A quasi vent’anni di distanza, il delitto garlasco 2007 non smette di interrogare l’opinione pubblica italiana e chi si occupa di giustizia e scienze forensi. L’omicidio di Chiara Poggi, trovata senza vita il 13 agosto 2007 nella villa di famiglia in via Pascoli a Garlasco, è tornato al centro del dibattito mediatico e giudiziario nell’ottobre 2026, con nuove testimonianze televisive e un riesame delle procedure investigative adottate all’epoca dai Ris — il Raggruppamento Investigazioni Scientifiche dei Carabinieri. Ciò che emerge non è soltanto la ricostruzione di un caso già chiuso con la condanna di Alberto Stasi, ma qualcosa di più inquietante: la possibilità che alcune analisi forensi fondamentali non siano mai entrate nel fascicolo processuale.
Il 6 ottobre 2026, la trasmissione Verità Nascoste, in onda su Retequattro e condotta da Milo Infante, ha mandato in onda l’intervento di Piercarlo Collivignarelli, avvocato che nel 2007 ricopriva il ruolo di Assessore alla Sicurezza del Comune di Garlasco. La sua testimonianza ha un valore particolare: Collivignarelli era fisicamente presente in via Pascoli il giorno del ritrovamento del corpo di Chiara Poggi, e ha assistito in prima persona alle operazioni iniziali condotte sull’automobile di Alberto Stasi.
Quello che ha raccontato solleva interrogativi seri sulla catena di custodia delle prove. Secondo la sua testimonianza, gli investigatori che si avvicinarono alla vettura di Stasi non indossavano i dispositivi di protezione individuale in modo corretto o completo: alcuni avevano i copriscarpe ma non i guanti, altri il contrario. Un dettaglio apparentemente tecnico, ma che nel diritto processuale penale e nella scienza forense rappresenta una potenziale fonte di contaminazione delle prove — e quindi un elemento capace di mettere in discussione l’intera catena probatoria legata a quell’automobile.
Collivignarelli, nella sua doppia veste di testimone oculare e di professionista del diritto, ha sottolineato come queste carenze operative non fossero marginali. In un’indagine per omicidio, la corretta gestione della scena del crimine e dei reperti è il presupposto indispensabile per qualsiasi conclusione scientifica successiva. Se i protocolli vengono disattesi già nelle primissime ore, ogni analisi che segue rischia di essere compromessa alla radice.
Parallelamente alla nuova attenzione mediatica, la Procura competente sta conducendo un riesame delle indagini scientifiche svolte dai Ris nel 2007. Il fulcro di questo approfondimento riguarda le analisi effettuate sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi, uno degli elementi centrali della ricostruzione accusatoria dell’epoca.
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Ciò che emerge da questo riesame è particolarmente significativo: risulterebbero esistere due analisi con esito negativo condotte dai Ris che, però, non sarebbero mai state incluse nel fascicolo processuale originale. Solo una terza analisi, con esito positivo, sarebbe invece confluita negli atti. Se confermato, questo scenario configurerebbe una lacuna gravissima: in un sistema di giustizia che si fonda sulla completezza e sulla trasparenza del materiale probatorio, l’omissione di risultati scientifici negativi non è un dettaglio tecnico, ma un problema di ordine sostanziale che può alterare radicalmente la percezione della colpevolezza o dell’innocenza di un imputato.
Va precisato che il procedimento a carico di Alberto Stasi si è concluso con una condanna definitiva. Tuttavia, il riesame in corso non riguarda necessariamente la riapertura formale del processo, ma piuttosto la verifica della correttezza metodologica delle indagini scientifiche — un’operazione che ha rilevanza sia per la storia giudiziaria del caso sia per l’eventuale posizione di altri soggetti che nel tempo sono stati menzionati nell’ambito di questa vicenda.
La questione delle analisi non incluse nel fascicolo è un tema che travalica il singolo caso e tocca i fondamenti stessi della prova scientifica nel processo penale italiano. In criminologia forense, il principio della disclosure completa — ovvero la comunicazione integrale di tutti i risultati ottenuti, inclusi quelli che non supportano la tesi accusatoria — è considerato un pilastro etico e metodologico irrinunciabile.
