Pregoressia in gravidanza: quando il controllo del peso diventa un’ossessione pericolosa
C’è un disturbo alimentare che cresce nell’ombra, difficile da riconoscere e ancora più difficile da affrontare, perché si sviluppa proprio nel momento in cui una donna dovrebbe sentirsi libera di nutrire sé stessa e la vita che porta in grembo. Si chiama pregoressia, e la pregoressia in gravidanza rappresenta oggi una delle sfide più complesse per la psichiatria perinatale e per i professionisti della salute mentale. Ne parla con chiarezza la psichiatra Laura Dalla Ragione, specialista nei disturbi del comportamento alimentare, che descrive un quadro clinico in cui l’ossessione per il peso non si ferma davanti alla gravidanza, ma anzi si intensifica, mettendo a rischio la salute della madre e quella del feto.
Capire cosa sia realmente la pregoressia, come si manifesta, perché è così insidiosa e quali rischi comporta per entrambe le vite coinvolte è fondamentale non solo per chi lavora in ambito clinico, ma anche per i partner, le famiglie, le ostetriche e i medici di base che per primi entrano in contatto con le donne in gravidanza. La consapevolezza, in questo caso, può fare letteralmente la differenza tra una gestazione sana e una situazione di emergenza medica.
Cos’è la pregoressia: definizione e contesto clinico
Il termine “pregoressia” nasce dalla fusione di “pregnancy” (gravidanza) e “anoressia”, e descrive un disturbo del comportamento alimentare caratterizzato da un’ossessione per il controllo del peso durante la gestazione. Non si tratta semplicemente di attenzione alla dieta o di preoccupazione estetica: siamo di fronte a un pattern psicologico e comportamentale strutturato, in cui la paura di ingrassare, il controllo rigido delle calorie, l’esercizio fisico eccessivo e la distorsione dell’immagine corporea si sovrappongono alla condizione di gravidanza, creando un conflitto interno devastante.
La donna che soffre di pregoressia in gravidanza vive una tensione costante tra il riconoscimento razionale che il corpo sta cambiando per una ragione biologica precisa e la risposta emotiva e psicologica che percepisce quei cambiamenti come qualcosa da combattere, controllare o minimizzare. Il ventre che cresce, il peso che aumenta, i fianchi che si allargano: tutto ciò che è fisiologicamente normale e necessario diventa fonte di angoscia.
Laura Dalla Ragione, psichiatra con una lunga esperienza nei disturbi del comportamento alimentare, chiarisce che si tratta di una patologia vera e propria, non di una semplice vanità esasperata. I casi più gravi richiedono il ricovero ospedaliero, perché la situazione clinica può deteriorarsi rapidamente e mettere in pericolo non solo la madre ma anche il bambino che porta in grembo. È una distinzione importante: la pregoressia non è una scelta, non è superficialità, è un disturbo mentale che merita attenzione clinica e trattamento specializzato.
I rischi per la madre e per il feto
Uno degli aspetti più gravi della pregoressia in gravidanza è che le conseguenze non riguardano solo la donna, ma si estendono direttamente al bambino che sta crescendo. Quando una madre in gravidanza non si nutre adeguatamente — riducendo le calorie, saltando pasti, eliminando interi gruppi alimentari o compensando con l’esercizio fisico eccessivo — il feto riceve meno nutrienti di quanti ne abbia bisogno per svilupparsi correttamente.
Le conseguenze per la madre possono includere carenze nutrizionali gravi, anemia, squilibri elettrolitici, indebolimento del sistema immunitario e complicazioni cardiache legate alla malnutrizione. Il corpo in gravidanza ha fabbisogni energetici aumentati: ignorarli o contrastarli attivamente significa sottoporsi a uno stress fisiologico di notevole entità, proprio nel momento in cui l’organismo è già impegnato in uno dei processi biologici più complessi che esistano.
Per il feto, i rischi sono altrettanto seri. La crescita intrauterina può essere compromessa, con possibili conseguenze sullo sviluppo degli organi e sul peso alla nascita. Le gravidanze associate a disturbi alimentari attivi presentano un profilo di rischio più elevato per quanto riguarda le complicazioni ostetriche, il parto prematuro e le difficoltà neonatali. Laura Dalla Ragione sottolinea che proprio la gravità di questi rischi, sia per la madre che per il feto, rende la pregoressia una patologia che richiede un intervento tempestivo e multidisciplinare.
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È importante ricordare che in questi casi non si tratta solo di un problema nutrizionale da correggere con un piano alimentare. La dimensione psicologica è centrale: senza un lavoro terapeutico sulla distorsione dell’immagine corporea, sull’ansia legata al peso e sulle dinamiche emotive sottostanti, qualsiasi intervento puramente medico rischia di essere insufficiente o temporaneo.
