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Navi colpite da droni nel Mar Nero: Bulgaria allerta la Nato

Navi colpite da droni nel Mar Nero: Bulgaria allerta la Nato
Navi colpite da droni nel Mar Nero: Bulgaria allerta la Nato
Immagine generata con AI

Nella notte tra il 12 e il 13 ottobre 2026, il Mar Nero è tornato a essere teatro di una violenza che il diritto internazionale e il buon senso vorrebbero bandita: due navi commerciali sono state colpite da droni al largo delle coste bulgare, una delle quali è affondata, lasciando undici marinai dispersi. Gli attacchi droni nel Mar Nero — ormai una sequenza che si ripete con inquietante regolarità — hanno questa volta raggiunto acque che lambiscono direttamente il territorio di un paese membro della NATO e dell’Unione Europea, trasformando un conflitto già devastante in una crisi con potenziali implicazioni per l’intera alleanza atlantica.

Cosa è successo nella notte del 12-13 ottobre

I fatti, ricostruiti dalle fonti disponibili, disegnano uno scenario di estrema gravità. Due imbarcazioni commerciali stavano navigando nelle acque del Mar Nero, in prossimità della costa bulgara, quando sono state prese di mira da droni aerei. Una delle due navi colpite è la Chelsea 3, battente bandiera maltese e di proprietà ucraina: l’imbarcazione è stata raggiunta da tre droni aerei in rapida successione. Nonostante i danni subiti, l’intero equipaggio della Chelsea 3 è stato tratto in salvo, un dato che rappresenta l’unica notizia positiva in un quadro altrimenti cupo.

La seconda nave coinvolta nell’attacco ha avuto un destino ben più tragico: è affondata, e undici membri dell’equipaggio risultano dispersi. Le operazioni di ricerca e soccorso sono scattate immediatamente, ma le condizioni del Mar Nero — notoriamente insidiose — e la dinamica rapida dell’affondamento hanno complicato ogni tentativo di recupero. L’identità precisa della seconda imbarcazione e il numero esatto dei suoi marinai non sono stati confermati con certezza dalle fonti verificate al momento della stesura di questo articolo.

Non si tratta di un episodio isolato. Già il 6 ottobre 2026, nelle stesse acque, si era verificato un precedente attacco a navi commerciali. La sequenza degli eventi suggerisce una strategia sistematica, non un incidente fortuito: il Mar Nero viene trasformato in un corridoio di guerra, con conseguenze dirette sul traffico marittimo civile e commerciale che attraversa questa regione cruciale per l’approvvigionamento di grano, petrolio e altre materie prime verso l’Europa.

La reazione di Sofia: Radev accusa il Cremlino e allerta la NATO

La risposta del governo bulgaro non si è fatta attendere. Il premier Rumen Radev ha definito gli attacchi «inaccettabili» e ha puntato il dito direttamente contro il Cremlino, accusandolo di essere responsabile di quanto accaduto. Si tratta di un’accusa diretta e formale, che segna un salto di qualità rispetto alle dichiarazioni più caute che spesso caratterizzano la diplomazia balcanica in momenti di tensione con Mosca.

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Radev ha annunciato l’intenzione di convocare l’ambasciatore russo a Sofia — un gesto che nel linguaggio diplomatico equivale a una protesta ufficiale di massimo livello, a un passo dalla rottura delle relazioni. Ma soprattutto, la Bulgaria ha allertato la NATO dell’accaduto, invocando implicitamente la solidarietà dell’alleanza e portando la questione su un piano che va ben oltre la bilateralità tra Sofia e Mosca.

Questa mossa è carica di significato. La Bulgaria è membro della NATO dal 2004 e, sebbene abbia tradizionalmente mantenuto rapporti complessi con la Russia — legami storici, culturali e religiosi che affondano le radici in secoli di storia comune — l’attacco a navi commerciali nelle proprie acque territoriali o nelle immediate vicinanze non può essere ignorato. Invocare l’alleanza atlantica significa chiedere che l’incidente venga valutato alla luce degli obblighi collettivi di difesa, aprendo scenari che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati fantapolitica.

La convocazione dell’ambasciatore russo è un atto che ha precedenti storici significativi: fu usato dalla Polonia, dai Paesi baltici e da altri paesi dell’Europa orientale in momenti di crisi acuta con Mosca. Che la Bulgaria — paese che per anni ha cercato di mantenere un difficile equilibrio tra fedeltà atlantica e pragmatismo nei confronti del vicino russo — faccia oggi lo stesso passo, è un segnale politico che non va sottovalutato.

