Domenico Zuccarella e il suicidio assistito in Lombardia: una svolta storica per la sanità pubblica italiana
Il 25 agosto 2026 segna una data che difficilmente passerà inosservata nella storia della medicina e del diritto italiano. Domenico Zuccarella, 59 anni, affetto da sclerosi multipla secondariamente progressiva, è morto con il supporto del servizio sanitario regionale lombardo, diventando il primo caso di suicidio assistito in Lombardia interamente organizzato e gestito dalla sanità pubblica. Non si tratta di un episodio isolato nel vuoto: è il segnale concreto, verificabile, che qualcosa nel sistema è cambiato, e che quella che per anni è rimasta una battaglia legale e civile astratta ha trovato finalmente una sua traduzione operativa nel cuore del sistema sanitario nazionale.
La notizia è stata confermata da fonti autorevoli e indipendenti — HuffPost Italia, Corriere della Sera, ANSA e Il Fatto Quotidiano — che concordano su tutti i dati essenziali: il nome, l’età, la malattia, la data, e soprattutto il ruolo inedito svolto dalla sanità regionale lombarda. Domenico era la terza persona in Lombardia ad accedere alla morte volontaria, ma il primo per cui l’intero percorso di attuazione è stato organizzato direttamente dal servizio sanitario pubblico.
Chi era Domenico Zuccarella
Domenico Zuccarella aveva 59 anni. Era affetto da sclerosi multipla secondariamente progressiva, una delle forme più severe e invalidanti di questa malattia neurologica cronica. La sclerosi multipla secondariamente progressiva rappresenta una fase evolutiva della malattia in cui, dopo un periodo iniziale con ricadute e remissioni, il decorso diventa progressivo e continuo, con un accumulo di disabilità che non si arresta. Non esistono terapie in grado di invertire questo processo: le cure disponibili possono al più rallentarne l’avanzamento, ma non fermarlo.
Per chi vive questa condizione, la quotidianità può diventare un percorso estremamente difficile: la perdita progressiva della mobilità, le difficoltà cognitive, i dolori cronici, la dipendenza totale da terzi per le funzioni più elementari della vita. Sono queste le circostanze in cui molte persone, in Italia e nel mondo, si trovano a interrogarsi sul diritto di decidere quando e come porre fine alla propria esistenza.
Domenico ha fatto questa scelta. E lo ha fatto attraverso un percorso che, per la prima volta in Lombardia, non ha richiesto il supporto di associazioni private o di strutture al di fuori del sistema pubblico: è stato il servizio sanitario regionale a farsi carico dell’intera fase attuativa.
Il percorso verso la morte volontaria: cosa è cambiato in Italia
Per comprendere il significato di questo momento, è necessario fare un passo indietro e inquadrare il contesto normativo e giuridico in cui si inserisce. In Italia, il tema del fine vita ha attraversato decenni di battaglie legali, sentenze storiche e vuoti legislativi che hanno lasciato i cittadini e i medici in una zona grigia spesso insostenibile.
Il punto di svolta fondamentale è rappresentato dalla sentenza 242 del 2019 della Corte Costituzionale, che ha stabilito che non è punibile chi agevola l’esecuzione del proposito suicidario di un paziente che soddisfi quattro condizioni precise: essere tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale, essere affetto da una patologia irreversibile fonte di sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili, essere pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli, e avere ricevuto adeguate cure palliative. Quella sentenza — che riguardava il caso di Fabiano Antoniani, noto come DJ Fabo — non ha introdotto una legge, ma ha creato una cornice entro cui le richieste potevano, almeno in teoria, essere valutate.
Il problema, negli anni successivi, è rimasto prevalentemente pratico: chi doveva occuparsi di verificare i requisiti? Chi doveva fornire il farmaco? Chi doveva gestire la procedura? In assenza di una legge organica approvata dal Parlamento, le strutture sanitarie pubbliche si sono spesso tirate indietro, lasciando che le associazioni come l’Associazione Luca Coscioni si facessero carico del lavoro di accompagnamento. Il risultato è stato un accesso disomogeneo, lento, spesso ostacolato da obiezioni di coscienza istituzionali o da inerzie burocratiche.
