La consulenza medico-legale della procura di Bologna rivela gli audio della bodycam del 19 luglio: emerge il linguaggio brutale degli agenti intervenuti al Pilastro.
Le parole registrate dalla bodycam di uno dei due agenti intervenuti al Pilastro di Bologna il 19 luglio 2026 stanno scuotendo l’opinione pubblica e riaccendendo con forza il dibattito sulla condotta delle forze dell’ordine in Italia. La morte di Abderrahim Fakir, 42 anni, era già diventata un caso delicato nei mesi scorsi; ora, a fine ottobre 2026, la consulenza disposta dal medico legale della procura di Bologna ha portato alla luce audio che descrivono un atteggiamento difficile da leggere in modo neutro: quello di agenti che, mentre un uomo giaceva a terra, pronunciavano frasi di brutale indifferenza. Il tema della morte Fakir Bologna bodycam è tornato prepotentemente al centro dell’agenda informativa, con una domanda che nessuno può eludere: cosa deve registrare una bodycam, e cosa succede quando registra l’inimmaginabile?
Il quartiere Pilastro, nella periferia est di Bologna, è il teatro di una vicenda che si è sviluppata nel corso di una lunga attesa. Secondo quanto emerso dalle immagini e dagli audio della bodycam — indossata da uno dei due agenti intervenuti — i poliziotti avrebbero atteso quaranta minuti prima di avvicinarsi a Fakir, nella speranza che l’uomo si calmasse da solo. Una scelta operativa che, alla luce di quanto accaduto dopo, è diventata uno degli elementi centrali dell’indagine.
Abderrahim Fakir aveva 42 anni. Dopo l’intervento degli agenti, è morto. I dettagli precisi delle circostanze che avevano originato la chiamata alla polizia non sono stati ancora chiariti ufficialmente, e su questo aspetto è doveroso mantenere la massima cautela. Ciò che invece è documentato — attraverso la consulenza del medico legale della procura bolognese, resa nota tra il 27 e il 28 ottobre 2026 — riguarda sia le modalità dell’intervento sia, soprattutto, le parole pronunciate dagli agenti e catturate dal microfono della bodycam.
Sono tre le espressioni emerse dalla consulenza medico-legale che hanno immediatamente fatto il giro delle redazioni e dei social. La prima, «È schiattato», è quella che più di ogni altra ha colpito per la sua crudezza: un termine gergale, volgare, usato per descrivere la morte di un essere umano con la stessa noncuranza con cui si commenterebbe un fatto banale. La seconda, «Cazzo me ne frega», ha la stessa carica di indifferenza, e suggerisce un distacco emotivo che stride con qualsiasi codice deontologico professionale. La terza frase, «Se schiatta ci divertiamo», è stata registrata — stando alla consulenza — mentre Fakir era ancora in vita, e risulta forse la più inquietante di tutte: non solo indifferenza, ma qualcosa che suona come cinismo anticipatorio.
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Queste parole non provengono da testimonianze indirette o da ricostruzioni: sono state catturate direttamente dal dispositivo di registrazione indossato da uno degli agenti. È questo che rende il caso così dirompente dal punto di vista giudiziario e simbolico. La bodycam, strumento introdotto per garantire trasparenza e tutelare sia i cittadini sia gli operatori delle forze dell’ordine, ha finito per documentare qualcosa che nessun regolamento avrebbe mai voluto che accadesse.
Uno degli elementi più pesanti emersi dalla consulenza del medico legale della procura di Bologna riguarda le possibilità di sopravvivenza di Fakir. Secondo gli esperti, al momento dell’intervento esisteva una probabilità del 15% di salvare l’uomo. Una percentuale non alta, certo, ma tutt’altro che trascurabile: in medicina e in diritto, quella soglia rappresenta la differenza tra un’azione doverosa e un’omissione potenzialmente rilevante.
Questo dato, incrociato con i quaranta minuti di attesa e con le frasi registrate, costruisce un quadro che la procura di Bologna sta esaminando con attenzione. Non è possibile, allo stato attuale, stabilire se siano stati o saranno formulati capi d’accusa specifici nei confronti degli agenti: su questo aspetto le indagini sono ancora in corso e la prudenza informativa è d’obbligo. Ma la consulenza ha già prodotto elementi concreti e documentati che alimentano legittimamente l’indagine.
Il caso Fakir riapre una questione che in molti Paesi è già al centro di accesi dibattiti: a cosa serve davvero la bodycam? In Italia, l’introduzione di questi dispositivi nelle dotazioni delle forze di polizia è stata presentata come una garanzia di trasparenza bidirezionale — a tutela del cittadino e dell’agente. Il footage raccolto avrebbe dovuto scoraggiare comportamenti scorretti da entrambe le parti e offrire prove oggettive in caso di controversia.
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In questo caso, la bodycam ha funzionato esattamente come previsto dal punto di vista tecnico: ha registrato tutto. Ma il fatto che esistano audio di questo tipo — pronunciati sapendo o non sapendo di essere registrati — solleva domande più profonde sulla cultura interna di certi contesti operativi, sulla formazione degli agenti, sulla gestione dello stress e dell’empatia in situazioni ad alta tensione. Non si tratta di generalizzare su un’intera categoria professionale: si tratta di prendere atto che quelle frasi esistono, sono documentate, e meritano una risposta istituzionale chiara.
Il dibattito che ne consegue non può limitarsi alla dimensione penale. Coinvolge la responsabilità deontologica, i meccanismi di selezione e addestramento del personale, e il modo in cui le istituzioni reagiscono quando la trasparenza che hanno promesso rivela qualcosa di scomodo. RaiNews TGR Emilia-Romagna ha riportato per prima gli audio, innescando una reazione a catena nell’informazione nazionale.
La morte di Fakir a Bologna e gli audio della bodycam non sono una storia locale. Sono il riflesso di tensioni che attraversano molte democrazie occidentali: il rapporto tra forze dell’ordine e cittadini vulnerabili, la gestione delle crisi in contesti di periferia urbana, la responsabilità individuale e collettiva di chi esercita il potere coercitivo dello Stato. Il fatto che le frasi più gravi siano state pronunciate — stando alla consulenza — mentre l’uomo era ancora in vita o appena deceduto, aggiunge una dimensione etica che va ben oltre il procedimento giudiziario.
In Italia, casi simili hanno spesso faticato a trovare un esito processuale commisurato alla gravità dei fatti. La documentazione video e audio — quando esiste ed è accessibile — rappresenta uno degli strumenti più efficaci per superare la difficoltà della prova. Per questo la vicenda di Fakir, con la sua bodycam che ha catturato l’inimmaginabile, rischia di diventare un punto di riferimento nel dibattito sulla riforma dei sistemi di controllo interno alle forze dell’ordine italiane.
Quello che è certo, oggi, è che quelle parole esistono, sono state registrate, e sono ora agli atti di una procura. Il resto — le responsabilità, le conseguenze, le riforme eventualmente necessarie — lo determineranno le istituzioni nelle prossime settimane. Ma l’Italia ha già sentito, e non potrà fare finta di non aver sentito.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
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