Nel mese di ottobre 2026, il Policlinico Gemelli di Roma ha scritto una pagina inedita nella storia della medicina oncologica mondiale: per la prima volta in assoluto, un’équipe di specialisti ha trattato un tumore al pancreas non operabile utilizzando quella che già viene chiamata — con una semplificazione efficace — la colla radioattiva per il tumore al pancreas. Non si tratta di una metafora pubblicitaria, ma di una tecnologia reale, raffinata e già in fase di sperimentazione clinica internazionale. La paziente, una donna di 63 anni con adenocarcinoma duttale del pancreas localmente avanzato, ha ricevuto il trattamento senza complicanze post-operatorie. Un risultato che, in un campo storicamente dominato dalla frustrazione terapeutica, suona come una svolta concreta.
Il pancreas, il tumore più difficile da combattere
Per capire perché questo intervento sia così significativo, bisogna partire da un dato scomodo: il cancro al pancreas è ancora oggi uno dei tumori con la prognosi più severa. La sua posizione anatomica — profonda, circondata da strutture vascolari vitali — lo rende spesso inaccessibile al bisturi. Quando si parla di adenocarcinoma duttale del pancreas localmente avanzato (LA-PDAC), ci si riferisce a una forma in cui il tumore ha già coinvolto i vasi sanguigni circostanti in misura tale da rendere impossibile la resezione chirurgica, che rimane l’unica terapia potenzialmente curativa. In questi casi, le opzioni tradizionali — chemioterapia, radioterapia, terapie combinate — possono rallentare la progressione della malattia, ma raramente cambiano il destino del paziente in modo radicale.
È proprio in questo scenario che si inserisce l’idea alla base di YntraDose®: portare la radiazione direttamente all’interno del tumore, in modo mirato, evitando i danni ai tessuti sani circostanti che caratterizzano la radioterapia esterna convenzionale. Un concetto apparentemente semplice, ma tecnicamente straordinario.
Come funziona la colla radioattiva YntraDose®
YntraDose® è un adesivo biologico radioattivo contenente particelle di Ittrio-90, un isotopo radioattivo già noto in oncologia per il suo utilizzo in alcune terapie loco-regionali. La caratteristica che rende questo prodotto unico è la sua consistenza: non è un liquido che si disperderebbe nei tessuti circostanti, ma una sostanza viscosa — appunto, una “colla” — che, una volta iniettata direttamente nel tumore, vi rimane adesa, rilasciando radiazioni in modo localizzato e prolungato nel tempo.
L’Ittrio-90 emette radiazioni beta, che hanno un raggio d’azione molto limitato nei tessuti biologici: questo significa che la distruzione cellulare si concentra sul bersaglio tumorale, riducendo al minimo l’irradiazione delle strutture adiacenti — un vantaggio cruciale quando si opera in prossimità di vasi sanguigni e organi vitali come nel caso del pancreas. Il prodotto è sviluppato da BetaGlue Therapeutics, una start-up italiana che ha saputo trasformare un’intuizione scientifica in una tecnologia clinicamente applicabile.
La procedura viene eseguita per via percutanea o endoscopica, guidata da imaging in tempo reale, senza la necessità di un intervento chirurgico a cielo aperto. È proprio questa caratteristica a renderla potenzialmente accessibile anche ai pazienti — come la donna di 63 anni trattata al Gemelli — che non possono essere sottoposti a operazioni tradizionali per le condizioni del tumore o per le loro condizioni cliniche generali.
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L’intervento al Gemelli: chi ha fatto la storia
Il trattamento è stato eseguito dal Prof. Roberto Iezzi, Direttore della Radiologia Interventistica della Fondazione Policlinico Gemelli, una figura di riferimento a livello internazionale nel campo delle procedure mini-invasive guidate da imaging. Al suo fianco, come principal investigator dello studio clinico, il Prof. Giampaolo Tortora, Direttore del Comprehensive Cancer Center del Gemelli, che ha coordinato l’inquadramento oncologico del caso e la gestione del protocollo sperimentale.
Il fatto che il Gemelli sia stato scelto come sede del primo intervento mondiale non è casuale. L’ospedale romano è da anni un polo di eccellenza nella ricerca oncologica e nelle tecniche di radiologia interventistica, con una tradizione consolidata di partecipazione a trial clinici internazionali di frontiera. La combinazione di competenze chirurgiche, radiologiche e oncologiche concentrate in un unico centro ha reso possibile l’applicazione di una tecnologia che richiede un approccio multidisciplinare estremamente coordinato.