Il caso di Domenico Zuccarella rappresenta una rottura con questo schema. Per la prima volta in Lombardia, la sanità pubblica non si è limitata a “non ostacolare”: ha organizzato, gestito, accompagnato. Questo è il salto qualitativo che rende il 25 agosto 2026 una data rilevante non solo per la storia personale di un uomo, ma per quella del sistema sanitario italiano.
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Il suicidio assistito in Lombardia: dalla terza alla prima volta davvero pubblica
Domenico Zuccarella era, come detto, la terza persona in Lombardia ad accedere alla morte volontaria assistita. I due casi precedenti avevano seguito percorsi diversi, in cui il sistema pubblico aveva avuto un ruolo parziale o marginale. In quei casi, la componente organizzativa era stata affidata, almeno in parte, a soggetti esterni al SSN.
Questa volta è andata diversamente. Il servizio sanitario regionale lombardo ha assunto direttamente la responsabilità dell’intera fase attuativa del percorso. Questo significa che la verifica dei requisiti, la gestione del farmaco, il supporto clinico e procedurale sono stati erogati nell’ambito del sistema pubblico, senza delegare a terzi le parti più delicate e decisive dell’iter.
È un passaggio che ha un significato che va oltre il singolo caso. Significa che il sistema sanitario pubblico lombardo — uno dei più grandi e strutturati d’Italia — ha dimostrato di essere in grado di gestire questo tipo di procedura in modo autonomo e completo. Significa che esiste, almeno in questo territorio, una capacità operativa che prima non era stata dispiegata in modo così diretto.
Il tema del suicidio assistito in Lombardia smette così di essere solo una questione di principio o di dibattito etico: diventa una realtà concreta, con protocolli, responsabilità, e un precedente a cui altri casi potranno fare riferimento.
La sclerosi multipla secondariamente progressiva: una malattia senza via di ritorno

Vale la pena soffermarsi sulla condizione che ha portato Domenico a questa scelta, non per morbosità, ma perché capire la malattia aiuta a capire il peso della decisione e il contesto in cui essa matura.
La sclerosi multipla è una malattia autoimmune del sistema nervoso centrale in cui il sistema immunitario attacca la mielina, il rivestimento protettivo dei nervi. Nella forma secondariamente progressiva, dopo una fase iniziale recidivante-remittente, la malattia entra in una traiettoria di peggioramento continuo. I sintomi possono includere paralisi parziale o totale, difficoltà nella parola e nella deglutizione, perdita del controllo della vescica e dell’intestino, dolore neuropatico cronico, affaticamento estremo e disturbi cognitivi.
Secondo i dati dell’Associazione Italiana Sclerosi Multipla (AISM), in Italia vivono circa 137.000 persone con sclerosi multipla. Di queste, una quota significativa svilupperà nel tempo la forma secondariamente progressiva. Non esiste una cura risolutiva: le terapie disponibili possono modificare il decorso nelle fasi iniziali, ma nella fase progressiva secondaria le opzioni terapeutiche sono limitate e spesso focalizzate sul controllo dei sintomi piuttosto che sull’arresto della progressione.
In questo contesto, la scelta di Domenico non può essere letta come un gesto impulsivo o come il frutto di una crisi momentanea. È il risultato di un percorso lungo, valutato da professionisti sanitari, verificato rispetto ai criteri stabiliti dalla giurisprudenza costituzionale, e accompagnato da un sistema che, questa volta, non si è sottratto alle proprie responsabilità.
Il dibattito etico e politico: posizioni a confronto
La notizia della morte di Domenico Zuccarella ha riacceso, inevitabilmente, il dibattito pubblico sul fine vita in Italia. Le posizioni in campo sono note e consolidate, e non è questa la sede per risolverle — né sarebbe possibile farlo. Ma è utile registrarle con precisione, senza appiattirle su caricature.
