Nel panorama della transizione energetica globale, poche innovazioni hanno catturato l’attenzione degli investitori più potenti del mondo con la stessa rapidità di una startup italiana nata nel 2019. Si chiama Energy Dome, e la sua idea — usare la CO₂ come vettore per l’accumulo energetico, trasformando anidride carbonica in una sorta di batteria a CO2 per l’accumulo energetico su larga scala — è abbastanza rivoluzionaria da aver convinto Bill Gates a investirci decine di milioni di euro e da aver attirato l’interesse di colossi come Google. Ma cosa rende questa tecnologia davvero speciale, e perché potrebbe cambiare le regole del gioco per le energie rinnovabili?
Il problema che nessuno ha ancora risolto del tutto: l’intermittenza
Per capire l’importanza di Energy Dome, bisogna prima fare un passo indietro e guardare al tallone d’Achille delle energie rinnovabili. Il sole non splende sempre, il vento non soffia sempre. Questa intermittenza è il principale ostacolo alla piena affermazione del fotovoltaico e dell’eolico come fonti energetiche dominanti: produrre energia quando il sole è alto o il vento è forte è relativamente semplice; immagazzinarla per usarla quando servono è tutt’altra storia.
Le soluzioni attualmente più diffuse — in primo luogo le batterie agli ioni di litio — presentano limiti ben noti: costi elevati, dipendenza da materie prime critiche estratte in pochi paesi del mondo, difficoltà nello stoccaggio per periodi prolungati e problemi legati allo smaltimento. Per alimentare una rete elettrica in modo stabile e continuo, servono sistemi capaci di conservare grandi quantità di energia per molte ore, idealmente a costi competitivi. È esattamente qui che si inserisce la proposta di Energy Dome.
Come funziona la batteria a CO₂: il cuore dell’innovazione italiana
Il principio alla base della CO2 Battery di Energy Dome è tanto elegante quanto controintuitivo: utilizzare l’anidride carbonica — un gas normalmente considerato un problema ambientale — come working fluid, ovvero come fluido di lavoro per accumulare e rilasciare energia elettrica.
Il funzionamento si articola in due fasi principali. Durante la fase di carica, l’energia elettrica in eccesso prodotta da impianti solari o eolici viene utilizzata per comprimere la CO₂, che passa dallo stato gassoso allo stato liquido. Il gas viene stoccato in grandi strutture gonfiabili — i caratteristici dome che danno il nome all’azienda — a temperatura ambiente, senza bisogno di raffreddamento criogenico. La CO₂ liquida viene poi conservata in serbatoi pressurizzati.
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Nella fase di scarica, il processo si inverte: la CO₂ liquida viene riscaldata e riportata allo stato gassoso, espandendosi attraverso turbine che generano elettricità. Il ciclo è chiuso: la stessa CO₂ viene riutilizzata indefinitamente, senza emissioni e senza consumo del fluido di lavoro.
Il risultato è un sistema in grado di immagazzinare energia fino a 10 ore, rendendola disponibile 24 ore su 24 anche in assenza di sole o vento. Un dettaglio non secondario: secondo i dati disponibili, il costo di questo sistema è circa la metà di quello di un equivalente sistema a batterie agli ioni di litio. Non utilizza terre rare né materiali critici di difficile approvvigionamento, il che lo rende potenzialmente più sostenibile anche dal punto di vista della catena di fornitura.
Dal primo impianto in Sardegna alla scala industriale
La tecnologia non è rimasta confinata ai laboratori. Energy Dome ha già costruito il suo primo impianto dimostrativo in Sardegna, un banco di prova reale che ha permesso di validare il funzionamento del sistema in condizioni operative concrete. La Sardegna, con la sua elevata produzione da fonti rinnovabili e la sua posizione geografica, rappresenta un contesto ideale per testare soluzioni di accumulo su larga scala.
Il passo successivo è ambizioso: un impianto da 20 megawatt, supportato dall’investimento di Bill Gates. Si tratta di un salto di scala significativo, che porterebbe la tecnologia a una dimensione commercialmente rilevante per le reti elettriche nazionali e regionali. Un impianto da 20 MW, combinato con la capacità di stoccaggio per 10 ore, può fornire un contributo concreto alla stabilizzazione della rete in aree ad alta penetrazione di rinnovabili.

