Otto donne, trenta giorni, un Paese che non riesce a fermarsi
Luigia Fortunato, Tania Sperindio, Dafne Rebaudo, Daniela Florea, Tania Terrin, Ornella Forastefano, Joanna Rouissi, Carmela Bifano. Otto nomi, otto vite spezzate tra luglio e il 19 agosto 2026. Otto femminicidi in Italia in poco più di un mese: una sequenza che ha riacceso con forza il dibattito sulla violenza di genere, sui limiti degli strumenti legislativi esistenti e su ciò che ancora manca per proteggere davvero le donne in pericolo. Non si tratta di una casualità statistica né di un fenomeno improvviso: i femminicidi Italia li conosce da decenni, eppure ogni estate, ogni autunno, ogni inverno, i nomi cambiano e il copione rimane drammaticamente lo stesso.
L’articolo pubblicato da la Repubblica il 21 agosto 2026, a firma di Giulia Boero, ha messo insieme le storie di queste otto vittime e ha chiesto a chi lavora quotidianamente sul campo — avvocate, operatrici dei centri antiviolenza, esperte di diritto di famiglia — di spiegare cosa funziona, cosa non funziona e cosa andrebbe cambiato. Il risultato è un quadro lucido e scomodo, che vale la pena approfondire con la cura che merita.
Le vittime: da Nord a Sud, un mosaico di violenza ordinaria
Guardare i nomi e le città delle otto vittime significa attraversare l’intera geografia del Paese. Luigia Fortunato nelle Marche. Tania Sperindio a Rimini. Dafne Rebaudo a Roma. Daniela Florea a Torino. Tania Terrin a Venezia. Ornella Forastefano a Cosenza. Joanna Rouissi a Colleferro. Carmela Bifano. Nord, Centro, Sud: nessuna area è immune, nessuna classe sociale è protetta, nessun contesto geografico garantisce sicurezza. Questo è forse il dato più difficile da accettare: la violenza maschile sulle donne non è un fenomeno di periferia o di marginalità sociale, non riguarda solo certi ambienti o certe culture. Attraversa tutto.
Ognuna di queste donne aveva quasi certamente già segnali di pericolo intorno a sé. Ognuna di loro si trovava in una rete — o nell’assenza di una rete — fatta di relazioni, istituzioni, strumenti legali, servizi sociali. Eppure non è bastato. Chiedersi perché non è bastato non è un esercizio retorico: è la domanda che dovrebbe guidare ogni riforma, ogni investimento, ogni protocollo operativo.
Il Codice Rosso: cosa prevede e dove mostra la corda
Il Codice Rosso — la legge entrata in vigore nel 2019 per rafforzare le tutele nei casi di violenza domestica e di genere — ha rappresentato un passo avanti reale nel sistema italiano. Ha introdotto l’obbligo per le forze dell’ordine di trasmettere immediatamente la notizia di reato alla Procura, ha fissato termini precisi entro cui il pubblico ministero deve sentire la persona offesa, ha inasprito le pene per una serie di reati legati alla violenza di genere, dallo stalking alle lesioni aggravate fino all’omicidio. Ha anche introdotto nuove fattispecie di reato, come la costrizione o induzione al matrimonio e la diffusione illecita di immagini sessualmente esplicite.
Sulla carta, il Codice Rosso disegna un sistema di risposta rapida. Nella realtà, le operatrici e le avvocate che lavorano con le donne vittime di violenza raccontano spesso un’esperienza diversa: tempi che si allungano, procedimenti che si arenano, misure cautelari che non vengono applicate o che vengono revocate troppo presto. Il problema non è solo normativo — è anche strutturale. Significa carenza di personale nelle Procure, mancanza di formazione specializzata tra magistrati e forze dell’ordine, assenza di un coordinamento reale tra i diversi attori del sistema: polizia, tribunali, servizi sociali, centri antiviolenza.
Come spiega Cosmopolitan Italia in un approfondimento dedicato al tema, le parole e le leggi contano — ma contano davvero solo se sono accompagnate da risorse, formazione e volontà politica di investire in modo continuativo sulla prevenzione. Una legge senza strumenti di attuazione è una promessa non mantenuta.
L’ammonimento e il braccialetto elettronico: strumenti utili, ma non sufficienti
Tra gli strumenti a disposizione del sistema italiano ci sono anche l’ammonimento del questore e il braccialetto elettronico. L’ammonimento è una misura preventiva — non penale — che può essere adottata anche in assenza di una denuncia formale: la vittima, o anche un terzo, può segnalare comportamenti violenti o persecutori, e il questore può convocare l’autore e ammonirlo formalmente. Se il comportamento continua dopo l’ammonimento, le conseguenze penali si aggravano. È uno strumento pensato per intervenire prima che la situazione precipiti, in quella zona grigia in cui la violenza c’è ma non è ancora sfociata in un reato conclamato.
