formazione e infrastrutture sicure.

Per approfondire le norme specifiche sulle sanzioni per l’uso del telefono alla guida e le altre novità del codice, è possibile consultare la scheda di Today.it sul nuovo codice della strada e il servizio di RaiNews sul ritiro dei limiti per gli over 85.

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Il quadro politico: Salvini e la riforma tra pressioni e mediazioni

È impossibile leggere il codice della strada 2026 senza tenere conto del contesto politico in cui si è sviluppato. Il ministro Salvini, titolare del dicastero delle Infrastrutture e dei Trasporti, ha avuto un ruolo diretto e dichiarato nel modellare il testo finale della riforma: è stato lui a chiedere esplicitamente il ritiro delle restrizioni per gli anziani, e la sua impronta si percepisce nell’orientamento generale del provvedimento.

Questo non è insolito: le riforme del codice della strada hanno sempre avuto una forte componente politica, perché toccano abitudini quotidiane, libertà individuali e interessi economici di milioni di cittadini. La mobilità privata, in Italia, è un tema culturalmente sensibile quanto politicamente rilevante. Qualsiasi misura che limiti la libertà di guida — anche per ragioni di sicurezza oggettiva — rischia di essere percepita come un’intromissione dello Stato nella vita privata delle persone.

Il risultato di queste pressioni è una riforma che cerca di bilanciare istanze diverse: da un lato, la necessità di rispondere ai dati preoccupanti sugli incidenti stradali; dall’altro, la volontà di non alienarsi fasce di popolazione che si sentirebbero penalizzate da misure troppo restrittive. Un equilibrio non sempre facile da raggiungere, e che inevitabilmente lascia qualcuno insoddisfatto.

Cosa aspettarsi: la riforma è operativa nel 2026

Il codice della strada 2026 è già pienamente operativo nel corso di quest’anno. Questo significa che le nuove norme — compresa la multa per i pedoni con lo smartphone e le sanzioni inasprite per chi guida guardando il telefono — sono già in vigore o in fase di piena applicazione. I dettagli tecnici su alcuni aspetti specifici della normativa, come le modalità esatte di contestazione dell’infrazione ai pedoni, sono ancora in corso di definizione a livello operativo.

Per i cittadini, il messaggio pratico è chiaro: attraversare la strada guardando lo smartphone può costare 75 euro, e usare il telefono alla guida può comportare una multa fino a 1.000 euro con sospensione immediata della patente. Per gli automobilisti anziani, invece, non ci sono limiti d’età, divieti autostradali o restrizioni territoriali legate all’anagrafe: la valutazione dell’idoneità alla guida rimane ancorata ai meccanismi già esistenti di rinnovo della patente e alle visite mediche periodiche previste dalla normativa vigente.

Sicurezza stradale: la sfida culturale che nessuna norma da sola può vincere

Al di là delle singole misure, il dibattito sul codice della strada 2026 rimanda a una questione più profonda: quanto può fare la legge da sola per migliorare la sicurezza sulle strade? Le norme sono necessarie, ma non sufficienti. L’esperienza di altri paesi europei — dalla Svezia alla Germania, dai Paesi Bassi alla Francia — mostra che i risultati migliori in termini di riduzione degli incidenti si ottengono con un approccio integrato: regole chiare e applicate con coerenza, infrastrutture progettate per la sicurezza di tutti gli utenti della strada, educazione stradale continua e campagne di comunicazione efficaci.

In Italia, la cultura della sicurezza stradale ha fatto progressi significativi negli ultimi decenni, ma resta ancora molto da fare. Il numero di morti e feriti gravi sulle strade italiane è ancora troppo alto, e i comportamenti a rischio — dall’eccesso di velocità alla guida in stato di ebbrezza, dall’uso del telefono alla mancanza di attenzione ai ciclisti e ai pedoni — sono ancora diffusi.

La riforma del codice della strada è uno strumento importante in questo percorso, ma il suo impatto reale dipenderà dalla capacità delle istituzioni di applicarla in modo credibile, di accompagnarla con investimenti adeguati in infrastrutture e formazione, e di costruire un consenso sociale intorno all’idea che la sicurezza stradale è un bene comune che vale la pena proteggere, anche a costo di qualche limitazione individuale. Il dibattito, insomma, è appena cominciato: e il 2026 potrebbe essere l’anno in cui l’Italia decide davvero che tipo di mobilità vuole costruire per il futuro.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.