Una scuola dichiarata inagibile, i muri imbrattati con svastiche e insulti, metà delle porte divelte, estintori svuotati e tutti i sistemi di allarme manomessi: la succursale del Liceo Ferrari-Hertz di Roma, in via Contardo Ferrini, si presenta come un cantiere di macerie dopo un’occupazione studentesca. Il bilancio provvisorio dei danni da occupazione scuola ammonta a circa 200.000 euro — una cifra che la Città Metropolitana di Roma Capitale, ente proprietario dell’edificio, ha già dichiarato di non avere immediatamente disponibile. Gli studenti, nel frattempo, rischiano di restare senza aule.
Le immagini diffuse dal consigliere delegato della Città Metropolitana, Daniele Parrucci, raccontano una scena difficile da descrivere senza un certo sgomento. I muri delle aule e dei corridoi sono stati colpiti con martelli, le sedie lanciate, i mobili distrutti, le porte letteralmente strappate dai cardini. Non si tratta di qualche scritta goliardica o di un vetro rotto: il perimetro dei danni copre l’intero edificio, dalla struttura portante agli impianti di sicurezza.
Secondo quanto verificato, circa la metà delle porte interne — quelle delle aule e dei bagni — è stata distrutta. Tutti i sistemi di allarme antincendio e l’illuminazione di emergenza sono stati manomessi, rendendo l’edificio non solo degradato ma concretamente pericoloso. Gli estintori sono stati svuotati. Sulle pareti sono comparse svastiche e insulti: un dettaglio che trasforma il già grave episodio di vandalismo in qualcosa di più inquietante, una firma simbolica che le autorità non potranno ignorare.
Il risultato di tutto questo è una dichiarazione ufficiale di inagibilità: la succursale non può ospitare studenti, personale docente o amministrativo. L’edificio è chiuso.
La stima dei danni da occupazione scuola si attesta intorno ai 200.000 euro, una somma che rappresenta una voce di spesa straordinaria per un ente come la Città Metropolitana di Roma Capitale, già alle prese con bilanci strutturalmente sotto pressione. La Città Metropolitana ha dichiarato apertamente che i fondi necessari per le riparazioni immediate non sono disponibili.
Questo è il nodo più critico dell’intera vicenda: non è solo una questione di rabbia istituzionale o di condanna morale del gesto, ma di una concreta impossibilità operativa. Trovare 200.000 euro in tempi rapidi, senza un capitolo di spesa dedicato, richiede procedure straordinarie che nei bilanci pubblici italiani raramente si risolvono in poche settimane. Nel frattempo, le aule restano vuote e gli studenti aspettano.
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Daniele Parrucci ha condiviso le fotografie dell’interno devastato, portando la questione direttamente all’attenzione dell’opinione pubblica. Un gesto che ha il sapore di un appello oltre che di una denuncia: senza pressione politica e mediatica, il rischio è che i tempi di ripristino si allunghino ulteriormente, aggravando il disagio per chi frequenta la scuola in buona fede.
Con la succursale dichiarata inagibile, l’amministrazione scolastica si trova a dover garantire la continuità didattica a studenti che, attraverso nessuna colpa propria, si ritrovano privi di un luogo fisico dove studiare. Le opzioni attualmente in valutazione sono due: il ricorso alla didattica a distanza (DAD) — termine che dopo gli anni della pandemia ha acquisito una connotazione tutt’altro che neutra — oppure l’organizzazione di doppi turni presso la sede centrale del Liceo Ferrari-Hertz.
Entrambe le soluzioni presentano criticità evidenti. La DAD, che pure ha dimostrato di poter funzionare in emergenza, comporta un impoverimento dell’esperienza educativa difficile da quantificare ma facile da percepire: meno interazione, meno laboratorio, meno vita scolastica. I doppi turni, invece, richiedono una riorganizzazione logistica non banale — orari spalmati su fasce orarie più ampie, trasporti rivisti, docenti con carichi di lavoro ridistribuiti — e presuppongono che la sede centrale abbia effettivamente la capienza per assorbire gli studenti della succursale.