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Il braccialetto elettronico, invece, è una misura cautelare che può essere applicata nell’ambito di un procedimento penale: serve a garantire che l’indagato rispetti il divieto di avvicinamento alla vittima, e in teoria dovrebbe scattare un allarme nel momento in cui viene violato. In teoria. Perché anche qui la distanza tra la norma e la pratica può essere significativa: i dispositivi non sempre funzionano correttamente, i tempi di risposta delle forze dell’ordine non sono sempre adeguati, e la vittima si trova spesso a vivere in uno stato di allerta permanente che non è una forma di protezione reale.
Il punto critico, che emerge dal dibattito degli ultimi anni, è che questi strumenti funzionano meglio quando sono inseriti in un sistema integrato di presa in carico: non misure isolate, ma parte di un percorso che coinvolge la donna, le istituzioni e i servizi di supporto. Senza questa integrazione, rischiano di diventare adempimenti burocratici che non cambiano la sostanza del pericolo.
La voce di chi lavora sul campo: Tatiana Montella e Lucha y Siesta
Tatiana Montella è un’avvocata che lavora con i centri antiviolenza di Lucha y Siesta, una realtà romana nata dall’occupazione di un’ex casa cantoniera che nel tempo è diventata un punto di riferimento per donne in difficoltà. Montella conosce il sistema dall’interno, ne conosce le potenzialità e i limiti, e quando parla lo fa con la concretezza di chi accompagna le donne nei corridoi dei tribunali, negli uffici della polizia, nei percorsi di uscita dalla violenza.
La sua posizione è netta e importante: «Una donna fatica a navigare da sola il labirinto tra prevenzione e cautela. La denuncia deve sempre essere inserita in un percorso affiancato dai centri antiviolenza». In questa frase c’è moltissimo. C’è il riconoscimento che il sistema legale, per quanto migliorato, rimane complesso e spesso ostile per chi lo affronta senza supporto. C’è la consapevolezza che la denuncia non è un atto semplice — è un momento di grande vulnerabilità, che può aumentare il rischio se non è gestito correttamente. E c’è l’indicazione di una soluzione: non la donna da sola contro il sistema, ma la donna accompagnata, sostenuta, orientata da professioniste che conoscono quel labirinto e sanno come muoversi al suo interno.
Lucha y Siesta è uno dei tanti centri antiviolenza che in Italia svolgono un lavoro fondamentale spesso con risorse insufficienti. Questi centri non sono solo case rifugio: sono luoghi di ascolto, di orientamento legale, di supporto psicologico, di costruzione di percorsi di autonomia. Sono il punto di incontro tra la donna e il sistema, e senza di loro molte donne non riuscirebbero nemmeno a capire quali diritti hanno e come esercitarli.
I centri antiviolenza: il nodo del finanziamento
Il tema del finanziamento dei centri antiviolenza è uno dei nodi più delicati del dibattito italiano sulla violenza di genere. I centri esistono, spesso con grande dedizione e competenza, ma si trovano a operare in condizioni di precarietà cronica: fondi che arrivano in ritardo, contributi regionali che variano enormemente da territorio a territorio, dipendenza da bandi e progettualità che rendono difficile la pianificazione a lungo termine.
Questo ha conseguenze concrete sulla qualità e sulla continuità del servizio. Un centro che non sa se l’anno prossimo avrà i fondi per pagare le operatrici non può costruire percorsi di accompagnamento stabili. Una donna che inizia un percorso di uscita dalla violenza ha bisogno di punti di riferimento certi, non di strutture che rischiano di chiudere o ridurre i servizi da un giorno all’altro. La precarietà del sistema di supporto si riversa direttamente sulla precarietà della protezione offerta alle vittime.

In questo senso, parlare di femminicidi Italia significa anche parlare di politiche di welfare, di investimenti pubblici, di scelte di bilancio. Non è un tema che riguarda solo il diritto penale o le forze dell’ordine: riguarda il modo in cui uno Stato decide di prendersi cura delle persone più vulnerabili.