Bill Gates e Google: quando i grandi nomi scommettono sull’Italia
Che Bill Gates decida di investire 35 milioni di euro in una startup italiana è, di per sé, una notizia che vale la pena di sottolineare. Gates, attraverso il suo fondo focalizzato sulle tecnologie per il clima, ha da tempo identificato lo stoccaggio energetico di lunga durata come una delle priorità assolute per la decarbonizzazione del sistema energetico globale. La scelta di Energy Dome segnala che la tecnologia a CO₂ è considerata matura e promettente abbastanza da giustificare un impegno finanziario di questa portata.
Altrettanto significativo è l’interesse manifestato da Google. Il gigante tecnologico di Mountain View, che gestisce data center energivori in tutto il mondo e si è impegnato a operare con energia carbon-free entro la fine del decennio, ha identificato le batterie a CO₂ come una soluzione potenzialmente scalabile per lo stoccaggio di energia rinnovabile su larga scala. Google non ha bisogno di soluzioni marginali: quando si interessa a una tecnologia, lo fa perché vede in essa la capacità di rispondere a esigenze enormi.
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L’attenzione internazionale verso Energy Dome è, in fondo, anche un segnale più ampio: l’Italia — spesso percepita come un paese che fatica a valorizzare le proprie eccellenze tecnologiche — è qui protagonista di una storia di innovazione che parte dalla ricerca e arriva agli investitori più esigenti del pianeta.
Perché questa tecnologia è diversa dalle altre
Il mercato dello stoccaggio energetico è affollato di proposte: batterie al ferro-aria, sistemi a idrogeno, accumuli gravitazionali, centrali idroelettriche a pompaggio. Ognuna ha i propri vantaggi e limiti. La CO2 Battery di Energy Dome si distingue per alcune caratteristiche specifiche che la rendono particolarmente adatta allo stoccaggio di lunga durata — quella fascia temporale, tra le 4 e le 12 ore, che le batterie al litio faticano a coprire in modo economico.
In primo luogo, la scalabilità: il sistema può essere dimensionato in modo relativamente flessibile, adattandosi a diverse esigenze di rete. In secondo luogo, la durabilità: a differenza delle batterie elettrochimiche, che degradano nel tempo con i cicli di carica e scarica, un sistema meccanico-termico come quello di Energy Dome mantiene le sue prestazioni nel lungo periodo. In terzo luogo, l’assenza di materiali critici: la CO₂ è abbondante, non richiede estrazione mineraria e non è soggetta alle volatilità geopolitiche che caratterizzano il mercato del litio o del cobalto.
Per approfondire il contesto delle tecnologie di accumulo energetico e il loro ruolo nella transizione, il portale dell’Agenzia Internazionale dell’Energia offre una panoramica aggiornata e autorevole sullo stato dell’arte globale.
Cosa significa per il futuro delle rinnovabili
La sfida della transizione energetica non si vince solo installando più pannelli solari o più turbine eoliche. Si vince quando si riesce a garantire che quell’energia sia disponibile in modo affidabile, a qualsiasi ora del giorno e della notte, in qualsiasi condizione meteorologica. Lo stoccaggio è, in questo senso, il tassello mancante che può rendere le rinnovabili pienamente competitive con le fonti fossili anche sul piano della continuità di fornitura.
Energy Dome non è l’unica azienda a lavorare su questo problema, ma è tra quelle che hanno fatto i progressi più visibili e che hanno attratto la fiducia di investitori con una visione di lungo periodo. Il fatto che la soluzione venga da una startup italiana, fondata appena nel 2019 e già capace di realizzare un impianto pilota funzionante e di convincere figure come Bill Gates, dice qualcosa di importante: le idee migliori non hanno nazionalità, ma quando trovano terreno fertile — e, soprattutto, quando trovano i capitali giusti — possono crescere in fretta. La CO₂ che per decenni abbiamo cercato di eliminare dall’atmosfera potrebbe presto diventare uno degli strumenti più preziosi per costruire un sistema energetico più pulito.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
