Glovo e lo sfruttamento dei rider: il pm di Milano chiede le assunzioni, un terzo delle ore non è stato pagato
Un terzo delle ore lavorate non retribuito, aumenti salariali che si rivelano una finzione algoritmica, e una piattaforma di delivery che — secondo la Procura di Milano — non ha ancora fatto abbastanza per correggere le proprie pratiche. Il tema dello sfruttamento dei rider Glovo torna al centro del dibattito pubblico con una mossa che potrebbe riscrivere le regole del gioco per l’intera economia delle consegne in Italia. Il 26 agosto 2026, il pubblico ministero Paolo Storari ha depositato un parere negativo sull’uscita di Foodinho srl — la società italiana che gestisce Glovo — dall’amministrazione giudiziaria, chiedendo al contempo che i rider vengano assunti come lavoratori dipendenti. Una posizione netta, documentata, che merita di essere letta con attenzione.
Che cos’è l’amministrazione giudiziaria e perché Foodinho ci è finita dentro
L’amministrazione giudiziaria è uno strumento previsto dall’ordinamento italiano che consente alla magistratura di affidare la gestione di un’azienda a un commissario nominato dal tribunale, quando emergono irregolarità gravi nella conduzione dell’impresa. Non è una misura penale in senso stretto, ma ha effetti molto concreti: l’azienda continua a operare, ma sotto la supervisione di un soggetto terzo che risponde al giudice.
Nel caso di Glovo — o meglio, di Foodinho srl, la sua controllata italiana — l’amministrazione giudiziaria è stata disposta proprio in relazione alle condizioni di lavoro dei rider, i fattorini che ogni giorno percorrono le strade delle città italiane per consegnare cibo, farmaci e altri prodotti. La questione dello sfruttamento dei rider Glovo non è dunque una novità di agosto 2026: è il capitolo più recente di una vicenda giudiziaria che si trascina da tempo e che la Procura di Milano ha deciso di non considerare chiusa.
Il parere negativo firmato dal pm Paolo Storari il 26 agosto 2026 blocca, almeno per ora, la possibilità per Foodinho di tornare a operare in piena autonomia, senza la supervisione del commissario giudiziario. Il messaggio della Procura è chiaro: le condizioni che hanno reso necessaria la misura non sono state rimosse in modo soddisfacente.
L’algoritmo che “mangia” le ore: come funziona il meccanismo delle ore non pagate
Il cuore dell’accusa riguarda un meccanismo tanto semplice nella sua logica quanto devastante nei suoi effetti sui lavoratori: l’algoritmo di Glovo avrebbe sistematicamente ridotto le ore di lavoro riconosciute ai rider. Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, il sistema sottraeva tre ore di lavoro ogni dieci: in pratica, per ogni giornata lavorativa completa, il rider veniva pagato come se avesse lavorato sette ore su dieci. Un terzo del tempo effettivamente impiegato spariva nei calcoli della piattaforma.
Questo significa che un rider che trascorreva, poniamo, dieci ore in sella alla bici o allo scooter — in attesa di ordini, in movimento tra un ristorante e un cliente, fermo a un semaforo sotto la pioggia — ne veniva retribuito per sette. Le tre ore rimanenti, semplicemente, non esistevano nei registri della piattaforma. Non venivano conteggiate, non venivano pagate.
Il meccanismo si inserisce in un quadro già noto agli studiosi del lavoro digitale: le piattaforme di gig economy tendono a classificare i propri lavoratori come “collaboratori autonomi” o “liberi professionisti”, sottraendosi così agli obblighi tipici del rapporto di lavoro dipendente — contributi previdenziali, ferie pagate, malattia, tredicesima. Ma il caso Glovo va oltre la questione classificatoria: qui si parla di ore di lavoro concretamente prestate e non remunerate, il che configura una situazione ancora più grave.
Gli “aumenti truccati”: quando il salario cresce solo sulla carta
Accanto al problema delle ore non pagate, la Procura di Milano ha rilevato un secondo elemento di forte criticità: gli aumenti salariali annunciati da Glovo si sarebbero rivelati, nei fatti, degli aumenti truccati. La parola è forte, ma è quella usata nelle ricostruzioni giornalistiche basate sugli atti della Procura.
