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Baby gang a Portogruaro: ragazzini di 12-14 anni bloccano auto e intimidiscono passanti, ma restano impunibili

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Immagine generata con AI

Una decina di ragazzini tra i 12 e i 14 anni che bloccano le uscite dei parcheggi con le biciclette, circondano le auto e intimidiscono chi passa a piedi — con una predilezione per gli anziani, i soggetti più vulnerabili. È quello che è accaduto a Portogruaro, comune del veneziano, in un episodio che ha fatto scattare l’allarme tra i residenti e ha riportato al centro del dibattito pubblico il tema delle baby gang minori e di un sistema normativo che, almeno per i giovanissimi, lascia le forze dell’ordine con poche frecce al proprio arco. I carabinieri sono intervenuti, hanno rintracciato circa dieci minori e li hanno convocati in caserma insieme ai genitori. Eppure, al termine di tutto, nessuna accusa penale è stata formulata.

Cosa è successo a Portogruaro: il modus operandi del gruppo

Il meccanismo messo in atto dal gruppo è tanto semplice quanto efficace nell’instillare paura. I ragazzi posizionavano le biciclette in modo da ostruire le uscite dei parcheggi, impedendo fisicamente ai veicoli di manovrare. Una volta bloccata l’auto, il gruppo si avvicinava in massa, circondando il mezzo e il conducente in una dinamica di pressione collettiva pensata per intimidire. Le vittime preferite erano persone anziane e pedoni, categorie percepite — con fredda logica predatoria — come meno inclini a reagire o a difendersi.

L’episodio, emerso nelle cronache tra il 4 e il 5 ottobre 2026, ha suscitato indignazione nel territorio. Portogruaro non è una metropoli: è una cittadina della provincia di Venezia con una forte identità di comunità, dove episodi del genere colpiscono con ancora maggiore forza la percezione di sicurezza collettiva. Quando si diffonde la voce che un gruppo di minorenni può agire indisturbato — o quasi — in pieno giorno, la reazione emotiva dei residenti è comprensibile e inevitabile.

I carabinieri, allertati, sono intervenuti prontamente e hanno rintracciato circa dieci minori coinvolti. Il passo successivo, obbligato dalla prassi e dalla norma, è stato convocare i ragazzi in caserma insieme ai genitori. Un momento che, nelle intenzioni, dovrebbe avere un valore educativo e di deterrenza. Nella pratica, però, si è rivelato il punto terminale di un percorso che non ha avuto sbocchi giudiziari.

Il nodo dell’imputabilità: perché la legge non può intervenire

Il cuore del problema è giuridico, e vale la pena spiegarlo con chiarezza. In Italia, il codice penale fissa a 14 anni la soglia minima di imputabilità: chi non ha ancora compiuto quell’età non può essere perseguito penalmente, indipendentemente dalla gravità del comportamento tenuto. Nel caso di Portogruaro, la maggior parte — se non la totalità — dei minori coinvolti si trovava al di sotto di questa soglia. Il risultato è che nessuna denuncia penale ha potuto essere formalizzata.

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Ma c’è un secondo livello di complessità. Anche laddove i comportamenti fossero stati tenuti da ragazzi di età compresa tra i 14 e i 18 anni, sarebbe stato comunque necessario individuare gli estremi di un reato specifico e perseguibile. Bloccare un’auto con le biciclette e circondare il conducente è certamente un comportamento intimidatorio, ma tradurlo in una fattispecie penale precisa — violenza privata, minaccia aggravata, interruzione di pubblico servizio — richiede elementi che, stando alle fonti disponibili, non erano presenti in misura sufficiente per procedere. Le forze dell’ordine si sono trovate, di fatto, con le mani legate.

Questo non significa che le istituzioni siano rimaste inerti sul piano formale: la convocazione in caserma con i genitori rappresenta un segnale, un avvertimento. Ma nella percezione dei residenti — e probabilmente anche dei ragazzi stessi — il messaggio che passa rischia di essere opposto: che certe condotte non hanno conseguenze reali.