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Da un lato, le associazioni laiche e i sostenitori del diritto all’autodeterminazione vedono nel caso di Domenico una conferma che il sistema può funzionare, che la sanità pubblica può essere all’altezza del compito, e che non è necessario lasciare i pazienti soli o affidarsi a percorsi informali. Per questi soggetti, il fatto che la Lombardia abbia gestito interamente il caso attraverso i propri strumenti istituzionali è un segnale positivo che dovrebbe essere replicato e istituzionalizzato a livello nazionale con una legge organica.
Dall’altro lato, le voci critiche — spesso legate a posizioni religiose o bioetiche di stampo conservatore — continuano a sottolineare i rischi di una deriva in cui la morte assistita diventi una risposta ordinaria alla sofferenza, piuttosto che un’eccezione estrema e rigorosamente circoscritta. Il timore, in questi ambienti, è che l’istituzionalizzazione progressiva del suicidio assistito finisca per indebolire l’investimento nelle cure palliative e nel sostegno ai malati cronici.
È un dibattito che non si chiude con un singolo caso, per quanto simbolicamente rilevante. Ma il caso di Domenico aggiunge un elemento concreto alla discussione: la dimostrazione che il sistema pubblico, quando decide di farlo, è in grado di gestire queste procedure con rigore e responsabilità.
Cosa significa per il futuro: precedente e prospettive
Il caso di Domenico Zuccarella apre interrogativi importanti sul futuro del suicidio assistito in Lombardia e, più in generale, in Italia. Il primo riguarda la replicabilità del modello: ora che la sanità regionale lombarda ha dimostrato di poter gestire l’intera procedura, altri casi potranno seguire lo stesso percorso? Esistono protocolli codificati che altri ospedali e ASL potranno adottare?
Il secondo interrogativo riguarda il livello nazionale. L’Italia è ancora priva di una legge organica sul fine vita che regolamenti in modo chiaro e uniforme l’accesso alla morte volontaria assistita su tutto il territorio. Questo significa che l’applicazione della sentenza 242/2019 resta disomogenea: in alcune regioni i percorsi sono più accessibili, in altre praticamente inesistenti. Il rischio è quello di una “geografia del fine vita” in cui il diritto all’autodeterminazione dipende dal codice postale del paziente.
Il terzo interrogativo è più sottile ma non meno importante: come si garantisce che il percorso verso la morte volontaria assistita sia sempre accompagnato da un’offerta reale e adeguata di cure palliative? La legge 38 del 2010 sulle cure palliative esiste, ma la sua applicazione è ancora disomogenea. Perché la scelta di Domenico possa essere davvero libera, occorre che esistano alternative reali alla sofferenza, e che queste alternative siano accessibili a tutti.
Una morte che interpella il sistema
Domenico Zuccarella aveva 59 anni. Aveva una malattia progressiva e irreversibile. Ha scelto di morire, e lo ha fatto con il supporto del sistema sanitario pubblico della sua regione. È il terzo caso in Lombardia di accesso alla morte volontaria, ma il primo in cui la sanità pubblica ha gestito l’intera fase attuativa dall’inizio alla fine.
Raccontare questa storia con rispetto e precisione non significa prendere posizione nel dibattito etico sul fine vita. Significa riconoscere che Domenico era una persona reale, che ha affrontato una condizione reale, e che ha esercitato un diritto riconosciuto dalla Corte Costituzionale italiana. Significa anche riconoscere che il sistema sanitario lombardo ha fatto qualcosa di nuovo e significativo, e che questo merita attenzione e analisi, non solo cronaca.
Il suicidio assistito in Lombardia non è più solo un tema di dibattito: è una realtà operativa. E la domanda che questo caso pone al Parlamento, alle Regioni e alla società italiana è semplice nella sua formulazione, quanto complessa nella risposta: siamo pronti a costruire un sistema che garantisca questo diritto in modo equo, dignitoso e uniforme su tutto il territorio nazionale? La storia di Domenico suggerisce che la risposta non può più essere rinviata.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
