Quando due fratelli che non si parlavano da sedici anni si siedono fianco a fianco sul red carpet della Mostra del Cinema di Venezia, il gesto vale più di mille comunicati stampa. È successo il 5 settembre 2026, giorno della premiere mondiale di Oasis: Don’t Look Back in Anger, il documentario sulla reunion dei Gallagher che ha trasformato il Lido in un palcoscenico rock — e che ha confermato, se mai ce ne fosse stato bisogno, che Liam e Noel Gallagher sono ancora capaci di catalizzare l’attenzione del mondo intero. Il documentario oasis reunion firmato da Dylan Southern e Will Lovelace ha fatto il suo debutto nella sezione Fuori Concorso della 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, e già la sua presenza al festival più antico del mondo dice qualcosa di importante: questa non è una semplice operazione nostalgia, ma un documento culturale che merita di stare accanto ai grandi film dell’anno.
Una premiere che ha fermato Venezia
Il Lido di Venezia è abituato agli incontri improbabili: attori di Hollywood, registi d’autore, produzioni internazionali che si mescolano ai vaporetti e ai turisti. Ma l’arrivo di Liam e Noel Gallagher alla Mostra del Cinema ha avuto un sapore diverso, quasi surreale. I due fratelli di Manchester, protagonisti di una delle faide fraterne più celebri della storia del rock, hanno calcato insieme il tappeto rosso per la prima volta dopo anni di silenzio pubblico condiviso — e la folla li ha accolti con l’entusiasmo riservato soltanto alle leggende.
La scelta di Venezia non è casuale. La 83ª edizione della Mostra ha da sempre una vocazione ampia, capace di ospitare nella sezione Fuori Concorso opere che non si piegano alle categorie tradizionali del cinema d’autore ma che portano con sé un peso culturale innegabile. Oasis: Don’t Look Back in Anger è esattamente questo tipo di film: un’opera che sfugge alle classificazioni, a metà strada tra il concert film e il ritratto psicologico di due personalità che hanno segnato un’epoca.
La sezione Fuori Concorso, va ricordato, non è una categoria di serie B. È lo spazio che Venezia riserva ai film che hanno qualcosa da dire al di là dei premi, che entrano nel programma per il loro valore intrinseco e per la capacità di generare dibattito. Averci proiettato il documentario sulla reunion degli Oasis è, in questo senso, una dichiarazione di intenti precisa: il cinema può e deve raccontare anche la musica popolare, le sue contraddizioni, le sue ferite e i suoi ritorni.
Dylan Southern e Will Lovelace: chi sono i registi dietro la macchina da presa
Non è la prima volta che Dylan Southern e Will Lovelace si confrontano con il mondo della musica rock attraverso il linguaggio documentaristico. I due registi britannici hanno costruito una carriera solida nel genere, sviluppando uno stile che privilegia l’intimità rispetto allo spettacolo, la complessità psicologica rispetto alla celebrazione acritica. Affidare loro il documentario sulla reunion degli Oasis è stata una scelta precisa: non si trattava di realizzare un prodotto promozionale, ma di andare in profondità in una storia umana prima ancora che musicale.
Southern e Lovelace hanno avuto accesso privilegiato al tour Live ’25, il grande ritorno dal vivo degli Oasis che ha portato Liam e Noel a suonare insieme per la prima volta dopo la rottura del 2009. Ma il film non si limita a documentare i concerti: è, nelle parole di chi lo ha visto a Venezia, una vera e propria esplorazione del rapporto conflittuale tra i due fratelli, con tutto il peso emotivo che questo comporta. La telecamera non si accontenta delle immagini sul palco — cerca le crepe, i silenzi, i momenti in cui la storia riemerge nonostante tutto.
