Tre italiani dispersi in Nepal dopo l’alluvione: chi sono Marco Ratto, Luca Barachini e Patrizia Marziale
Dal 26 agosto 2026 le famiglie di tre cittadini italiani attendono notizie che non arrivano: Marco Ratto, Luca Barachini e Patrizia Marziale risultano dispersi nella zona colpita dalla devastante alluvione che ha investito il Nepal e il Tibet, provocando una catastrofe di proporzioni enormi. La vicenda degli italiani dispersi nell’alluvione in Nepal ha riportato l’attenzione dell’opinione pubblica su una tragedia che, nei numeri complessivi, supera ogni immaginazione: il bilancio dei morti ha già raggiunto quota 675, mentre quasi tremila persone risultano ancora disperse secondo la National Disaster Risk Reduction and Management Authority (Ndrrma). Tre di queste tremila hanno un nome, un volto, una storia italiana: e le loro famiglie, tra Rapallo, Genova e Lugano, aspettano.
L’alluvione che ha devastato Nepal e Tibet: cosa è successo il 26 agosto
Per capire la portata di quanto accaduto, bisogna tornare al 26 agosto 2026, quando un collasso di ghiaccio e roccia sul tributario Lhende Khola ha generato onde gigantesche che si sono abbattute sulle strade e sui villaggi circostanti con una violenza inaudita. Non si è trattato di una semplice piena fluviale: il cedimento strutturale di una massa mista di ghiaccio e detriti rocciosi ha prodotto un effetto domino devastante, trascinando via infrastrutture, abitazioni e persone in pochi minuti. Le immagini diffuse nelle ore successive mostravano ponti spezzati, strade ridotte a fango, interi tratti di territorio cancellati dalla carta geografica fisica del territorio.
Il Nepal è un paese abituato alle inondazioni stagionali, ma l’evento del 26 agosto ha avuto caratteristiche eccezionali anche per gli standard locali. La combinazione tra il disgelo accelerato delle masse glaciali — fenomeno che negli ultimi anni si è intensificato in tutta la catena himalayana — e le piogge monsoniche ha creato le condizioni per una catastrofe che le autorità nepalesi definiscono tra le più gravi degli ultimi decenni. Le onde generate dal collasso del Lhende Khola hanno percorso le vallate a valle con una velocità e una forza che non hanno lasciato scampo a chi si trovava lungo il percorso dei fiumi.
I soccorritori si sono trovati davanti a uno scenario di difficoltà estrema: le strade distrutte rendono inaccessibili molte aree, i ponti crollati isolano intere comunità, e le comunicazioni in molte zone sono ancora interrotte. La macchina dei soccorsi nepalesi è al lavoro con il supporto di organizzazioni internazionali, ma le condizioni del terreno e la vastità dell’area colpita rendono ogni operazione di ricerca lenta e pericolosa.
Chi sono gli italiani dispersi nell’alluvione in Nepal
In questo scenario di caos e dolore, tre nomi italiani si distinguono tra le migliaia di dispersi segnalati alla Ndrrma. Marco Ratto, Luca Barachini e Patrizia Marziale: tre persone con vite radicate in Italia e in Svizzera, probabilmente in Nepal per quello che doveva essere un viaggio indimenticabile in uno dei luoghi più straordinari del pianeta.
Marco Ratto, l’orefice di Rapallo
Marco Ratto ha cinquant’anni ed è un orefice originario di Rapallo, nel Genovese. La sua professione lo colloca in una tradizione artigianale ligure di lunga data: l’oreficeria della riviera di Levante ha radici profonde, e chi la esercita porta avanti un mestiere che richiede pazienza, precisione e amore per i materiali. Rapallo è una città di mare affacciata sul Golfo del Tigullio, conosciuta per il suo lungomare elegante e per una comunità che mantiene legami forti con le proprie tradizioni. Marco Ratto è parte di questa comunità, e la sua scomparsa ha scosso profondamente chi lo conosce.
A cinquant’anni, un viaggio in Nepal rappresenta spesso il coronamento di un sogno coltivato a lungo: la catena himalayana, con i suoi paesaggi mozzafiato, i suoi percorsi di trekking leggendari e la sua cultura millenaria, attira ogni anno decine di migliaia di viaggiatori da tutto il mondo, molti dei quali italiani. Le circostanze precise della presenza di Marco Ratto nella zona colpita il 26 agosto non sono state ancora chiarite dalle autorità, ma la sua scomparsa è confermata da fonti verificate.