In entrambi i casi, il peso di una scelta che non avrebbe dovuto essere necessaria ricade su chi non ha partecipato alla distruzione. È questo, forse, il paradosso più amaro di questa vicenda: i danni da occupazione scuola non colpiscono chi li ha causati, ma chi frequenta l’istituto ogni giorno per studiare.
Le occupazioni scolastiche sono una tradizione autunnale radicata nella cultura studentesca italiana, spesso legate a rivendicazioni concrete — dalla qualità degli edifici alla rappresentanza negli organi collegiali, dalle politiche di valutazione alle condizioni dei servizi. In molti casi si concludono senza danni significativi, con un accordo tra studenti e dirigenza che porta a un dialogo, a volte persino produttivo.
Ma il caso della succursale del Ferrari-Hertz appartiene a una categoria diversa. Qui non si parla di striscioni sui cancelli o di assemblee autogestite che sconfinano nei giorni non autorizzati: si parla di martelli usati contro i muri, di sistemi antincendio sabotati, di simboli nazisti dipinti sulle pareti. È una distinzione che conta, e che rende difficile — anche per chi sostiene il diritto degli studenti a protestare — trovare argomenti a difesa di quanto accaduto.
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La manomissione dei sistemi di sicurezza è particolarmente grave sul piano legale: disattivare allarmi antincendio e illuminazione di emergenza in un edificio pubblico non è un atto di protesta, è un reato che mette in pericolo chiunque si trovi all’interno. Svuotare gli estintori equivale a privare l’edificio del primo strumento di risposta a un incendio. Questi non sono danni collaterali di un entusiasmo mal gestito: richiedono un’intenzione precisa e un’esecuzione deliberata.
Sul fronte delle responsabilità, la vicenda apre un capitolo giuridico complesso. In Italia, i danni causati durante un’occupazione scolastica possono essere perseguiti sia in sede penale — per i reati di danneggiamento aggravato, imbrattamento, e nel caso specifico per la manomissione degli impianti di sicurezza — sia in sede civile, con richiesta di risarcimento nei confronti dei responsabili identificati e, in alcuni casi, delle loro famiglie se minorenni.
L’identificazione degli autori materiali è però spesso difficile: le occupazioni coinvolgono gruppi numerosi, le responsabilità individuali si diluiscono, e le testimonianze interne sono rare. Non è detto che i 200.000 euro di danni vengano mai recuperati attraverso procedimenti civili, e nel frattempo l’ente pubblico — cioè la collettività — è chiamato a sostenere i costi di una riparazione urgente.
La Città Metropolitana di Roma Capitale ha già reso pubblica la situazione attraverso i propri canali istituzionali, un passo che serve sia a documentare ufficialmente l’entità dei danni sia a costruire la base per eventuali azioni legali e richieste di stanziamento straordinario al Ministero dell’Istruzione o ad altri livelli di governo.
Al di là delle cifre e delle procedure, la succursale del Ferrari-Hertz in via Contardo Ferrini lascia un’immagine difficile da scrollarsi di dosso: quella di un luogo pensato per formare giovani cittadini, ridotto — da alcuni di quei giovani — a uno spazio inutilizzabile. Le svastiche sui muri non sono solo un reato: sono un messaggio che contraddice qualsiasi pretesa di protesta politica progressiva, e che getta un’ombra sull’intera vicenda.
Mentre l’amministrazione cerca fondi e valuta soluzioni temporanee per garantire le lezioni, e mentre le indagini seguono il loro corso, resta aperta la domanda più scomoda: come si evita che episodi di questo tipo si ripetano? Non esiste una risposta semplice, ma è certo che ignorare la questione — o liquidarla come folklore autunnale — non è più un’opzione praticabile quando il conto da pagare supera i 200.000 euro e una scuola intera rimane chiusa.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
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