Questo approccio distingue Oasis: Don’t Look Back in Anger dalla grande maggioranza dei film musicali che circolano nel circuito festival. Troppo spesso il documentario rock si riduce a una sequenza di riprese live montate con abilità tecnica ma prive di sostanza narrativa. Qui, invece, i registi sembrano interessati a una domanda più difficile: cosa succede quando due persone che si sono fatte del male scelgono di tornare insieme? E quella domanda, ovviamente, non riguarda solo i Gallagher.
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Il documentario oasis reunion e la storia della rottura del 2009
Per capire il peso di questo film bisogna tornare indietro a quella sera del 28 agosto 2009, quando gli Oasis si sciolsero nel backstage del festival di Rock en Seine a Parigi. Noel Gallagher annunciò la sua uscita dalla band con un comunicato secco, parlando di una situazione diventata insostenibile. Liam non tardò a rispondere, e nei mesi e negli anni successivi il botta e risposta tra i due fratelli divenne uno degli spettacoli più bizzarri e dolorosi del rock britannico: insulti via social media, interviste al vetriolo, dichiarazioni contraddittorie su un’eventuale reunion che sembrava ogni volta più impossibile.
Per sedici anni, i fan degli Oasis hanno vissuto in un limbo strano: la musica della band — da Definitely Maybe a (What’s the Story) Morning Glory?, da Be Here Now agli album successivi — continuava a essere ascoltata, amata, cantata in coro in ogni angolo del mondo. Ma la band non esisteva più. E la domanda “torneranno mai insieme?” è rimasta senza risposta per quasi due decenni, diventando una sorta di tormentone collettivo nel panorama musicale globale.
Quando nell’estate del 2025 è stato annunciato il tour Live ’25, la reazione del pubblico è stata immediata e travolgente. I biglietti sono andati esauriti in tempi record, generando code virtuali di centinaia di migliaia di persone e alimentando un dibattito acceso sulle piattaforme di ticketing e sui prezzi della rivendita. Ma al di là della logistica, la notizia aveva un significato che andava ben oltre il semplice evento musicale: significava che Liam e Noel avevano trovato un modo per stare di nuovo nella stessa stanza, per suonare di nuovo insieme, per mettere da parte — almeno in parte — anni di rancore.
Il documentario oasis reunion nasce proprio da questo contesto, e la sua forza sta nel fatto che non cerca di semplificare una storia complicata. La riconciliazione dei Gallagher non è una favola a lieto fine confezionata per il mercato: è qualcosa di più ambiguo, di più vero, e i registi Southern e Lovelace sembrano averlo capito perfettamente.
Parte concert film, parte ritratto psicologico

Una delle caratteristiche più interessanti di Oasis: Don’t Look Back in Anger è la sua struttura ibrida. Il film è, al tempo stesso, un concert film e un’esplorazione del rapporto tra Noel e Liam Gallagher — e questa doppia natura non è una debolezza, ma la sua ragione d’essere più profonda.
Sul versante musicale, il documentario offre ciò che i fan si aspettano: le canzoni iconiche, il pubblico in delirio, l’energia di una band che sul palco ha sempre saputo essere qualcosa di più grande della somma delle sue parti. Sentire Champagne Supernova o Wonderwall cantata da decine di migliaia di persone è un’esperienza che il cinema sa restituire con una potenza particolare, quando il lavoro di ripresa e montaggio è all’altezza della situazione. E Southern e Lovelace, con la loro esperienza nel genere, sanno esattamente come catturare quella magia senza renderla artificiale.
Ma è il versante più intimo del film quello che, stando alle prime reazioni da Venezia, ha sorpreso di più il pubblico. Il documentario non si limita a mostrare i Gallagher sul palco: li segue nei momenti di pausa, nei corridoi dei venue, nelle conversazioni che precedono e seguono i concerti. E in quei momenti emerge qualcosa di difficile da definire — non la pace ritrovata in senso sentimentale, ma qualcosa di più sottile e realistico: due persone che hanno imparato, forse, a coesistere con la propria storia comune senza negarla.
