Con un videomessaggio di 20 minuti il premier Mario Draghi ha formalizzato il suo esordio all’Assemblea generale dell’Onu, in corso a New York. E ha indicato quali saranno le priorità del G20 straordinario sull’Afghanistan, sotto la presidenza italiana. “Aiuti umanitari, sicurezza e diritti umani” le tre categorie d’intervento che Draghi ha indicato ai grandi del mondo.
“Il vertice straordinario del G20 dovrà dare massimo sostegno a questi obiettivi“, ha detto il Presidente del Consiglio italiano. Poi ha rilanciato la necessità del multilateralismo per affrontare le sfide globali. Temi che spaziano in tutte le direzioni. Si va dalla pandemia ai cambiamenti climatici, e dalla ripresa economica alla lotta alle diseguaglianze. Sempre tendendo presente la sfida della lotta al terrorismo internazionale.
Per quanto riguarda in particolare l’Afghanistan, Draghi ha parlato di una “catastrofe sociale e civile” che si deve evitare. “La situazione umanitaria in Afghanistan è la più immediata e condivisa preoccupazione, anche per l’avvicinarsi dell’inverno“, ha spiegato. “Ma dobbiamo pure evitare che il Paese torni ad essere una minaccia per la sicurezza internazionale“, ha avvisato. Per il premier italiano il nuovo Governo dei talebani “non risponde alle aspettative della comunità internazionale“. Quelle di un esecutivo “inclusivo e rappresentativo delle diverse componenti etniche, sociali e religiose del Paese“.
Non solo. Com’è emerso nei giorni passati, quando ha cominciato a profilarsi il nuovo Governo dell’Emirato islamico talebano a Kabul, diversi membri dell’esecutivo figurano nella black list dell’Onu. Ossia l’elenco di persone designate come “terroristi o associati a terroristi“. In questa situazione si trova, ad esempio, il nuovo primo ministro afghano, Mohammad Hassan Akhund. In passato è stato consigliere politico del mullah Omar, già leader dei talebani, oltre che governatore di Kandahar. Abdul Ghani Baradar, invece, co-fondatore del movimento dei talebani, e adesso numero due del regime, era detenuto ed è stato liberato su richiesta degli americani nel 2018. È considerato l’artefice della vittoria militare del 1996, quando i talebani presero il potere, così come di quella odierna. Nei cinque anni di regime talebano, fino al 2001, ha ricoperto una serie di ruoli militari e amministrativi.
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