Baby gang minori: un fenomeno che non riguarda solo le grandi città

Sarebbe un errore liquidare l’episodio di Portogruaro come un caso isolato o come un’anomalia geografica. Il fenomeno delle baby gang minori ha ormai smesso di essere appannaggio esclusivo delle periferie metropolitane. Negli ultimi anni, episodi analoghi — gruppi di giovanissimi che agiscono in modo coordinato per intimidire, danneggiare o esercitare un controllo territoriale informale — si sono moltiplicati in centri medi e piccoli, in aree del Nord-Est come in altre regioni d’Italia.

La dinamica di gruppo è uno degli elementi più studiati dagli esperti di criminologia minorile. All’interno di un branco, il singolo individuo percepisce una diluizione della responsabilità personale: l’azione è collettiva, il rischio è distribuito, il senso di impunità si amplifica. Questo meccanismo è tanto più potente quanto più i ragazzi sono giovani e quanto meno hanno interiorizzato le conseguenze sociali e legali dei propri comportamenti. A 12 o 13 anni, la percezione del rischio è strutturalmente diversa da quella di un adulto — e le norme, come abbiamo visto, lo riconoscono.

Immagine generata con AI

Il problema, però, è che il vuoto lasciato dalla non-imputabilità penale dovrebbe essere colmato da altri strumenti: interventi dei servizi sociali, percorsi di mediazione familiare, misure di sostegno o di allontanamento temporaneo, programmi educativi mirati. Strumenti che esistono sulla carta, ma che richiedono risorse, personale specializzato e tempi di attivazione che spesso non si conciliano con l’urgenza percepita dalla comunità colpita.

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Il ruolo delle famiglie e la difficoltà dell’intervento educativo

La convocazione dei genitori in caserma è, simbolicamente, un atto importante. Mette le famiglie di fronte alla realtà dei comportamenti dei propri figli, rompe l’eventuale muro di negazione o di inconsapevolezza, e attribuisce alla sfera domestica una responsabilità che il sistema penale non può assumere direttamente. Ma è anche un atto dai risultati incerti, perché presuppone che i genitori abbiano gli strumenti — emotivi, culturali, pratici — per intervenire efficacemente.

Non sempre è così. In molti casi di baby gang, le famiglie di origine sono esse stesse in difficoltà: situazioni di marginalità economica, conflitti interni, assenza di figure di riferimento stabili. Convocare un genitore in caserma non risolve automaticamente le condizioni strutturali che hanno favorito il comportamento del figlio. Può essere un punto di partenza, ma raramente è sufficiente da solo.

Gli esperti di pedagogia e psicologia dello sviluppo insistono su un punto: i comportamenti di gruppo aggressivi o intimidatori nei preadolescenti sono quasi sempre il sintomo di un disagio più profondo — bisogno di riconoscimento, ricerca di identità, risposta a un senso di esclusione o di noia. Punire, quando è possibile farlo, non risolve il disagio. Non punire, quando la legge non lo consente, lascia un vuoto che può essere percepito come un’autorizzazione implicita a ripetere.

Cosa chiedono i residenti e cosa può fare il sistema

Di fronte a episodi come quello di Portogruaro, la reazione della comunità locale tende a polarizzarsi. Da un lato, chi chiede misure più severe, abbassamento dell’età imputabile, maggiore presenza delle forze dell’ordine sul territorio. Dall’altro, chi ricorda che la repressione senza prevenzione è una risposta parziale e spesso inefficace, e che investire in servizi educativi, spazi di aggregazione e supporto alle famiglie è l’unica strada per agire sulle cause.

Entrambe le posizioni contengono elementi di verità, e il dibattito politico italiano torna ciclicamente su questi temi senza trovare soluzioni condivise e stabili. La soglia dei 14 anni è oggetto di discussione periodica in Parlamento, ma modificarla comporta implicazioni profonde sul piano dei diritti dei minori e sulla filosofia stessa del sistema penale minorile, che in Italia è tradizionalmente orientato alla rieducazione più che alla punizione.

Quello che è certo è che casi come quello di Portogruaro — una cittadina tranquilla della provincia veneziana dove un gruppo di dodicenni riesce a seminare insicurezza e a uscirne senza conseguenze formali — hanno il potere di incrinare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Non perché le istituzioni abbiano sbagliato, ma perché il sistema di regole vigente produce esiti che la percezione comune fatica ad accettare. Colmare questo scarto tra norma e senso di giustizia è una delle sfide più complesse che la politica e la società civile si trovano ad affrontare, oggi come nei prossimi anni.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

Redazione VelvetMAG

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