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Luca Barachini e Patrizia Marziale, la coppia di Lugano
Luca Barachini e Patrizia Marziale formano una coppia residente a Lugano, nel Canton Ticino. La città svizzera di lingua italiana, affacciata sul lago omonimo, è da sempre un crocevia tra la cultura italiana e quella elvetica: chi vi risiede spesso mantiene legami forti con l’Italia, e i due risultano tra gli italiani dispersi nell’alluvione in Nepal segnalati alle autorità competenti. La loro storia è quella di due persone che hanno scelto di condividere la vita e, evidentemente, anche la passione per i viaggi in luoghi lontani e straordinari.
Il Nepal è una destinazione che richiama chi ama la montagna, la spiritualità, la natura selvaggia e le culture antiche. Kathmandu, Pokhara, i circuiti dell’Annapurna e dell’Everest Base Camp: ogni anno migliaia di italiani percorrono questi sentieri, affascinati da un paese che riesce a essere contemporaneamente accessibile e remoto, antico e vitale. Barachini e Marziale si trovavano in quella zona quando il 26 agosto il disastro ha colpito, e da quel momento le famiglie non hanno più ricevuto notizie.
Il bilancio della catastrofe: 675 morti e quasi tremila dispersi
I numeri dell’alluvione che ha colpito Nepal e Tibet il 26 agosto 2026 sono di una gravità che supera molte delle calamità naturali che hanno colpito la regione negli ultimi anni. Il bilancio dei morti ha raggiunto quota 675, una cifra destinata a crescere man mano che i soccorritori riescono ad accedere alle zone più remote e isolate. Ma è il numero dei dispersi a dare la misura reale della catastrofe: la Ndrrma, la National Disaster Risk Reduction and Management Authority nepalese, ha segnalato quasi tremila persone ancora non rintracciate.
Tra queste tremila ci sono i tre italiani di cui ci occupiamo, ma anche centinaia di nepalesi, tibetani, e cittadini di altre nazionalità che si trovavano nella zona al momento del disastro. I villaggi lungo il corso del Lhende Khola e dei fiumi tributari sono stati i più colpiti: comunità rurali che vivevano di agricoltura, allevamento e turismo escursionistico, spazzate via in pochi minuti dall’onda di fango e detriti generata dal collasso glaciale.
La risposta internazionale è stata immediata, con molti paesi che hanno offerto assistenza umanitaria e tecnica. Le squadre di ricerca e soccorso operano in condizioni estremamente difficili: l’accesso alle aree più colpite richiede spesso l’uso di elicotteri, ma le condizioni meteorologiche post-alluvione rendono i voli rischiosi e discontinui. Le autorità nepalesi hanno dichiarato lo stato di emergenza nelle province più colpite, e i militari sono stati dispiegati per supportare le operazioni di ricerca.

Le famiglie in attesa: il silenzio più difficile da sopportare
Mentre i soccorritori scavano tra i detriti e le autorità aggiornano i bilanci, a Rapallo e a Lugano le famiglie di Marco Ratto, Luca Barachini e Patrizia Marziale vivono nell’angoscia dell’attesa. Non avere notizie è una forma di tormento particolare: non si sa se sperare o temere, non si sa come comportarsi, non si riesce a fare altro che aspettare una telefonata, un messaggio, una comunicazione ufficiale che chiarisca cosa è successo.
La Farnesina — il Ministero degli Affari Esteri italiano — è in contatto con le autorità nepalesi per seguire il caso dei tre connazionali dispersi. In situazioni di questo tipo, il lavoro diplomatico è fondamentale: le ambasciate italiane nelle capitali dei paesi colpiti svolgono un ruolo di raccordo tra le famiglie, le autorità locali e le organizzazioni internazionali di soccorso. Il coordinamento è complesso, soprattutto quando le comunicazioni nelle zone colpite sono ancora parzialmente interrotte.
Le comunità di Rapallo e di Lugano hanno reagito con solidarietà e preoccupazione. Marco Ratto è un artigiano conosciuto nella sua città: la sua bottega, il suo lavoro, i suoi rapporti personali lo collocano in un tessuto sociale preciso, e la sua scomparsa non è una notizia anonima ma una ferita concreta per chi lo conosce. Lo stesso vale per Luca Barachini e Patrizia Marziale nel contesto luganese, dove la comunità di lingua italiana è unita da legami forti.
