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Phica rinasce su Telegram: il ritorno del gruppo sessista con 12mila iscritti

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A meno di quattordici mesi dalla chiusura forzata del sito originale, il fenomeno Phica è tornato, questa volta su Telegram, con una velocità e una capacità di aggregazione che hanno sorpreso anche chi monitorava il settore. Il gruppo “Phica – La rinascita”, creato alla fine di ottobre 2026, ha raggiunto in pochi giorni una base di oltre 11.000–12.000 iscritti, riproponendo esattamente lo stesso meccanismo che aveva reso il sito originale uno dei casi più discussi di violenza digitale di genere in Italia: la condivisione non consensuale di immagini intime di donne, accompagnata da commenti offensivi e, stavolta, da richieste di deepfake generati con intelligenza artificiale. È la cronaca di una recidiva digitale che racconta quanto il problema, rimosso da un dominio, si rigeneri altrove con rinnovata aggressività.

Dal sequestro del sito al canale Telegram: la storia di Phica

Il sito Phica.eu era stato sequestrato dalla Polizia Postale nel settembre 2025, al termine di un’indagine che aveva portato alla luce una piattaforma strutturata per la pubblicazione e lo scambio di fotografie e video intimi di donne italiane, caricati senza il loro consenso. Il sequestro aveva rappresentato un segnale importante: le autorità italiane stavano finalmente applicando con maggiore sistematicità le norme sul revenge porn introdotte dalla legge n. 69 del 2019, il cosiddetto Codice Rosso. Per qualche mese, sembrava che quella storia fosse chiusa.

Invece, a distanza di poco più di un anno, gli stessi meccanismi sono riemersi in un ambiente molto più difficile da controllare. Telegram, a differenza di un sito web con un dominio registrabile e un hosting identificabile, offre un livello di opacità strutturale che complica notevolmente l’intervento delle autorità. I gruppi possono essere creati in pochi minuti, rinominati, duplicati, e i loro amministratori — la cui identità rimane sconosciuta — possono operare in relativo anonimato. È esattamente questa architettura che ha permesso a “Phica – La rinascita” di crescere così rapidamente dopo la sua comparsa a fine ottobre 2026.

Cosa succede dentro il gruppo: immagini, commenti e richieste di deepfake

I contenuti documentati all’interno del gruppo Telegram di Phica seguono uno schema preciso e per questo ancora più inquietante. Le fotografie — rubate da profili social, sottratte da dispositivi personali o condivise da ex partner — riguardano donne di molte città italiane: Torino, Roma, Milano e Palermo sono tra le aree geografiche esplicitamente citate nelle segnalazioni. Le immagini vengono accompagnate da commenti sessisti e degradanti, in un contesto che trasforma la violazione della privacy in uno spettacolo collettivo.

→ Leggi anche: Scoperta 'multinazionale' della pedopornografia su Telegram: 17 arresti e oltre mille utenti nel mondo

Ma il salto qualitativo rispetto al sito originale è l’integrazione dell’intelligenza artificiale. All’interno del gruppo circolano richieste esplicite di deepfake: immagini generate o manipolate digitalmente per “spogliare” donne fotografate con abiti normali, partendo da foto innocue tratte dai loro profili pubblici. Questo significa che la violazione non richiede più necessariamente l’accesso a materiale intimo reale: basta una fotografia scattata in spiaggia, a una festa, in un contesto quotidiano, perché qualcuno possa richiedere — e ottenere — una versione sintetica e sessualizzata di quell’immagine. È una frontiera nuova e particolarmente pericolosa della violenza digitale di genere, che espande enormemente il numero di potenziali vittime.

La dimensione del fenomeno è documentata dai numeri: la piattaforma contiene, secondo le fonti che hanno analizzato il gruppo, oltre 54.000 messaggi legati allo scambio di immagini intime e a commenti offensivi. Una mole di contenuti accumulata in pochissime settimane, indice di una comunità attiva e organizzata, non di un fenomeno marginale o sporadico.

La sfida giuridica: punire la condivisione non consensuale nell’era dei deepfake

Il quadro normativo italiano prevede già strumenti per contrastare la diffusione non consensuale di immagini intime. L’articolo 612-ter del Codice Penale, introdotto proprio dal Codice Rosso, punisce con la reclusione da uno a sei anni chiunque diffonda immagini o video sessualmente espliciti senza il consenso della persona ritratta. La pena è aggravata se il fatto è commesso attraverso strumenti informatici o telematici.