Il meccanismo, stando a quanto emerso, funzionerebbe così: la piattaforma comunica ai rider un aumento della tariffa per consegna o un miglioramento delle condizioni economiche, ma contestualmente modifica i parametri algoritmici in modo da compensare — o addirittura annullare — il beneficio apparente. L’algoritmo riduce il numero di ore riconosciute, oppure modifica i criteri di assegnazione degli ordini, in modo tale che il guadagno netto del rider non aumenti realmente, o aumenti in misura molto inferiore a quanto annunciato.
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È una forma di illusionismo economico: sulla carta i rider guadagnano di più, nella realtà i loro portafogli raccontano una storia diversa. Per la Procura di Milano, questo schema non è compatibile con un’uscita dall’amministrazione giudiziaria, perché dimostra che le pratiche scorrette non sono state abbandonate, ma semmai perfezionate.
La richiesta della Procura: assumere i rider come dipendenti
La posizione del pm Paolo Storari non si limita a bloccare l’uscita di Foodinho dall’amministrazione giudiziaria: va oltre, chiedendo che i rider di Glovo vengano assunti come lavoratori dipendenti. È una richiesta che, se accolta, cambierebbe radicalmente il modello di business della piattaforma in Italia.
Assumere i rider come dipendenti significa riconoscere loro tutti i diritti previsti dal contratto collettivo nazionale di riferimento: stipendio fisso (o almeno una paga minima garantita), contributi previdenziali versati dal datore di lavoro, copertura in caso di malattia o infortunio, ferie retribuite, diritto alla tredicesima e, in caso di licenziamento, le tutele previste dalla legge. Significa anche che la piattaforma non può più “disattivare” un rider con un click, come se stesse cancellando un account, ma deve seguire le procedure previste per i licenziamenti.
Per Glovo, questo scenario rappresenta un cambiamento strutturale. Il modello della gig economy si regge, in larga misura, sulla flessibilità del lavoro autonomo: i rider si connettono quando vogliono, accettano gli ordini che vogliono, e la piattaforma non deve sostenere i costi fissi tipici di un rapporto di lavoro subordinato. Se quella flessibilità viene meno — o se deve essere garantita comunque, ma con le tutele del lavoro dipendente — i conti del business cambiano in modo significativo.
La richiesta della Procura di Milano si inserisce in un dibattito europeo e internazionale molto più ampio sul futuro del lavoro nelle piattaforme digitali. L’ANSA ha riportato la notizia sottolineando proprio la portata della richiesta: non una multa, non una misura correttiva marginale, ma un ripensamento del rapporto di lavoro alla radice.
Il contesto italiano: rider, piattaforme e il nodo della tutela lavorativa
La vicenda di Glovo e Foodinho non nasce nel vuoto. In Italia, il tema dei diritti dei lavoratori delle piattaforme digitali è oggetto di discussione e di contenzioso giudiziario da anni. Le piattaforme di food delivery — non solo Glovo, ma anche altri operatori del settore — hanno a lungo sostenuto che i propri rider fossero lavoratori autonomi, liberi di scegliere quando e quanto lavorare, e quindi non soggetti alle tutele del lavoro dipendente.
Questa impostazione è stata contestata da sindacati, associazioni di categoria e, progressivamente, anche dalla magistratura. Diverse sentenze italiane hanno riconosciuto, in vari gradi di giudizio, che il rapporto tra le piattaforme e i rider presenta caratteristiche proprie del lavoro subordinato: la piattaforma fissa le tariffe, gestisce i clienti, controlla la qualità del servizio tramite sistemi di rating, e può escludere il rider dalla piattaforma stessa. Il rider, dal canto suo, non ha una vera autonomia imprenditoriale: non può fissare i propri prezzi, non può scegliere i propri clienti, non può costruire una clientela propria.

Il caso Glovo/Foodinho ha aggiunto un elemento ulteriore a questo quadro: la prova che le pratiche di gestione algoritmica del lavoro possono essere usate per sottrarre ai lavoratori una parte della retribuzione già pattuita. Non si tratta solo di classificare correttamente il rapporto di lavoro, ma di accertare e sanzionare comportamenti che, secondo la Procura di Milano, configurano un vero e proprio sfruttamento.
Chi è Paolo Storari e perché il suo parere conta
Paolo Storari è un magistrato della Procura di Milano con una lunga esperienza in procedimenti complessi. Il suo nome è noto al grande pubblico per vicende giudiziarie di rilevanza nazionale. Nel contesto dell’inchiesta su Glovo, il suo ruolo è quello di pubblico ministero titolare del fascicolo relativo a Foodinho srl e all’amministrazione giudiziaria della società.