Perché la gravidanza può scatenare o aggravare un disturbo alimentare
Per comprendere la pregoressia è necessario capire perché la gravidanza, per alcune donne, non rappresenta un momento di liberazione dal controllo ossessivo del corpo, ma al contrario un momento di intensificazione dell’ansia. La risposta sta nella natura stessa della gestazione: il corpo cambia in modo rapido, visibile e, soprattutto, non controllabile. Per una persona che ha costruito una parte significativa della propria identità e della propria sicurezza intorno al controllo del peso e della forma corporea, questa perdita di controllo può essere profondamente destabilizzante.
In alcuni casi, la gravidanza arriva in donne che già avevano una storia pregressa di disturbi alimentari, magari in fase di remissione o di gestione. La pressione emotiva della gestazione, i cambiamenti ormonali, le aspettative sociali legate alla maternità e le trasformazioni fisiche possono riattivare dinamiche che sembravano superate. In altri casi, la pregoressia in gravidanza emerge per la prima volta proprio durante la gestazione, in donne che non avevano mai manifestato un disturbo alimentare conclamato in precedenza ma che portavano già una relazione problematica con il cibo e con il corpo.
C’è anche una componente culturale che non va sottovalutata. Viviamo in un contesto mediatico e sociale che continua a glorificare la magrezza e a presentare come ideale la donna che “non si vede quasi” incinta, che recupera il peso del pre-gravidanza nel giro di settimane dopo il parto, che mantiene un corpo tonico e controllato anche durante la gestazione. Questi messaggi, amplificati dai social media e dalle immagini delle celebrity, creano un terreno fertile per l’insorgenza o il peggioramento di disturbi come la pregoressia.
Come si riconosce la pregoressia: segnali da non ignorare
Riconoscere la pregoressia non è sempre immediato, anche per i professionisti della salute. La donna che ne soffre tende spesso a minimizzare i propri comportamenti, a giustificarli con preoccupazioni per la salute (“voglio mangiare sano”, “non voglio prendere troppo peso per il bene del bambino”) o a nasconderli per paura del giudizio. Questo rende il disturbo particolarmente insidioso e sottodiagnosticato.
Alcuni segnali che possono indicare la presenza di pregoressia in gravidanza includono:

- Restrizione calorica marcata nonostante la gravidanza, con rifiuto ad aumentare l’apporto alimentare anche di fronte alle indicazioni mediche
- Ossessione per la bilancia, con pesate frequenti e angoscia intensa in risposta a qualsiasi aumento di peso
- Esercizio fisico eccessivo e compulsivo, mantenuto anche quando il medico lo sconsiglia
- Distorsione dell’immagine corporea: la donna si percepisce “troppo grassa” anche quando il peso è nella norma o al di sotto
- Ansia intensa legata ai pasti, comportamenti di evitamento di determinati alimenti o intere categorie alimentari
- Isolamento sociale legato al cibo, difficoltà a mangiare in compagnia o a partecipare a pasti condivisi
- Commenti negativi e ripetuti sul proprio corpo, sul peso che “cresce troppo”, sul ventre che “è già troppo grande”
- Scarso aumento di peso rispetto alle aspettative fisiologiche della gravidanza, segnalato dai controlli ostetrici
È fondamentale che ostetriche, ginecologi, medici di base e psicologi che lavorano in ambito perinatale siano formati per riconoscere questi segnali e per affrontare l’argomento con le pazienti in modo non giudicante e aperto. Il modo in cui si pone la domanda fa spesso la differenza tra una risposta difensiva e un’apertura al dialogo.
Il trattamento: quando è necessario il ricovero
La psichiatra Laura Dalla Ragione è chiara su un punto: i casi complessi di pregoressia richiedono il ricovero ospedaliero. Questa affermazione è importante perché spesso si tende a sottovalutare la gravità dei disturbi alimentari in gravidanza, o a rimandare l’intervento nella speranza che la situazione si stabilizzi da sola. Nella pregoressia, come in altri disturbi del comportamento alimentare, l’attesa può avere conseguenze serie.
Il ricovero si rende necessario quando la malnutrizione raggiunge livelli che compromettono la sicurezza della madre e del feto, quando i comportamenti alimentari disfunzionali sono così rigidi da non rispondere agli interventi ambulatoriali, o quando la situazione psicologica è talmente critica da richiedere un monitoraggio continuo. In questi contesti, l’approccio deve essere necessariamente multidisciplinare: psichiatri, psicologi, dietisti specializzati in disturbi alimentari, ostetrici e neonatologi devono lavorare in modo coordinato, con un piano che tenga conto sia della salute mentale della madre che del benessere del bambino.
