Quando un ministro dichiara pubblicamente che le espulsioni di cittadini stranieri irregolari sono aumentate del 20-25% ogni anno e che nel 2025 si sono raggiunte le 7.000 unità, ci si aspetta che i numeri del suo stesso dicastero confermino l’affermazione. Non è quello che è successo con Matteo Piantedosi: i dati sui rimpatri comunicati dal Ministero dell’Interno a Eurostat — l’ufficio statistico dell’Unione Europea — raccontano una storia sensibilmente diversa, aprendo un dibattito serio sulla trasparenza delle cifre ufficiali in materia di immigrazione e sull’uso politico delle statistiche.
La dichiarazione e il divario con i rimpatri dati Eurostat
Nel corso del 2025, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha più volte ribadito in sedi istituzionali e nei media che i rimpatri di migranti irregolari stavano seguendo una traiettoria di crescita costante, con un incremento annuo stimato tra il 20 e il 25 per cento. Il dato più citato è stato quello relativo all’intero anno 2025: secondo le dichiarazioni del ministro, i rimpatri effettivi avrebbero raggiunto quota 7.000.
Il problema è emerso quando i ricercatori e i giornalisti hanno incrociato queste affermazioni con i rimpatri dati Eurostat, ovvero le cifre che lo stesso Ministero dell’Interno italiano ha trasmesso all’agenzia statistica europea. Secondo questi dati ufficiali, i rimpatri effettivamente registrati nel 2025 ammontano a 4.780. La differenza tra quanto dichiarato pubblicamente da Piantedosi e quanto il suo ministero ha comunicato a Eurostat supera le 2.000 unità — un divario che non può essere liquidato come una semplice questione di arrotondamento o di metodologie di calcolo diverse.
È importante sottolineare la natura di questo scarto: non si tratta di un confronto tra fonti esterne e dichiarazioni governative, ma di una contraddizione interna tra quanto il ministro afferma pubblicamente e quanto la sua stessa struttura burocratica certifica in sede europea. Questo rende il caso particolarmente rilevante dal punto di vista della trasparenza istituzionale.
Come si contano i rimpatri: la questione metodologica
Una delle prime obiezioni che si levano in casi simili riguarda la metodologia: è possibile che le cifre divergano semplicemente perché si sta misurando la stessa cosa con strumenti diversi? In parte, la risposta è sì — ma solo in parte.
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I rimpatri possono essere conteggiati in modi differenti a seconda che si includano o meno i rimpatri volontari assistiti, le espulsioni eseguite con accompagnamento alla frontiera, i trasferimenti nell’ambito del regolamento di Dublino verso altri Stati membri dell’Unione Europea, o ancora i rimpatri effettuati in collaborazione con altri Paesi. Le definizioni adottate da Eurostat seguono standard armonizzati a livello europeo, il che significa che i dati trasmessi dai singoli ministeri nazionali vengono raccolti secondo criteri condivisi e verificabili.
Se il Ministero dell’Interno italiano ha comunicato a Eurostat il dato di 4.780 rimpatri, significa che quella cifra riflette la definizione statistica concordata in sede europea. Il fatto che il ministro abbia poi dichiarato pubblicamente un numero superiore del 46% rispetto a quello certificato dal suo stesso ufficio solleva domande precise: quale definizione è stata usata nelle dichiarazioni pubbliche? Quali categorie sono state incluse che Eurostat non riconosce? E soprattutto, queste scelte sono state comunicate con chiarezza all’opinione pubblica?
Il contesto storico: i numeri del 2018 e del 2019
Per valutare correttamente la portata politica di questa vicenda, è utile collocarla in una prospettiva storica. I dati verificati mostrano che nel 2018 i rimpatri effettuati dall’Italia ammontavano a 8.033, mentre nel 2019 erano stati 7.457. Si tratta di cifre significativamente più alte rispetto ai 4.780 certificati da Eurostat per il 2025.