Von der Leyen e la risposta dell’Unione Europea

Sul fronte europeo, è intervenuta Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, che ha definito l’escalation nel Mar Nero «inaccettabile». La scelta della stessa parola usata da Radev — «inaccettabile» — non è casuale: segnala una linea coordinata tra le capitali europee e Bruxelles, una volontà di presentarsi uniti di fronte a quello che viene percepito come un attacco non soltanto alla Bulgaria, ma alla sicurezza marittima europea nel suo complesso.

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Il Mar Nero è, per l’Unione Europea, molto più di uno specchio d’acqua geograficamente periferico. È una via di transito fondamentale per le esportazioni di cereali ucraini, per i flussi energetici dalla regione caucasica e per il commercio con la Turchia e i paesi del Vicino Oriente. Ogni attacco a navi commerciali in queste acque si traduce in pressioni sui prezzi delle materie prime, in incertezza per gli operatori logistici e in un aumento dei costi assicurativi che ricade, alla fine, sui consumatori europei.

La dichiarazione di Von der Leyen arriva in un contesto in cui l’UE sta già gestendo le conseguenze economiche di un conflitto prolungato, e in cui la coesione interna tra i ventisette stati membri è messa alla prova da pressioni politiche nazionali divergenti. Una presa di posizione netta contro gli attacchi droni nel Mar Nero serve anche a ribadire che, su certi principi fondamentali — la libertà di navigazione, la sicurezza delle rotte commerciali, l’inviolabilità delle acque internazionali — l’Europa parla con una sola voce.

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Il contesto strategico: il Mar Nero come fronte aperto

Per comprendere la portata di quanto accaduto, è necessario inquadrare gli attacchi droni nel Mar Nero all’interno di una strategia più ampia. Sin dall’inizio del conflitto in Ucraina, il Mar Nero è diventato un teatro operativo in cui si intrecciano guerra convenzionale, guerra ibrida e pressione economica. I droni navali e aerei sono stati impiegati da entrambe le parti, con effetti devastanti su infrastrutture portuali, navi militari e, sempre più spesso, imbarcazioni civili e commerciali.

La ricostruzione de Il Post sull’attacco del 12-13 ottobre evidenzia come l’incidente si inserisca in una sequenza di episodi ravvicinati — il precedente del 6 ottobre è avvenuto appena una settimana prima — che suggerisce un’intensificazione deliberata delle operazioni in questa zona. Colpire navi commerciali nelle acque vicine a un paese NATO non è un errore di calcolo: è un messaggio.

Il messaggio, però, rischia di produrre effetti opposti a quelli desiderati. Ogni attacco che coinvolge acque prossime al territorio di un paese dell’alleanza atlantica alimenta le pressioni interne a quei paesi affinché si adottino misure di difesa più robuste, si aumentino i budget militari e si rafforzi la presenza NATO nel Mar Nero. La Bulgaria, che in passato ha resistito alle pressioni per un dispiegamento più massiccio di forze alleate sul suo territorio, potrebbe trovarsi ora a dover rivedere quella posizione.

I marinai dispersi e la dimensione umana della crisi

Mentre i governi si scambiano dichiarazioni e i diplomatici convocano ambasciatori, ci sono undici uomini dispersi in un mare che non perdona. La dimensione umana di questa crisi rischia di essere oscurata dai giochi geopolitici, ma è quella che più di ogni altra dovrebbe guidare la risposta della comunità internazionale. Marinai che lavorano su rotte commerciali legittime, in acque internazionali, non possono diventare pedine di una strategia di intimidazione.

Il fatto che l’equipaggio della Chelsea 3 sia stato interamente salvato dimostra che le operazioni di soccorso possono funzionare, quando le condizioni lo permettono. Ma undici persone sono ancora disperse, e ogni ora che passa riduce le probabilità di un esito positivo. La loro sorte è, in questo momento, la misura più concreta e più urgente di quanto stia accadendo nel Mar Nero.

Quello che si è consumato nella notte tra il 12 e il 13 ottobre 2026 non è soltanto un episodio di cronaca internazionale: è un test per la credibilità della risposta europea e atlantica, per la tenuta del diritto internazionale del mare e per la capacità degli alleati di trasformare le dichiarazioni di condanna in azioni concrete. La Bulgaria ha alzato la voce; ora tocca all’alleanza decidere se e come rispondere.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.