La paziente ha completato il trattamento senza complicanze post-operatorie, un risultato che, per quanto si riferisca a un singolo caso, costituisce un segnale incoraggiante sulla sicurezza della procedura nelle prime fasi della sperimentazione. È importante sottolineare che si tratta di dati preliminari relativi al primo intervento in assoluto: il profilo di efficacia a lungo termine sarà valutato nel corso del trial clinico internazionale di cui questo caso fa parte.
Un trial clinico internazionale: cosa significa per il futuro
L’intervento al Gemelli non è un episodio isolato, ma il primo passo di un trial clinico internazionale che punta a valutare sistematicamente sicurezza ed efficacia di YntraDose® nel trattamento del tumore al pancreas localmente avanzato non resecabile. La struttura di un trial clinico prevede fasi progressive: dalla verifica della sicurezza su un numero limitato di pazienti, all’ampliamento della coorte per raccogliere dati di efficacia, fino — in caso di risultati positivi — alla richiesta di approvazione regolatoria per l’uso clinico più ampio.
Questo percorso richiede anni, rigore metodologico e la collaborazione di centri clinici in più paesi. Ma il fatto che il Gemelli abbia eseguito il first-in-world posiziona l’Italia — e in particolare Roma — in una posizione di primo piano nella ricerca su questa patologia. Non è un dettaglio secondario: la capacità di attrarre e condurre trial di fase iniziale su tecnologie innovative è un indicatore della qualità scientifica di un sistema sanitario.
Per i pazienti con LA-PDAC che oggi si trovano di fronte a opzioni terapeutiche limitate, l’apertura di questo trial rappresenta una possibilità concreta, anche se ancora in fase di valutazione. Chiunque voglia informarsi sulle possibilità di accesso a protocolli sperimentali dovrebbe rivolgersi al proprio oncologo di riferimento, che potrà valutare l’idoneità in base al profilo clinico individuale. Per approfondire, il comunicato ufficiale del Policlinico Gemelli fornisce informazioni dettagliate sull’intervento e sul contesto scientifico.
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L’innovazione italiana nell’oncologia di frontiera
C’è un aspetto di questa storia che merita di essere sottolineato con forza: BetaGlue Therapeutics, la start-up che ha sviluppato YntraDose®, è italiana. In un panorama in cui spesso si lamenta la fuga di cervelli e la difficoltà dell’ecosistema italiano dell’innovazione a competere con i grandi hub anglosassoni o asiatici, questa storia racconta qualcosa di diverso. Una tecnologia concepita e sviluppata in Italia, testata per la prima volta al mondo in un ospedale italiano, su una paziente italiana. È il tipo di notizia che dovrebbe circolare molto di più nei dibattiti sulla ricerca e sull’industria biomedica nazionale.
Il modello di collaborazione tra una start-up innovativa e un grande centro clinico universitario — con il Gemelli nel ruolo di partner scientifico e sede sperimentale — è esattamente quello che le politiche di trasferimento tecnologico cercano di incentivare. In questo caso, ha funzionato. E il risultato è un intervento che, se confermato dai dati del trial, potrebbe cambiare radicalmente la gestione di una delle forme di cancro più difficili da trattare.
Domande frequenti sulla colla radioattiva per il tumore al pancreas
Cos’è YntraDose® e come agisce sul tumore?
YntraDose® è un adesivo biologico radioattivo a base di particelle di Ittrio-90. Viene iniettato direttamente nel tumore, dove rimane adeso grazie alla sua consistenza viscosa, rilasciando radiazioni beta in modo localizzato. Questo limita il danno ai tessuti sani circostanti, un vantaggio cruciale in un organo come il pancreas, circondato da strutture vascolari delicate.
Chi può accedere a questo trattamento?
Al momento, il trattamento è disponibile esclusivamente nell’ambito del trial clinico internazionale di cui il Gemelli fa parte. L’accesso è riservato ai pazienti che soddisfano i criteri di eleggibilità del protocollo sperimentale. È fondamentale consultare il proprio medico oncologo per valutare eventuali possibilità di partecipazione.
Il trattamento è sicuro?
Il primo intervento mondiale, eseguito al Gemelli su una paziente di 63 anni, si è concluso senza complicanze post-operatorie. Tuttavia, trattandosi di una sperimentazione in fase iniziale, il profilo di sicurezza ed efficacia a lungo termine sarà oggetto di valutazione sistematica nel corso del trial clinico.
Quello che è accaduto al Gemelli in questo ottobre 2026 non è solo una notizia medica: è la dimostrazione che la distanza tra un’idea scientifica audace e la sua applicazione su un essere umano può essere colmata, con rigore, coraggio e le competenze giuste. Per i pazienti con tumore al pancreas non operabile, e per le loro famiglie, sapere che qualcuno sta esplorando strade nuove con questa determinazione è già, di per sé, una forma di speranza concreta.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
