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Marina Abramović a Roma: ‘Confession’, l’opera con l’asino sotto l’Arco di Giano

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Immagine generata con AI

Alla soglia degli ottant’anni, Marina Abramović non smette di sorprendere e di interrogare. L’artista serba — la più influente nel campo della performance art degli ultimi cinquant’anni — porta a Roma un’opera scultorea che mescola mitologia, partecipazione popolare e una vena di ironia profonda: Confession (2026), un asino in bronzo dorato posizionato sotto l’Arco di Giano al Foro Boario. Il progetto, promosso dalla Fondazione Alda Fendi Esperimenti, trasforma uno dei luoghi più antichi e carichi di storia della città in uno spazio di dialogo tra l’individuo e l’arte. Parlare di Marina Abramović Roma Confession significa parlare di un’opera che già prima della sua apertura ufficiale ha acceso conversazioni in tutta Europa.

Un asino d’oro sotto un arco antico: la genesi di Confession

L’Arco di Giano è uno dei monumenti romani meno celebrati dal turismo di massa, eppure è tra i più affascinanti: un arco quadrifronte del IV secolo d.C., collocato al Foro Boario, che per secoli ha segnato il confine tra la città commerciale e quella sacra. Scegliere questo luogo non è un caso. Abramović ha sempre lavorato sulla tensione tra il corpo umano e lo spazio che lo ospita, tra il gesto e il contesto architettonico che lo amplifica. Posizionare un asino in bronzo dorato sotto questa struttura millenaria significa instaurare un cortocircuito visivo e simbolico che è già, di per sé, una dichiarazione poetica.

L’opera è stata presentata in ottobre 2026 ed è promossa attraverso Rhinoceros Roma, la sede della Fondazione Alda Fendi Esperimenti che si trova proprio di fronte all’Arco di Giano. Non si tratta di una collocazione casuale: Rhinoceros è da anni un laboratorio culturale che ha saputo rivitalizzare questo angolo di Roma, trasformando un palazzo storico in un centro per l’arte contemporanea. L’asino di Abramović diventa così il naturale prolungamento di un progetto culturale che ha già dimostrato la propria capacità di dialogare con la città.

La partecipazione come cuore dell’opera

Ciò che distingue Confession da una semplice scultura monumentale è la sua natura partecipativa. I visitatori sono invitati ad avvicinarsi all’asino di bronzo dorato e a confidargli pensieri, emozioni, segreti. L’animale diventa un ricevitore silenzioso, un confessore paziente e non giudicante. In questo senso, il titolo dell’opera non è decorativo: è programmatico. La confessione — atto intimo per eccellenza, radicato nella tradizione religiosa e psicologica occidentale — viene qui laicizzata e restituita alla dimensione pubblica, urbana, collettiva.

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Abramović ha costruito l’intera sua carriera sull’idea che l’arte non possa esistere senza la presenza umana. Dalle performance storiche come Rhythm 0 (1974) a The Artist is Present (2010) al MoMA di New York — dove rimase seduta immobile per oltre 700 ore mentre i visitatori le si sedevano di fronte — il suo lavoro ha sempre richiesto un interlocutore reale, in carne e ossa. Confession sposta questa dinamica su un piano diverso: l’interlocutore è un animale, o meglio la sua effigie metallica, e l’atto partecipativo non richiede coraggio fisico ma vulnerabilità emotiva. Chiunque si avvicini all’asino e gli sussurri qualcosa compie un atto artistico senza saperlo — o forse sapendolo benissimo.

L’asino: simbolo, mito e provocazione

La scelta dell’asino non è innocente. Nella tradizione iconografica occidentale, l’asino è un animale ambivalente: simbolo di umiltà e fatica, ma anche di ostinazione e — in alcune tradizioni — di saggezza nascosta. Nel mito greco, Mida riceve le orecchie d’asino per aver preferito la musica di Pan a quella di Apollo; il barbiere che conosce il segreto lo sussurra alla terra, e la terra lo rivela. È un mito che parla esattamente di ciò che fa Confession: del peso dei segreti, del bisogno umano di liberarsene, della terra — o del bronzo — come ricettacolo di verità indicibili.

