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Intossicazione da monossido nella baita: la tragedia in valle Devero

Intossicazione da monossido nella baita: la tragedia in valle Devero
Intossicazione da monossido nella baita: la tragedia in valle Devero
Immagine generata con AI

Valle Devero, notte tra il 29 e il 30 agosto: una baita, sei persone, un killer invisibile

Nella notte tra il 29 e il 30 agosto 2026, una baita all’Alpe Buscagna, nel cuore della valle Devero in Piemonte, si è trasformata in una trappola silenziosa. Un’intossicazione da monossido di carbonio ha colpito sei persone che dormivano o riposavano all’interno della struttura: uno di loro, un margaro di 37 anni, non ce l’ha fatta. Un ragazzo di 19 anni è stato trasportato in gravissime condizioni all’Ospedale Niguarda di Milano con l’elicottero del soccorso. Gli altri quattro intossicati sono stati ricoverati negli ospedali di Novara e Domodossola. È l’ennesima tragedia legata a questo gas inodore e incolore che ogni anno, soprattutto nei mesi freddi ma non solo, miete vittime in contesti domestici, rurali e montani.

Dove si trova l’Alpe Buscagna e chi erano le persone nella baita

La valle Devero è una delle valli alpine più suggestive del Piemonte, incastonata nella provincia del Verbano-Cusio-Ossola, al confine con la Svizzera. L’Alpe Devero, e in particolare la zona dell’Alpe Buscagna, è un territorio di alta quota frequentato da escursionisti, alpinisti e, soprattutto, dai margari: i pastori di tradizione alpina che portano le greggi sulle malghe durante la stagione estiva, vivendo per settimane o mesi in strutture rurali spesso prive dei comfort delle abitazioni moderne.

Proprio in questo contesto viveva e lavorava la vittima, un uomo di 37 anni che svolgeva il mestiere antico e faticoso del margaro. Con lui, nella baita, si trovavano altre cinque persone, tutte colpite dall’intossicazione da monossido di carbonio nel corso della notte. Le baite di alta montagna, per loro natura, sono ambienti chiusi, spesso poco ventilati, riscaldati con stufe a legna o a gas, e in certi casi dotati di sistemi di cottura o riscaldamento che, se malfunzionanti o usati in condizioni di scarsa aerazione, possono diventare fonti letali di monossido.

La fonte dell’intossicazione non è stata ancora ufficialmente confermata dalle autorità competenti, e per questo motivo non è possibile indicare con certezza la causa della fuga di gas. Quello che è certo, e documentato dalle fonti, è che il monossido ha raggiunto concentrazioni tali da causare la morte di un uomo e il ricovero in condizioni critiche di un giovane di 19 anni.

La dinamica della tragedia: una notte senza ritorno

Il monossido di carbonio è un gas che non si vede, non si sente, non si odora. Agisce in silenzio, mentre chi è esposto dorme o è già in uno stato di torpore progressivo. Questo è uno degli elementi che rende l’intossicazione da monossido di carbonio così pericolosa nelle ore notturne: la vittima non si sveglia, non avverte il pericolo, non riesce a reagire in tempo. I sintomi iniziali — mal di testa, nausea, confusione — vengono spesso scambiati per malesseri comuni, e in un contesto di alta quota, dove la stanchezza fisica è già elevata, possono passare del tutto inosservati.

Nella notte tra il 29 e il 30 agosto, le sei persone presenti nella baita dell’Alpe Buscagna si sono trovate in questa condizione. Qualcuno è riuscito a chiamare i soccorsi — una telefonata al 112 che ha permesso di attivare la macchina dei soccorsi — ma al momento dell’arrivo dei soccorritori la situazione era già gravissima. Il margaro di 37 anni era già deceduto. Il 19enne versava in condizioni critiche tali da richiedere il trasporto immediato in elicottero al Niguarda di Milano, uno dei centri di eccellenza in Italia per il trattamento delle intossicazioni gravi da monossido di carbonio e per la terapia iperbarica. Gli altri quattro sono stati portati agli ospedali di Novara e Domodossola per le cure del caso.