Quando un laboratorio scientifico, come i Ris, produce più analisi sullo stesso reperto e ottiene risultati contrastanti, la prassi corretta impone che tutti i dati vengano trasmessi alla magistratura. Il motivo è semplice: un risultato negativo non è meno informativo di uno positivo. Al contrario, può indicare la presenza di errori metodologici, la contaminazione del reperto, oppure semplicemente l’assenza del dato che si cercava. Selezionare soltanto il risultato favorevole alla tesi accusatoria e tacere gli altri costituisce una distorsione del processo conoscitivo che il giudice è chiamato a compiere.
Nel caso del delitto garlasco 2007, questa questione acquisisce un peso specifico enorme. La condanna di Stasi si è basata su un complesso di indizi e prove scientifiche; sapere oggi che alcune analisi con esito opposto potrebbero non essere mai state valutate dai giudici impone una riflessione profonda — non necessariamente sulla colpevolezza o innocenza dell’imputato, ma sulla qualità complessiva dell’accertamento giudiziario.
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La trasmissione Verità Nascoste di Retequattro non è l’unico programma televisivo che in questo periodo si sta occupando del caso. Il coinvolgimento dei media nella vicenda di Garlasco è una costante che dura da quasi vent’anni, e che ha contribuito a costruire — nel bene e nel male — la percezione pubblica di questo omicidio. Il conduttore Milo Infante ha scelto di dare spazio alla testimonianza di Collivignarelli in una puntata che ha suscitato ampia discussione online e sui social, riportando il caso all’attenzione di una nuova generazione di spettatori che nel 2007 erano bambini o adolescenti.
Il rischio, in operazioni di questo tipo, è sempre quello di scivolare dalla divulgazione giudiziaria al true crime di intrattenimento, con tutto ciò che questo comporta in termini di pressione sull’opinione pubblica e di rispetto per le persone coinvolte — in primo luogo per la memoria di Chiara Poggi e per la sua famiglia. La linea di demarcazione tra giornalismo investigativo e spettacolarizzazione del dolore è sottile, e i programmi televisivi che affrontano casi giudiziari aperti o riesaminati hanno la responsabilità di mantenerla.
In questo senso, la scelta di portare in studio un testimone diretto come Collivignarelli — con un ruolo istituzionale nel 2007 e una formazione giuridica — rappresenta un approccio più solido rispetto alla semplice rievocazione emotiva. La sua testimonianza non è un’opinione: è il racconto di ciò che ha visto con i propri occhi in una mattina che ha segnato la storia di una piccola città della provincia pavese.
Garlasco è una cittadina di circa novemila abitanti nel Pavese. Il delitto garlasco 2007 ha lasciato un segno permanente nella comunità locale, che ha vissuto anni di processi, polemiche mediatiche e divisioni. La condanna definitiva di Stasi aveva, almeno formalmente, posto una parola fine alla vicenda giudiziaria. Ma le domande che emergono oggi — sulle procedure dei Ris, sulla completezza del fascicolo processuale, sulla correttezza delle operazioni nelle prime ore dopo il ritrovamento del corpo — dimostrano che alcune ferite non si rimarginano facilmente.
Per chi studia il sistema giudiziario italiano e le scienze forensi, il caso di Garlasco è diventato nel tempo un riferimento obbligato quando si discute di errori investigativi e gestione della prova scientifica. Non perché la verità giudiziaria sia necessariamente sbagliata, ma perché le falle emerse — e ora oggetto di riesame formale — ricordano quanto sia fragile il confine tra certezza processuale e verità assoluta. Chiara Poggi aveva ventisei anni quando fu uccisa. La sua storia merita di essere ricordata con rispetto e con la stessa serietà con cui si esaminano, oggi, le carte e le analisi di quel lontano agosto.
Quello che il riesame in corso e le testimonianze televisive di ottobre 2026 restituiscono, al di là delle singole rivelazioni, è una lezione più ampia: nelle indagini scientifiche applicate alla giustizia, la trasparenza non è un optional. È la condizione stessa perché una condanna — o un’assoluzione — possa reggere al peso del tempo e dello scrutinio.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
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