Il 23 settembre 2026 rimarrà una data segnata nella storia energetica italiana: il Senato ha dato il via libera definitivo al ddl delega sul nucleare sostenibile, sancendo il ritorno formale dell’Italia all’atomo dopo quasi quarant’anni di assenza. Un voto che riapre un capitolo chiuso con il referendum del 1987 e che ridisegna, almeno nelle intenzioni del governo, la traiettoria energetica del Paese per i decenni a venire. Il dibattito sul nucleare in Italia torna dunque al centro dell’agenda politica con tutta la sua complessità — tecnica, economica e sociale — e con un orologio istituzionale che comincia adesso a ticchettare.
Il voto al Senato: numeri, percorso e significato politico
L’aula di Palazzo Madama ha approvato il disegno di legge delega con 81 voti favorevoli, 51 contrari e 7 astensioni. Un risultato che riflette una maggioranza solida ma non plebiscitaria, e che lascia trasparire le resistenze ancora presenti sia nell’opposizione sia in alcune frange della stessa coalizione di governo. Il testo era già passato alla Camera nel giugno 2026, e il via libera definitivo del Senato completa l’iter parlamentare, trasformando quello che era un programma elettorale in una norma dello Stato.
La premier Giorgia Meloni ha commentato il risultato con parole nette, definendo la decisione «coraggiosa» e di «buon senso». Una scelta lessicale significativa: il termine “coraggio” implica consapevolezza delle resistenze, mentre “buon senso” richiama un argomento pragmatico — quello dell’autonomia energetica e della riduzione della dipendenza dai combustibili fossili — che negli ultimi anni ha guadagnato crescente consenso anche in ambienti tradizionalmente scettici verso l’atomo. Il disegno di legge è stato presentato dal ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin, che ne è stato il principale architetto istituzionale e il volto tecnico-politico di questa svolta.
Cosa prevede concretamente la legge delega
Il ddl delega non costruisce centrali: stabilisce le regole del gioco entro cui il governo potrà farlo. Il meccanismo è quello della delega legislativa: il Parlamento fissa i principi e gli obiettivi, e l’esecutivo ha 12 mesi per adottare i decreti attuativi che definiranno nel dettaglio gli strumenti normativi necessari. Un anno, dunque, per tradurre l’intenzione politica in architettura regolatoria concreta.
I decreti dovranno coprire un perimetro molto ampio. La legge affronta l’intero ciclo di vita dell’energia nucleare: dalla costruzione e gestione degli impianti fino al loro smantellamento, passando per la sicurezza degli operatori e della popolazione, la gestione dei rifiuti radioattivi e il sostegno alla ricerca scientifica. Non si tratta, quindi, di una norma parziale o sperimentale: l’impianto è pensato per dotare l’Italia di un quadro regolatorio completo, capace di accompagnare lo sviluppo nucleare in tutte le sue fasi e per tutti i tipi di tecnologia oggi disponibili o in sviluppo.
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Tra le tecnologie esplicitamente contemplate figurano i reattori modulari di piccola taglia — i cosiddetti Small Modular Reactors (SMR) — e la fusione nucleare. Si tratta di un dettaglio tutt’altro che secondario: gli SMR rappresentano la frontiera più promettente del nucleare di nuova generazione, con costi di costruzione potenzialmente più contenuti, tempi di realizzazione più rapidi e profili di sicurezza migliorati rispetto ai grandi reattori tradizionali. Inserirli esplicitamente nel perimetro della legge significa che il governo italiano intende posizionarsi su questa tecnologia emergente, non limitarsi a recuperare un modello industriale del passato.
Quasi quarant’anni di assenza: il contesto storico del nucleare in Italia
Per comprendere la portata di questo voto è necessario fare un passo indietro. L’Italia fu tra i pionieri dell’energia nucleare civile: la centrale di Latina, inaugurata nel 1963, fu una delle prime in Europa. Negli anni Settanta erano operative anche le centrali di Garigliano e Trino Vercellese. Poi arrivò il referendum del 1987, indetto all’indomani del disastro di Chernobyl, che sancì l’uscita dell’Italia dall’atomo con una maggioranza schiacciante. Un secondo referendum nel 2011, dopo Fukushima, bloccò un tentativo di ritorno promosso dal governo Berlusconi.