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Il parere che ha depositato il 26 agosto 2026 non è un atto definitivo: spetta al giudice competente decidere se accoglierlo o meno, e se mantenere Foodinho sotto amministrazione giudiziaria. Ma il peso di un parere negativo del pm è significativo: indica che, agli occhi di chi ha condotto le indagini, la situazione non è migliorata abbastanza da giustificare il ritorno alla piena autonomia gestionale dell’azienda.
La richiesta di assumere i rider come dipendenti, in particolare, è una presa di posizione che va al di là della singola azienda. È un segnale rivolto all’intero settore: la Procura di Milano non considera accettabile un modello di business che si regge, strutturalmente, sul mancato riconoscimento dei diritti dei lavoratori.
Le implicazioni per il settore del delivery e per i rider
Se la posizione della Procura di Milano dovesse tradursi in un provvedimento del giudice, le conseguenze per Glovo e per il mercato del delivery in Italia sarebbero rilevanti. Ma le implicazioni vanno ben oltre la singola piattaforma.
In primo luogo, una decisione che impone l’assunzione dei rider come dipendenti creerebbe un precedente giuridico che le altre piattaforme del settore non potrebbero ignorare. Se Glovo è costretta ad assumere i propri rider, perché le altre piattaforme non dovrebbero fare lo stesso? Il rischio, dal punto di vista delle aziende, è quello di un effetto domino che trasformerebbe radicalmente i costi del lavoro nel settore.
In secondo luogo, la vicenda mette in luce un problema sistemico che riguarda non solo il food delivery, ma tutta l’economia delle piattaforme digitali: il rischio che l’algoritmo diventi uno strumento di controllo e di riduzione della retribuzione, invisibile ai lavoratori e difficile da monitorare per le autorità. Il caso delle ore non pagate — tre su dieci, sistematicamente sottratte dal sistema informatico — è un esempio concreto di come la tecnologia possa essere usata per erodere i diritti dei lavoratori in modo opaco.
Per i rider, che sono i soggetti più direttamente colpiti dallo sfruttamento dei rider Glovo, la notizia del parere di Storari rappresenta un segnale di attenzione istituzionale. Ma la strada verso il riconoscimento pieno dei propri diritti è ancora lunga: dipende dalle decisioni del tribunale, dagli eventuali ricorsi dell’azienda, e dalla capacità del sistema giudiziario di tradurre in tempi ragionevoli le proprie posizioni in provvedimenti esecutivi.
Domande frequenti sullo sfruttamento dei rider Glovo
Che cosa significa “amministrazione giudiziaria” per un’azienda come Glovo?
Significa che la gestione dell’azienda è affidata, almeno parzialmente, a un commissario nominato dal tribunale. L’azienda continua a operare, ma sotto supervisione. Nel caso di Foodinho srl, la misura è stata disposta in relazione alle condizioni di lavoro dei rider.
Perché un terzo delle ore dei rider non veniva pagato?
Secondo quanto emerso dalle indagini della Procura di Milano, l’algoritmo di Glovo riduceva sistematicamente le ore riconosciute ai rider: tre ore su dieci non venivano conteggiate ai fini della retribuzione. Il meccanismo era incorporato nel sistema informatico della piattaforma.
Che cosa succederebbe se i rider venissero assunti come dipendenti?
Avrebbero diritto a tutte le tutele previste dal contratto collettivo nazionale di riferimento: paga minima garantita, contributi previdenziali, ferie, malattia, e le protezioni previste in caso di licenziamento. Il modello di business della piattaforma cambierebbe in modo significativo.
Conclusione: una partita aperta sul futuro del lavoro digitale
Il parere negativo del pm Paolo Storari sull’uscita di Foodinho dall’amministrazione giudiziaria non è la parola fine su questa storia: è piuttosto l’apertura di un nuovo capitolo. La questione dello sfruttamento dei rider Glovo — con le sue ore non pagate, i suoi aumenti truccati, la sua gestione algoritmica opaca — è diventata un caso emblematico di una tensione più profonda che attraversa l’economia digitale del nostro tempo. Da un lato, piattaforme che hanno costruito modelli di business enormemente redditizi anche grazie alla flessibilità — e all’ambiguità — del rapporto di lavoro con i propri collaboratori. Dall’altro, lavoratori che percorrono le strade delle città italiane con qualsiasi tempo, spesso senza le tutele minime che il diritto del lavoro dovrebbe garantire. La Procura di Milano ha scelto di non considerare chiusa questa partita. Ora tocca al tribunale decidere se darle ragione.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