Il ruolo della formazione: dalle forze dell’ordine alla scuola
Un altro nodo che emerge con forza dal dibattito è quello della formazione. La formazione delle forze dell’ordine sulla violenza di genere è migliorata negli ultimi anni, ma resta disomogenea: ci sono commissariati e stazioni dei carabinieri dove il personale è sensibile e preparato, e altri dove le donne che denunciano si sentono non credute, minimizzate, scoraggiate. Questa disomogeneità è intollerabile quando si parla di situazioni in cui la vita è in gioco.
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Ma la formazione non riguarda solo chi lavora nelle istituzioni. Riguarda anche la scuola, i luoghi di lavoro, i media. La violenza maschile sulle donne ha radici culturali profonde — nella concezione del possesso, nella difficoltà di accettare la fine di una relazione, nella normalizzazione di comportamenti di controllo e sopraffazione. Affrontarla solo sul piano penale, senza intervenire su questi substrati culturali, significa curare i sintomi senza toccare la malattia.
I programmi di educazione alle relazioni affettive nelle scuole, i percorsi di trattamento per uomini autori di violenza, le campagne di sensibilizzazione che non si limitino all’emergenza ma costruiscano una cultura del rispetto: sono tutti tasselli di un sistema di prevenzione che in Italia esiste in forma frammentata e insufficiente.
Cosa manca ancora: un sistema integrato e continuativo
Il problema dei femminicidi Italia non si risolve con una singola legge, per quanto ben fatta. Il Codice Rosso è stato un passo avanti, ma da solo non basta. L’ammonimento e il braccialetto elettronico sono strumenti utili, ma funzionano solo se inseriti in un sistema che funziona. I centri antiviolenza sono indispensabili, ma devono essere finanziati in modo stabile e adeguato. La formazione è necessaria, ma deve essere obbligatoria e uniforme su tutto il territorio nazionale.
Quello che manca, in sostanza, è un approccio sistemico: la capacità di far dialogare tra loro tutti gli attori coinvolti — magistratura, forze dell’ordine, servizi sociali, centri antiviolenza, scuola, sanità — in modo coordinato e continuativo, non solo nelle emergenze. Un sistema che sappia intercettare il pericolo prima che diventi irreversibile, che sappia sostenere la donna in ogni fase del percorso di uscita dalla violenza, che sappia responsabilizzare gli autori e non scaricare tutto il peso della protezione sulle spalle delle vittime.
Domande frequenti sui femminicidi e gli strumenti di tutela in Italia
Cos’è il Codice Rosso e cosa prevede?
Il Codice Rosso è una legge italiana entrata in vigore nel 2019 che ha introdotto misure di risposta rapida per i casi di violenza domestica e di genere: obbligo di trasmissione immediata della notizia di reato alla Procura, termini precisi per l’audizione della vittima e inasprimento delle pene per reati come stalking, lesioni aggravate e omicidio commessi in contesto di violenza di genere.
Cosa si intende per ammonimento del questore?
L’ammonimento è una misura preventiva — non penale — che può essere adottata anche senza una denuncia formale. Il questore può convocare chi ha tenuto comportamenti violenti o persecutori e ammonirlo ufficialmente. Se il comportamento continua, le conseguenze penali si aggravano automaticamente.
A cosa serve il braccialetto elettronico?
Il braccialetto elettronico è una misura cautelare applicabile nell’ambito di un procedimento penale. Serve a controllare che l’indagato rispetti il divieto di avvicinamento alla vittima e a far scattare un allarme in caso di violazione. La sua efficacia dipende però dalla rapidità di risposta del sistema e dalla corretta funzionalità dei dispositivi.
Dove può rivolgersi una donna in pericolo?
Il numero nazionale antiviolenza e stalking è il 1522, attivo ventiquattro ore su ventiquattro. I centri antiviolenza presenti su tutto il territorio offrono ascolto, supporto legale e psicologico, e accompagnamento nei percorsi di uscita dalla violenza.
Conclusione: i nomi non possono restare solo numeri
Luigia, Tania, Dafne, Daniela, Tania, Ornella, Joanna, Carmela. Otto nomi in poco più di un mese. Otto donne che avevano una vita, relazioni, speranze, e che sono state uccise da uomini che avrebbero dovuto amarle o che comunque avevano fatto parte della loro vita. Il dolore di queste storie non può esaurirsi nell’indignazione di qualche giorno: deve trasformarsi in domande precise, in richieste concrete, in pressione politica e culturale perché le cose cambino davvero. I femminicidi in Italia non sono inevitabili. Sono il risultato di scelte — culturali, politiche, istituzionali — che possono essere fatte diversamente. Il primo passo è smettere di trattarli come tragedie private e riconoscerli per quello che sono: un fallimento collettivo che richiede una risposta collettiva, strutturata e continuativa.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