Nel Medioevo, l’asino era presente nelle scene della Natività e nella Festa dei Folli, cerimonia carnevalesca in cui le gerarchie venivano sovvertite e il sacro si mescolava al ridicolo. Nell’arte contemporanea, l’animale è stato usato da Joseph Beuys — altro grande maestro dell’arte relazionale — in modo altrettanto simbolico. Abramović conosce bene questa tradizione e la reinterpreta con il suo linguaggio: non performance efimera, questa volta, ma scultura permanente (almeno per la durata dell’esposizione), capace di resistere al tempo e agli sguardi dei passanti.

Il bronzo dorato aggiunge un ulteriore livello di significato. L’oro è il metallo del sacro, del potere, dell’eternità. Rivestire di oro — anche solo simbolicamente, attraverso la doratura — un animale storicamente associato alle classi umili e al lavoro manuale è un gesto che sovverte le gerarchie estetiche e sociali. L’asino di Confession è prezioso. Merita attenzione. Merita che gli si parli.

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Alda Fendi e la Fondazione: mecenati del contemporaneo a Roma

Dietro Confession c’è anche una storia di mecenatismo illuminato. Alda Fendi e la sua Fondazione Esperimenti hanno trasformato Rhinoceros — un palazzo nel cuore del Foro Boario — in uno spazio che ospita arte, architettura, moda e performance. La collaborazione con Abramović non è una sorpresa: la Fondazione ha sempre cercato artisti capaci di lavorare con la storia e lo spazio urbano romano, non di ignorarli.

Il progetto si inserisce in una tradizione di interventi site-specific che la Fondazione Alda Fendi Esperimenti ha promosso nel tempo, portando l’arte contemporanea in dialogo con l’archeologia e l’architettura storica di Roma. Rhinoceros stesso è un esempio di questo approccio: un edificio che conserva al suo interno tracce di epoche diverse, dalla Roma antica al Rinascimento, fino al contemporaneo. L’asino dorato di Abramović si inserisce in questa stratificazione come un ulteriore strato, quello del presente.

Marina Abramović alla soglia degli ottant’anni: un’artista ancora in movimento

Presentare un’opera di questa portata alla soglia degli ottant’anni dice molto su chi è Abramović oggi. Nata a Belgrado nel 1946, ha attraversato mezzo secolo di storia dell’arte con una coerenza rarissima: dal corpo come medium nelle performance degli anni Settanta, alle grandi installazioni immersive degli anni Duemila, fino ai progetti partecipativi dell’ultima fase. Confession non è un’opera di una vecchiaia quieta: è il lavoro di un’artista che continua a fare domande scomode, a scegliere luoghi carichi di storia, a coinvolgere il pubblico in atti che sembrano semplici ma non lo sono.

Il fatto che l’opera sia stata annunciata e presentata in ottobre 2026 a Roma, e che sia visibile al pubblico attraverso Rhinoceros e l’Arco di Giano restaurato, rende Confession un appuntamento che la città non può ignorare. Roma è abituata ai grandi gesti artistici — ha ospitato installazioni monumentali in piazze e musei — ma raramente un’opera riesce a inserirsi nel tessuto urbano con questa naturalezza, come se l’asino dorato fosse sempre stato lì, ad aspettare che qualcuno gli confidasse qualcosa.

Fermarsi davanti a Confession, avvicinarsi all’asino di bronzo e trovare le parole giuste — o scoprire di non averle — è già, in fondo, l’esperienza che Abramović vuole offrire. Non una risposta, ma una domanda. Non una certezza, ma uno spazio aperto in cui il segreto di ciascuno può esistere senza essere giudicato. In una città che porta il peso di duemila anni di storia, un asino dorato che ascolta è, forse, la cosa più contemporanea che si potesse immaginare.

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