Questo confronto è rilevante per due ragioni. La prima è che smonta l’idea di una crescita progressiva e ininterrotta: se nel 2025 il dato Eurostat si ferma a meno di 5.000, è difficile sostenere che si stia assistendo a un incremento del 20-25% annuo su base continuativa. La seconda ragione è che ridimensiona la narrativa di un’efficienza eccezionale nell’esecuzione delle espulsioni rispetto ai governi precedenti: i numeri del 2018 e del 2019 — anni in cui era in carica un governo di diverso colore politico — erano superiori a quelli attuali secondo le rilevazioni europee.
È doveroso precisare che le fonti disponibili non forniscono un dato verificato per il 2017, e quindi non è possibile affermare con certezza che i rimpatri del 2025 siano inferiori a quelli di quell’anno. Quella comparazione rimane, al momento, priva di una base numerica sufficientemente solida per essere presentata come fatto accertato.
Perché i rimpatri dati Eurostat sono uno strumento di controllo democratico
La questione non è puramente tecnica. L’immigrazione irregolare è uno dei temi più sensibili del dibattito politico italiano ed europeo, e le cifre sui rimpatri vengono regolarmente usate per misurare l’efficacia delle politiche di contrasto all’immigrazione illegale. Quando un ministro dichiara numeri che non coincidono con quelli trasmessi dal suo stesso ministero all’autorità statistica europea, si crea un problema di affidabilità dell’informazione pubblica.
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I rimpatri dati Eurostat non sono semplicemente una raccolta di statistiche burocratiche: sono lo strumento attraverso cui i cittadini, i giornalisti, i parlamentari e le organizzazioni della società civile possono verificare in modo indipendente le affermazioni dei governi. È esattamente per questo che l’Unione Europea ha investito nella costruzione di un sistema statistico armonizzato: per rendere comparabili i dati tra i 27 Stati membri e per garantire un livello minimo di trasparenza che vada oltre la comunicazione politica dei singoli esecutivi.
Quando i dati ufficiali trasmessi a Eurostat e le dichiarazioni pubbliche di un ministro divergono di oltre 2.000 unità su un totale di circa 7.000 — uno scarto superiore al 30% — la questione merita un chiarimento istituzionale esplicito. Non si tratta di attaccare un governo o di difendere un altro: si tratta di pretendere che le cifre usate nel dibattito pubblico abbiano un fondamento verificabile.
La risposta istituzionale e il silenzio sui criteri
Fino ad ora, né il Ministero dell’Interno né il ministro Piantedosi hanno fornito una spiegazione pubblica dettagliata di come siano stati calcolati i 7.000 rimpatri dichiarati. Non è stato chiarito quali categorie di allontanamento siano state incluse nel computo ministeriale e quali criteri differenziali giustifichino la distanza dal dato comunicato a Eurostat.
Questa mancanza di trasparenza metodologica è, in sé, un problema. In un sistema democratico, le politiche pubbliche — soprattutto quelle che riguardano diritti fondamentali come la libertà di movimento e la protezione internazionale — devono poter essere valutate sulla base di dati chiari, coerenti e verificabili. L’uso di definizioni diverse a seconda del contesto comunicativo, senza esplicitarle, rischia di trasformare le statistiche in uno strumento di narrazione piuttosto che di misurazione.
La banca dati di Eurostat è accessibile pubblicamente e rappresenta uno dei pochi strumenti che consentono ai cittadini di confrontare le performance dei governi europei in materia di immigrazione su basi omogenee. Il fatto che i dati forniti dal Ministero dell’Interno italiano a quella stessa banca dati contraddicano le dichiarazioni pubbliche del suo vertice politico non è un dettaglio tecnico: è una questione di coerenza istituzionale che merita risposte chiare, non silenzi.
In un clima politico in cui il tema dei rimpatri occupa stabilmente l’agenda pubblica e viene usato come metro di giudizio sull’efficacia di un governo, la distanza tra i numeri dichiarati e quelli certificati in sede europea non può restare senza spiegazione. La credibilità delle politiche migratorie — e di chi le guida — passa anche dalla qualità e dall’onestà dei dati con cui vengono raccontate.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
