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Microplastiche negli oceani: la mappa delle isole-pattumiera

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Negli oceani esistono ormai stabilmente, da almeno 40 anni, le cosiddette isole di plastica: vaste zone di mare caratterizzate dalla presenza di materiali plastici. E, soprattutto, di microplastiche, le particelle infinitesimali in cui la plastica si frammenta e si scompone col passare dei decenni. Non si devono immaginare vere e proprie isole di scarti pericolosi, piuttosto masse di spazzatura, anche rada, trasportate e localizzate dai vortici oceanici in alcune aree marine in particolare.

Pacifico: tre maxi “isole” di spazzatura

Nel Pacifico settentrionale è nota la Great Pacific Garbage Patch, una gigantesca “isola” di spazzatura. Esistono però anche una Eastern Garbage Patch al largo della California e una Western Garbage Patch al largo del Giappone. Proviamo a capire meglio. La Great Pacific Garbage Patch è un gigantesco “territorio” di spazzatura – soprattutto plastiche – nel nord del Pacifico. Si tratta di 80mila tonnellate di bottiglie, imballaggi di plastica e altri frammenti altamente inquinanti che vagano in acqua. È persino difficile misurarla l’isola di plastica. Secondo le stime più accreditate si calcola un’estensione che va dai 700.000 agli 1,6 milioni di chilometri quadrati. Vale a dire l’intera Penisola Iberica oppure due volte il Texas. Oppure tre volte la Francia. O ancora: più della somma dei territori della Francia e del Regno Unito sommati insieme.

Le rotte dei materiali inquinanti

Del resto ogni anno nell’Oceano Altantico l’uomo riversa dai 5 ai 13 milioni di tonnellate di plastica. Una presenza inquietante e inquinante che devasta il mare e l’ambiente naturale. Giochi di correnti trasportano ogni giorno dalle coste fino al largo ogni sorta di materiale plastico, fino a incanalarlo nei vortici oceanici. Adesso, tramite un modello statistico messo a punto da Stati Uniti e Germania, e pubblicato sulla rivista Chaos, gli scienziati hanno ricostruito le rotte delle microplastiche negli oceani, trasportate dalla correnti.

Una mappa per seguire i rifiuti in mare

Si tratta di una sorta di mappa per organizzare operazioni di pulizia o di prevenzione. Il modello, secondo quanto riporta l’Ansa, ha consentito per esempio di identificare un canale di transizione che collega il Great Pacific Garbage Patch con le coste dell’Asia orientale. Una scoperta che suggerisce come su quelle coste ci sia un’importante fonte di inquinamento da plastica. Il modello ha infine confermato che il vortice dell’Oceano Indiano si comporta come una vera e propria “trappola” per i rifiuti di plastica. Depositi importanti si trovano infatti nel Golfo del Bengala. Nell’Atlantico, invece, le plastiche vengono facilmente catturate nel Golfo di Guinea.

Il progetto Hotmic dei ricercatori italiani

Allo studio delle microplastiche – la cui pericolosità sull’ambiente, sugli animali e sull’uomo è ancora poco nota -, è dedicato il progetto internazionale di ricerca Hotmic – Horizontal and vertical oceanic distribution, transport, and impact of microplastics. Si tratta di un’iniziativa triennale appena avviata e finanziata con 2,3 milioni di euro nell’ambito del programma europeo JPI Oceans. I paesi impegnati sono sei e per l’Italia l’unico partner è il Dipartimento di Chimica e Chimica Industriale dell’Università di Pisa.

Microplastiche pericolose

“Le insidie maggiori arrivano dai frammenti di plastica più fini, come ad esempio i prodotti di degradazione di imballaggi plastici – aveva spiegato a VelvetMag lo scorso giugno il professor Valter Castelvetro, capo dei ricercatori italiani -. Oppure dalle microsfere di polistirene che derivano da alcuni prodotti cosmetici. O dalle microfibre dei tessuti sintetici. Tutti materiali che più facilmente entrano nella catena alimentare degli organismi acquatici, e poi arrivano anche all’uomo. Quando raggiungono misure impercettibili, inferiori al micrometro, possono entrare nelle membrane degli apparati digestivi. Quella degli effetti che provocano è una realtà tutta da studiare”. E le campagne per la pulizia degli oceani? “Sono azioni che vanno fatte e che arrecano benefici ai cetacei – sottolineava Castelvetro -. Ma si tratta di iniziative dall’impatto relativamente modesto, sebbene abbiano una vasta eco mediatica. Il problema dell’inquinamento va risolto a monte. Quindi prima che i rifiuti giungano al mare, non a valle.”

Domenico Coviello

Attualità, Politica ed Esteri Professionista dal 2002 è Laureato in Scienze Politiche alla “Cesare Alfieri” di Firenze. Come giornalista è “nato” a fine anni ’90 nella redazione web de La Nazione, Il Giorno e Il Resto del Carlino, guidata da Marco Pratellesi. A Milano ha lavorato due anni all’incubatore del Grupp Cir - De Benedetti all’epoca della new economy. Poi per dieci anni di nuovo a Firenze a City, la free press cartacea del Gruppo Rizzoli. Un passaggio alla Gazzetta dello Sport a Roma, e al desk del Corriere Fiorentino, il dorso toscano del Corriere della Sera, poi di nuovo sul sito di web news FirenzePost. Ha collaborato a Vanity Fair. Infine la scelta di rimettersi a studiare e aggiornarsi grazie al Master in Digital Journalism del Clas, il Centro Alti Studi della Pontificia Università Lateranense di Roma. Ha scritto La Storia di Asti e la Storia di Pisa per Typimedia Editore. Segui Domenico su Facebook Segui Domenico su Linkedin

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