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Al di fuori dei casi che richiedono il ricovero, il trattamento della pregoressia si articola tipicamente su più livelli: psicoterapia individuale (spesso con approcci cognitivo-comportamentali o basati sulla terapia dialettico-comportamentale, efficaci nei disturbi alimentari), supporto nutrizionale con un dietista specializzato, eventuale supporto farmacologico valutato caso per caso in relazione alla sicurezza in gravidanza, e coinvolgimento del partner e della famiglia come risorsa di supporto.
Per chi cerca informazioni di approfondimento su questo tema, risorse utili sono disponibili sul sito del Ministero della Salute italiano, che fornisce indicazioni sui disturbi del comportamento alimentare e sui servizi disponibili sul territorio, e sul sito della fonte originale dell’intervista a Laura Dalla Ragione, dove la psichiatra approfondisce le caratteristiche cliniche della patologia.
Verso il riconoscimento ufficiale: la pregoressia e il Manuale diagnostico internazionale
Uno degli sviluppi più significativi nel campo della pregoressia riguarda il suo riconoscimento istituzionale. Secondo quanto riferisce Laura Dalla Ragione, il disturbo è destinato a essere inserito nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali — il DSM, il principale strumento di riferimento per la psichiatria a livello internazionale — proprio in ragione dell’aumento dei casi registrati.
Questo passaggio ha un valore che va ben oltre il tecnicismo classificatorio. L’inserimento in un manuale diagnostico ufficiale significa riconoscimento formale dell’esistenza del disturbo, possibilità di ricerca scientifica dedicata con criteri standardizzati, formazione specifica per i professionisti della salute, e — aspetto non secondario — maggiore facilità di accesso ai trattamenti all’interno dei sistemi sanitari nazionali. Significa anche che la pregoressia in gravidanza smette di essere percepita come una “variante” di altri disturbi o come un fenomeno marginale, e viene finalmente trattata come la patologia autonoma e seria che è.
Il fatto che il numero crescente di casi abbia spinto verso questo riconoscimento è al tempo stesso un segnale preoccupante e un motivo di speranza: preoccupante perché indica che il disturbo è tutt’altro che raro, incoraggiante perché suggerisce che la comunità scientifica e clinica sta prendendo sul serio il problema e si sta attrezzando per affrontarlo con gli strumenti adeguati.
Il ruolo della rete di supporto: famiglia, partner e società
Affrontare la pregoressia in gravidanza non è qualcosa che una donna può fare da sola, né qualcosa che si risolve esclusivamente all’interno dello studio di un professionista. La rete di supporto — il partner, i familiari, le amiche, ma anche il contesto sociale più ampio — gioca un ruolo fondamentale sia nell’emersione del problema che nel percorso di guarigione.
Il partner, in particolare, si trova spesso in una posizione delicata: può essere il primo a notare i segnali del disturbo, ma può anche sentirsi disorientato, non sapere come parlarne, temere di ferire la compagna o di peggiorare la situazione. È importante che anche i partner abbiano accesso a informazioni chiare e a supporto psicologico, perché vivere accanto a una persona con un disturbo alimentare durante la gravidanza è una situazione che genera ansia e senso di impotenza.
Sul piano sociale, è necessaria una riflessione collettiva sul tipo di messaggi che continuiamo a veicolare sulle gravidanze e sui corpi delle donne incinte. Normalizzare l’aumento di peso in gravidanza, celebrare i corpi che cambiano per dare vita, smettere di commentare il fisico delle donne gestanti — anche con intenzioni positive — sono tutti passi che contribuiscono a creare un ambiente culturale meno fertile per i disturbi alimentari perinatali.
Conclusione: riconoscere per intervenire in tempo
La pregoressia in gravidanza è una patologia seria, complessa e ancora troppo spesso invisibile. Le parole di Laura Dalla Ragione — psichiatra con una lunga esperienza nei disturbi del comportamento alimentare — offrono una bussola preziosa per orientarsi in un tema che richiede competenza, delicatezza e urgenza al tempo stesso. I rischi per le madri e per i feti sono reali e documentati; i casi più gravi richiedono il ricovero; il disturbo è destinato a entrare nel Manuale diagnostico internazionale. Tutto questo ci dice che non possiamo permetterci di ignorare o minimizzare il problema. Riconoscere i segnali, cercare aiuto senza vergogna, affidarsi a professionisti specializzati: sono i passi concreti che possono fare la differenza tra una gravidanza in pericolo e una maternità vissuta con la cura e la salute che ogni madre e ogni bambino meritano. Chi sospetta di soffrire di pregoressia, o chi riconosce questi segnali in una persona cara, è invitato a rivolgersi al proprio medico o a uno specialista in disturbi del comportamento alimentare senza aspettare.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.