Le operazioni di soccorso in un territorio come la valle Devero comportano difficoltà logistiche significative: si tratta di zone di alta montagna, raggiungibili spesso solo a piedi o con mezzi fuoristrada, e nelle ore notturne le condizioni possono essere ulteriormente complicate dalla scarsa visibilità e dalle temperature. Il fatto che i soccorsi siano riusciti a intervenire e a portare in salvo cinque delle sei persone colpite è il risultato di un lavoro coordinato tra le diverse strutture di emergenza piemontesi.

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Cos’è il monossido di carbonio e perché è così pericoloso

Per comprendere la portata di questa tragedia è utile ricordare — senza pretese diagnostiche, ma con spirito divulgativo — cosa sia esattamente il monossido di carbonio e perché rappresenti un rischio così serio. Il CO, come viene abbreviato in chimica, è un gas prodotto dalla combustione incompleta di materiali organici: legno, carbone, gas naturale, benzina, cherosene. Si forma ogni volta che una combustione avviene in condizioni di scarso apporto di ossigeno.

Una volta inalato, il monossido di carbonio si lega all’emoglobina del sangue con un’affinità circa 200-250 volte superiore a quella dell’ossigeno, formando la carbossiemoglobina. In pratica, “occupa” i posti che spetterebbero all’ossigeno, impedendo ai tessuti di riceverlo. Il risultato è una progressiva ipossia — mancanza di ossigeno — che colpisce prima il cervello, poi il cuore e gli altri organi vitali. A concentrazioni elevate, l’esposizione può portare alla perdita di coscienza e alla morte nel giro di pochi minuti.

Secondo le indicazioni dell’Istituto Superiore di Sanità, il monossido di carbonio è responsabile di un numero significativo di decessi accidentali ogni anno in Italia, con una prevalenza nei mesi invernali ma con episodi documentati in tutte le stagioni. Le baite di montagna, le roulotte, le case di campagna con sistemi di riscaldamento datati o mal mantenuti sono tra i contesti più a rischio. L’Alpe Buscagna non fa eccezione: si tratta di strutture pensate per la vita rurale e pastorale, non necessariamente dotate di rilevatori di CO o di sistemi di ventilazione adeguati.

Il trattamento dell’intossicazione da monossido di carbonio prevede, nei casi gravi, la terapia con ossigeno ad alta concentrazione e, nelle situazioni più critiche, la camera iperbarica. Il Niguarda di Milano, dove è stato trasportato il 19enne in condizioni gravissime, dispone di strutture adeguate per questo tipo di intervento. Per qualsiasi sospetto di esposizione a monossido di carbonio è fondamentale allontanarsi immediatamente dall’ambiente, chiamare i soccorsi e non rientrare fino a quando i tecnici non abbiano verificato la sicurezza dell’ambiente.

Il mestiere del margaro: una vita tra le malghe, tra rischi antichi e moderni

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La morte del 37enne riporta l’attenzione su una figura professionale che è parte integrante della cultura alpina italiana: il margaro. Questa parola, tipica del dialetto piemontese e valdostano, indica il pastore-casaro che conduce le mandrie sugli alpeggi durante l’estate, producendo formaggi e gestendo la vita della malga. È un lavoro duro, solitario, legato a ritmi stagionali precisi, che richiede competenze tecniche elevate e una resistenza fisica fuori dal comune.

I margari vivono per mesi in baite e strutture di alta quota, lontani dai centri abitati, spesso senza riscaldamento centralizzato, con stufe e focolari come unica fonte di calore nelle notti fredde. Questo li espone a rischi che nelle abitazioni moderne sono stati quasi del tutto eliminati grazie alle normative sulla sicurezza degli impianti, ai rilevatori di gas e ai sistemi di ventilazione forzata. In montagna, invece, molte di queste protezioni sono assenti o insufficienti.

Non è la prima volta che la cronaca registra incidenti legati all’intossicazione da monossido di carbonio in contesti di alpeggio o di vita rurale montana. Ogni estate, con l’arrivo delle notti più fresche e il ricorso a stufe e bracieri, il rischio aumenta. La sensibilizzazione su questo tema è ancora insufficiente, e la tragedia di Alpe Buscagna ne è la dimostrazione più dolorosa.