Da allora, il nucleare in Italia è rimasto un tema tabù nella politica energetica ufficiale, mentre il Paese continuava a importare elettricità prodotta da centrali nucleari francesi e a pagare il conto di una dipendenza energetica strutturale. Il paradosso è noto: l’Italia ha finanziato indirettamente il nucleare altrui, rinunciando alla possibilità di produrlo in casa. La legge approvata il 23 settembre 2026 è il primo atto formale che tenta di chiudere questa contraddizione.

Il fronte del dissenso: opposizioni e società civile
Il voto al Senato non ha silenziato le voci critiche — le ha semmai rese più determinate. Le opposizioni hanno contestato il provvedimento su più fronti. Sul piano ambientale, il nodo irrisolto rimane quello dello stoccaggio dei rifiuti radioattivi: l’Italia non dispone ancora di un deposito nazionale definitivo per le scorie, e la questione della localizzazione di questo sito è da anni fonte di conflitti locali e blocchi procedurali. Approvare una legge che prevede la produzione di nuovi rifiuti radioattivi senza aver risolto il problema di quelli già esistenti è, per i critici, un errore di sequenza politica prima ancora che tecnica.
Sul piano economico, alcuni esperti sottolineano che i costi di costruzione dei reattori nucleari — anche di quelli di nuova generazione — restano elevati e i tempi di realizzazione spesso superiori alle previsioni iniziali. Le energie rinnovabili, nel frattempo, hanno raggiunto livelli di competitività di costo che rendono il confronto meno scontato di quanto il governo lasci intendere. Infine, c’è la questione dell’accettazione sociale: i referendum del 1987 e del 2011 hanno lasciato un’impronta profonda nell’opinione pubblica italiana, e non è chiaro se e quanto quella percezione sia cambiata.
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Il movimento ambientalista organizzato ha già annunciato mobilitazioni. Alcune regioni hanno espresso riserve formali sulla possibilità di ospitare impianti nucleari sul proprio territorio, aprendo il capitolo — delicatissimo — della governance territoriale delle scelte energetiche nazionali.
I prossimi passi: decreti, reattori e il calendario dell’incertezza
Con la promulgazione della legge, il cronometro dei 12 mesi per i decreti attuativi inizia a scorrere. Il ministro Pichetto Fratin dovrà guidare un processo normativo complesso, che coinvolgerà autorità di sicurezza, enti di ricerca, operatori industriali e, inevitabilmente, le regioni. La definizione dei criteri di localizzazione degli impianti sarà probabilmente il passaggio più politicamente accidentato: ogni territorio tenderà a escludersi, e trovare una soluzione condivisa richiederà una regia istituzionale molto solida.
Sul fronte industriale, l’Italia potrà contare su alcune competenze sopravvissute all’era post-nucleare — in particolare nel settore della componentistica e dell’ingegneria nucleare — ma dovrà ricostruire una filiera che in quarant’anni si è in larga parte dispersa o delocalizzata. Le partnership con operatori europei e internazionali saranno probabilmente indispensabili, sia per il trasferimento tecnologico sia per la gestione dei rischi finanziari.
Per quanto riguarda le tempistiche operative, i tempi di realizzazione degli impianti — specialmente degli SMR, che rappresentano la punta di diamante della strategia governativa — rimangono soggetti a variabili tecnologiche e regolatorie che rendono qualsiasi previsione da trattare con cautela. Quello che è certo è che la legge approvata al Senato è il punto di partenza, non di arrivo: un atto necessario ma non sufficiente, che apre una fase di costruzione normativa, industriale e sociale ancora tutta da percorrere.
L’Italia si rimette in cammino verso il nucleare con un voto parlamentare che ha il peso della storia e la leggerezza di chi sa che la strada è ancora lunga. Quello che il Senato ha approvato il 23 settembre 2026 è, nei fatti, una promessa: al Paese, all’industria, all’Europa. Mantenerla dipenderà da scelte concrete — sui siti, sui finanziamenti, sulle tecnologie, sulla trasparenza — che le prossime stagioni politiche dovranno affrontare senza potersi più nascondere dietro l’assenza di una cornice normativa. Quella cornice, adesso, c’è.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