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Il titolo stesso, Don’t Look Back in Anger, è naturalmente il titolo di una delle canzoni più amate degli Oasis, scritta e cantata da Noel — un dettaglio non banale, considerando che Liam era il cantante principale della band. Usarlo come titolo del documentario sulla reunion è un gesto carico di significato: suggerisce che il film voglia fare esattamente quello che la canzone invita a fare, ovvero guardare al passato senza lasciarsene consumare. Se ci riesca davvero, è una domanda che ogni spettatore dovrà rispondere da solo.
Il significato culturale di un ritorno atteso da un’intera generazione
Gli Oasis non sono stati soltanto una band rock di successo. Sono stati, per una generazione intera, qualcosa di più difficile da articolare: un punto di riferimento identitario, una colonna sonora collettiva, un modo di essere giovani e arrabbiati e speranzosi allo stesso tempo. La loro musica ha attraversato gli anni Novanta e i Duemila con una presenza costante, e la loro assenza — dopo il 2009 — ha lasciato un vuoto che nessuna delle carriere soliste dei due fratelli è riuscita a colmare del tutto.
Il ritorno degli Oasis con il tour Live ’25 ha riaperto quella ferita nel modo migliore possibile: non cancellandola, ma riconoscendola. E il documentario oasis reunion che Southern e Lovelace hanno costruito intorno a quella esperienza sembra voler fare la stessa cosa sul grande schermo: non riscrivere la storia, non offrire una versione edulcorata di eventi complessi, ma guardare in faccia la realtà di due uomini e di una band che hanno vissuto insieme qualcosa di straordinario, si sono fatti del male, e hanno scelto di tornare.
Venezia, con la sua capacità di trasformare ogni premiere in un momento di storia, era il luogo giusto per questo debutto. Il fatto che Oasis: Don’t Look Back in Anger abbia scelto la Mostra del Cinema come palcoscenico d’apertura dice qualcosa di preciso sulle ambizioni del progetto: non è un film per soli fan, ma un’opera che vuole parlare a chiunque abbia mai vissuto la frattura di un rapporto importante e si sia chiesto se fosse possibile, in qualche modo, tornare indietro — o almeno andare avanti senza portarsi dietro tutto il peso del rancore.
La sezione Fuori Concorso e il ruolo del documentario musicale nel cinema contemporaneo
La presenza di Oasis: Don’t Look Back in Anger nella sezione Fuori Concorso di Venezia 83 apre una riflessione più ampia sul posto che il documentario musicale occupa nel panorama cinematografico contemporaneo. Negli ultimi anni, il genere ha conosciuto una vera e propria rinascita, trainata in parte dalle piattaforme di streaming che hanno investito massicciamente in produzioni dedicate a grandi nomi della musica pop e rock. Ma non tutti questi lavori hanno la stessa ambizione o la stessa qualità: molti si limitano a essere prodotti di intrattenimento ben confezionati, senza la profondità necessaria per durare nel tempo.
Il fatto che un festival come Venezia abbia scelto di includere il documentario sulla reunion degli Oasis nel suo programma ufficiale — anche se nella sezione non competitiva — è un segnale importante. Significa che il cinema d’autore riconosce in certi documentari musicali una dignità artistica che va oltre la semplice celebrazione del soggetto. E significa che Southern e Lovelace hanno convinto la selezione veneziana di avere qualcosa di autentico da dire.
Per i fan degli Oasis, naturalmente, tutto questo è quasi secondario rispetto all’emozione di vedere Liam e Noel insieme — sul palco e ora anche sullo schermo. Ma per chi guarda il film senza l’investimento emotivo di chi ha cantato Wonderwall a vent’anni, il documentario oasis reunion potrebbe rivelarsi qualcosa di inaspettato: non solo la storia di una band, ma la storia di come si impara — o non si impara — a fare pace con chi si è stati e con chi si è amato e odiato nel tempo stesso.
Venezia ha alzato il sipario. Ora tocca al pubblico di tutto il mondo decidere cosa farsene.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