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I soccorsi, i ricoveri e la catena dell’emergenza

L’attivazione della catena dei soccorsi nella notte tra il 29 e il 30 agosto ha coinvolto diverse strutture operative. Il 112, il numero unico di emergenza, ha ricevuto la chiamata e ha coordinato l’intervento. Dato il contesto geografico — alta montagna, accesso difficile, notte — sono stati mobilitati l’elisoccorso e le squadre di soccorso alpino. Il 19enne in gravissime condizioni è stato trasportato in volo al Niguarda di Milano. Gli altri quattro sopravvissuti, in condizioni meno critiche ma comunque serie, sono stati ricoverati negli ospedali di Novara e Domodossola.

Il Niguarda è uno dei presidi ospedalieri di riferimento per le emergenze più gravi in Lombardia e nel nord Italia, con un’unità di terapia intensiva di eccellenza e la disponibilità della camera iperbarica, strumento fondamentale nel trattamento delle intossicazioni severe da monossido. La scelta di trasportare il giovane direttamente a Milano, bypassando strutture più vicine, riflette la gravità del suo stato clinico al momento del soccorso.

Le autorità locali e le forze dell’ordine hanno avviato gli accertamenti di rito per ricostruire la dinamica esatta dell’incidente. Come detto, la fonte dell’intossicazione non è stata ufficialmente identificata nelle comunicazioni disponibili al momento della redazione di questo articolo.

Come prevenire l’intossicazione da monossido di carbonio: indicazioni pratiche

La prevenzione è il tema che rimane aperto dopo ogni tragedia di questo tipo. Le autorità sanitarie e la protezione civile italiana ripetono da anni le stesse raccomandazioni, che vale la pena richiamare in questa sede — non come sostituto del parere medico, ma come promemoria utile per chiunque frequenti ambienti a rischio, dalle baite di montagna alle case di campagna, dai camper alle imbarcazioni.

  • Installare un rilevatore di monossido di carbonio in ogni ambiente dove siano presenti fonti di combustione. I rilevatori di CO sono dispositivi economici e salvavita, obbligatori in alcuni paesi e fortemente raccomandati in Italia.
  • Garantire una ventilazione adeguata negli ambienti riscaldati con stufe a legna, a gas o a carbone. Non chiudere ermeticamente porte e finestre senza assicurare un ricambio d’aria sufficiente.
  • Fare manutenzione regolare degli impianti di riscaldamento, delle stufe e dei camini. Un impianto mal funzionante o con condotti ostruiti può produrre quantità letali di CO anche in poco tempo.
  • Non usare mai generatori di corrente, bracieri o barbecue all’interno di spazi chiusi o scarsamente ventilati.
  • In caso di sintomi sospetti — mal di testa improvviso, nausea, confusione, sonnolenza insolita — abbandonare immediatamente l’ambiente e chiamare i soccorsi.

Per approfondire le indicazioni ufficiali sulla prevenzione e il trattamento dell’intossicazione da monossido di carbonio, è possibile consultare le risorse del Ministero della Salute italiano, che pubblica linee guida aggiornate per cittadini e operatori sanitari.

Una morte che non doveva accadere

La tragedia dell’Alpe Buscagna lascia una domanda senza risposta facile: quante di queste morti potrebbero essere evitate con strumenti semplici, a basso costo, già disponibili sul mercato? Un rilevatore di monossido di carbonio costa pochi euro. La sua assenza può costare una vita. Il margaro di 37 anni che non tornerà a casa, il ragazzo di 19 anni trasportato d’urgenza a Milano, le altre quattro persone ricoverate negli ospedali piemontesi: sono il volto concreto di un rischio che troppo spesso viene sottovalutato proprio nei contesti dove è più alto.

Le baite di alpeggio, le malghe, le strutture rurali di alta quota sono parte di un patrimonio culturale e produttivo che l’Italia deve tutelare anche sotto il profilo della sicurezza. Chi sceglie di vivere e lavorare in montagna — e chi vi trascorre le vacanze — merita di poterlo fare con le stesse protezioni che si danno per scontate nelle abitazioni urbane. La notte tra il 29 e il 30 agosto 2026, in valle Devero, ha dimostrato ancora una volta che questa parità di tutela non esiste ancora. Ed è un tema su cui istituzioni, associazioni di categoria e singoli cittadini sono chiamati a fare di più, prima che arrivi la prossima telefonata al 112 da una baita buia e silenziosa.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.