Tuttavia, l’applicazione concreta di queste norme si scontra con diverse difficoltà. La prima è l’identificazione degli autori: in un ambiente come Telegram, dove gli account possono essere creati con numeri di telefono temporanei o esteri, risalire agli amministratori e ai singoli utenti richiede una cooperazione internazionale che non sempre è rapida né garantita. La seconda difficoltà riguarda i deepfake: la normativa vigente è stata concepita pensando a immagini reali, e l’applicazione alle immagini sintetiche generate dall’intelligenza artificiale è ancora oggetto di interpretazione giurisprudenziale. Diversi esperti di diritto digitale sottolineano che serve un aggiornamento legislativo specifico per colmare questa lacuna, che rischia di lasciare molte vittime di deepfake senza una tutela efficace.

A livello europeo, il Digital Services Act impone alle piattaforme obblighi più stringenti sulla rimozione di contenuti illegali, ma Telegram ha storicamente mostrato una compliance discontinua con le richieste delle autorità nazionali. La questione di come rendere effettive le norme europee nei confronti di piattaforme con sede al di fuori dell’Unione rimane aperta e urgente. Per approfondire il quadro normativo europeo sulla violenza digitale di genere, il Parlamento Europeo ha pubblicato documentazione aggiornata sulle misure in corso.

→ Leggi anche: Clonazione vocale: +2137% di truffe digitali, come difendersi dall'audio sintetico

Il pattern della recidiva digitale: perché i contenuti vietati tornano sempre

Il caso di Phica su Telegram non è isolato. È parte di un pattern che si ripete con regolarità: una piattaforma viene chiusa, sequestrata o bannata, e nel giro di settimane o mesi ricompare altrove con un nuovo nome, spesso con una base di utenti ancora più ampia grazie alla pubblicità involontaria generata dalla notizia della chiusura. È accaduto con forum dedicati alla condivisione non consensuale di immagini in molti paesi europei e nordamericani, e il meccanismo sembra ripetersi anche in Italia.

Questo schema rivela un problema strutturale: finché esiste una domanda, qualcuno troverà il modo di soddisfarla. La risposta esclusivamente repressiva — sequestro del sito, denuncia penale degli amministratori — è necessaria ma non sufficiente. Molti esperti di sicurezza digitale e associazioni che si occupano di violenza di genere sottolineano che accanto all’azione giudiziaria serve un investimento massiccio in educazione digitale, a partire dalle scuole secondarie, per costruire una cultura del consenso che includa anche la dimensione online. La condivisione di immagini altrui senza permesso non viene percepita da molti utenti come un reato grave: è questa normalizzazione culturale il terreno su cui piattaforme come Phica attecchiscono.

Le vittime invisibili e il peso della violenza digitale

Al centro di questa vicenda ci sono donne reali, spesso ignare di essere diventate oggetto di scambio all’interno di un gruppo con migliaia di iscritti. La scoperta di essere state fotografate senza consenso, o di essere diventate soggetto di un deepfake, ha conseguenze documentate sul piano psicologico: ansia, depressione, isolamento sociale, difficoltà nel lavoro e nelle relazioni. In molti casi, le vittime scelgono di non denunciare per paura che la denuncia stessa amplifichi la visibilità delle immagini o per sfiducia verso un sistema giudiziario percepito come lento e poco efficace.

Le organizzazioni che supportano le vittime di violenza digitale — tra cui diversi centri antiviolenza italiani — segnalano un aumento costante delle richieste di aiuto legate proprio alla diffusione non consensuale di immagini. La rapidità con cui “Phica – La rinascita” ha raggiunto oltre dodicimila iscritti in pochi giorni suggerisce che il numero di potenziali vittime sia destinato a crescere, rendendo ancora più urgente una risposta coordinata tra istituzioni, piattaforme tecnologiche e società civile.

Il ritorno di Phica su Telegram è uno specchio scomodo: mostra che la chiusura di un sito, da sola, non risolve nulla se non è accompagnata da strumenti più efficaci di prevenzione, da una cooperazione internazionale più stringente con le piattaforme di messaggistica e da un cambiamento culturale profondo nel modo in cui viene trattato il corpo e la dignità delle donne online. La velocità con cui una comunità di dodicimila persone si è riorganizzata attorno agli stessi contenuti illegali è la misura più precisa del lavoro che resta da fare.

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