Un rito quotidiano, quasi sacro, che però pesa sempre di più sul portafoglio degli italiani: il prezzo del caffè al bar ha registrato un aumento medio del 24-25% nell’arco di cinque anni, tra il 2021 e il 2026, portando la media nazionale a 1,29 euro a tazzina. A fotografare questa tendenza è uno studio condotto dal Centro Studi Consumatori in collaborazione con Assoutenti, che ha analizzato i prezzi dell’espresso in diverse città italiane, rivelando un panorama a due velocità: Nord costoso, Sud ancora relativamente accessibile, ma con un trend al rialzo che non risparmia nessuna latitudine.
Bolzano batte tutti: il record a 1,51 euro
Se volete sorseggiare un espresso nel capoluogo altoatesino, preparatevi a mettere mano al portafoglio più del solito. Bolzano si conferma la città più cara d’Italia per il caffè al bar, con un prezzo medio che tocca 1,51 euro a tazzina. Un primato che riflette il costo della vita generalmente più elevato del Trentino-Alto Adige, una regione dove i salari medi sono più alti ma dove anche i costi di gestione dei locali — affitti, utenze, personale — incidono in modo significativo sul prezzo finale del prodotto.
Al secondo posto si piazza Pescara, con un prezzo medio di 1,49 euro: un dato sorprendente per una città del Centro-Sud, che supera molti capoluoghi del Nord tradizionalmente più cari. Seguono diverse città settentrionali e del Centro Italia dove l’espresso ha già superato la soglia psicologica di 1,40 euro, un livello che fino a pochi anni fa sembrava riservato ai bar di lusso o alle zone turistiche delle grandi metropoli.
La mappa del prezzo caffè al bar: Nord-Sud, un Paese diviso
La ricerca del Centro Studi Consumatori e Assoutenti restituisce una mappa geografica precisa delle disparità di prezzo. Al polo opposto di Bolzano si trovano Catanzaro e Messina, che figurano tra le città più economiche d’Italia per l’espresso al bancone. In queste realtà del Sud, il caffè mantiene ancora un prezzo più vicino alla tradizione, anche se anche lì la tendenza al rialzo è evidente.
Questo divario non è semplicemente il riflesso di un Sud “più povero”: è il risultato di dinamiche di mercato complesse. Nei grandi centri del Nord, la concorrenza tra locali si gioca spesso sulla qualità, sull’arredo, sull’esperienza complessiva — e tutto questo ha un costo che si trasferisce inevitabilmente sul prezzo della tazzina. Al Sud, invece, il caffè resta spesso un bene quasi democratico, un momento di socialità che i gestori tendono a mantenere accessibile per non perdere la clientela abituale.
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La soglia dei 1,40 euro è già stata superata in almeno undici città italiane, secondo i dati dello studio, segnando un punto di svolta culturale oltre che economico. Per decenni, l’espresso italiano è stato associato a un prezzo fisso e quasi immutabile — una delle poche certezze in un’economia in continuo movimento. Quel tempo sembra definitivamente tramontato.
Cinque anni di rincari: cosa ha spinto i prezzi verso l’alto
Un aumento del 24-25% in cinque anni non è un fenomeno isolato né casuale. Diversi fattori strutturali si sono sommati per portare il prezzo del caffè al bar ai livelli attuali, e la maggior parte di essi non accenna a invertire la rotta nel breve periodo.
In primo luogo, il costo delle materie prime: le quotazioni internazionali del caffè verde — sia Arabica che Robusta — hanno subito pressioni significative negli ultimi anni, legate a fattori climatici nelle principali aree di produzione (Brasile, Vietnam, Colombia), a tensioni nelle catene di approvvigionamento globali e a una domanda mondiale in crescita. Quando il costo della materia prima sale, l’intera filiera ne risente, dai torrefattori fino al bar sotto casa.
In secondo luogo, i costi fissi di gestione dei locali: energia elettrica, affitti commerciali, costo del lavoro — tutte voci che negli ultimi anni hanno conosciuto aumenti considerevoli. Il gestore di un bar si trova a dover bilanciare margini sempre più stretti, e l’espresso, pur essendo il prodotto più venduto, è anche quello su cui storicamente si lavora con margini ridottissimi. Alzare il prezzo della tazzina è spesso l’unica leva disponibile per mantenere la sostenibilità economica del locale.

Infine, c’è una componente di inflazione generale che ha caratterizzato l’economia italiana — e non solo — nel periodo post-pandemico, con ripercussioni su ogni settore del commercio al dettaglio e della ristorazione.
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Quanto pesa sull’italiano medio: il caffè come termometro del costo della vita
Potrebbe sembrare paradossale preoccuparsi per pochi centesimi in più sulla tazzina mattutina. Ma il prezzo del caffè al bar è da sempre considerato un indicatore simbolico del costo della vita: proprio perché è un acquisto quotidiano, ripetuto, spesso automatico, il suo rialzo si percepisce in modo immediato e diretto, molto più di altri aumenti che riguardano beni acquistati con minore frequenza.
Un italiano che consuma due espressi al bar al giorno — e la media nazionale di consumo è tra le più alte al mondo — si trova oggi a spendere, alla media nazionale di 1,29 euro, circa 940 euro l’anno solo per il caffè fuori casa. Cinque anni fa, con prezzi medi sensibilmente più bassi, la stessa abitudine costava circa il 25% in meno. Non è una cifra trascurabile, specie in un contesto di salari reali che faticano a tenere il passo con l’inflazione.
Il dato colpisce anche perché il caffè è uno dei pochi prodotti per cui gli italiani sembrano disposti a pagare di più senza rinunciare al consumo: la domanda è relativamente anelastica, come direbbero gli economisti. Si taglia su altro, ma il caffè al bar resta. Questa fedeltà del consumatore è però anche ciò che ha permesso ai prezzi di salire senza trovare resistenza significativa.
Cosa aspettarsi nei prossimi mesi
Le prospettive per il prezzo del caffè al bar nel breve e medio termine non sembrano particolarmente rassicuranti per i consumatori. Le pressioni sulle materie prime rimangono elevate, e i costi energetici e del lavoro difficilmente torneranno ai livelli pre-crisi. Alcune associazioni di categoria del settore della ristorazione segnalano che molti gestori hanno già assorbito aumenti dei costi senza trasferirli completamente sul prezzo finale, il che lascia ipotizzare ulteriori ritocchi in arrivo.
La ricerca pubblicata su Il Sole 24 Ore e condotta in collaborazione con Assoutenti offre uno spaccato utile non solo per i consumatori, ma anche per chi vuole capire come si muovono i mercati locali e come le abitudini italiane stiano lentamente — ma inesorabilmente — cambiando sotto la pressione economica.
L’espresso al bancone resterà probabilmente il simbolo di un’italianità autentica, quel momento di pausa condivisa che nessun aumento di prezzo sembra davvero in grado di scalfire. Ma la tazzina che un tempo costava quanto uno spicciolo si sta trasformando, città per città, in un piccolo lusso quotidiano — e la distanza tra Bolzano e Catanzaro racconta, in pochi centesimi di differenza, tutta la complessità di un Paese ancora profondamente diseguale.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.