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Il Nepal e il rischio catastrofi: un contesto da comprendere
La tragedia del 26 agosto non è un evento isolato nella storia del Nepal, ma si inserisce in un pattern preoccupante che riguarda tutta la regione himalayana. Il cambiamento climatico sta accelerando il disgelo dei ghiacciai, aumentando la frequenza e l’intensità dei cosiddetti GLOF — Glacial Lake Outburst Floods, cioè le inondazioni da svuotamento improvviso di laghi glaciali. Il Nepal è uno dei paesi più esposti a questo fenomeno al mondo: la sua geografia, con valli strette e ripide attraversate da fiumi alimentati dai ghiacciai, lo rende particolarmente vulnerabile.
Secondo i dati delle organizzazioni internazionali che monitorano i rischi climatici in Asia meridionale, il numero di GLOF registrati nella regione himalayana è aumentato significativamente negli ultimi due decenni. Ogni anno, durante la stagione monsonica, il Nepal affronta inondazioni e frane che causano morti e danni enormi alle infrastrutture. Ma eventi come quello del 26 agosto — innescati da un collasso di ghiaccio e roccia su un tributario — hanno una violenza e una rapidità che li rende particolarmente letali, perché non lasciano il tempo per evacuare.
Per i viaggiatori e i trekker che ogni anno visitano il Nepal, questa realtà impone una consapevolezza maggiore dei rischi. Le autorità nepalesi e le organizzazioni internazionali come l’UNDP Nepal lavorano da anni per migliorare i sistemi di allerta precoce e la resilienza delle comunità locali, ma la sfida è enorme in un paese con risorse limitate e un territorio tra i più impervi del pianeta. Chi pianifica un viaggio in Nepal può consultare le indicazioni aggiornate del portale Viaggiare Sicuri della Farnesina per avere informazioni sulle condizioni di sicurezza nelle diverse aree del paese.
Turismo e rischio in Himalaya: cosa devono sapere i viaggiatori italiani
Il Nepal è una delle destinazioni preferite dagli italiani appassionati di trekking e montagna. Ogni anno migliaia di connazionali percorrono i sentieri dell’Annapurna Circuit, del campo base dell’Everest, del Langtang e di decine di altri circuiti che attraversano alcune delle montagne più alte del mondo. È un turismo che porta ricchezza alle comunità locali e soddisfazione profonda a chi lo pratica, ma che comporta rischi reali che non sempre vengono valutati adeguatamente.
La vicenda degli italiani dispersi nell’alluvione in Nepal ricorda con forza che anche i viaggi in paesi meravigliosi possono trasformarsi in emergenze. Le precauzioni fondamentali includono la registrazione presso le autorità consolari italiane prima di partire, la sottoscrizione di un’assicurazione di viaggio che copra le evacuazioni mediche e le emergenze, e il mantenimento di comunicazioni regolari con i familiari. In zone remote come quelle himalayane, dove la connettività è spesso scarsa o assente, è consigliabile dotarsi di dispositivi di comunicazione satellitare che permettano di segnalare la propria posizione anche in assenza di rete cellulare.
Le agenzie di trekking locali serie forniscono guide esperte che conoscono i rischi del territorio e sono in grado di reagire in caso di emergenza. Affidarsi a operatori certificati e con esperienza è una delle misure più efficaci per ridurre i rischi in un ambiente così impegnativo come quello himalayano.
Una tragedia che chiede risposte: il destino di tre italiani nel cuore dell’Himalaya
A giorni dal 26 agosto, il caso degli italiani dispersi nell’alluvione in Nepal rimane aperto e doloroso. Marco Ratto, cinquant’anni, orefice di Rapallo, e la coppia formata da Luca Barachini e Patrizia Marziale, residenti a Lugano: tre persone che si trovavano in Nepal per vivere un’esperienza straordinaria, e che il 26 agosto si sono trovate nel mezzo di una catastrofe naturale di proporzioni eccezionali. Le loro famiglie aspettano notizie con la speranza che i soccorritori riescano a raggiungerle e a riportarle a casa.
Il bilancio complessivo dell’alluvione — 675 morti e quasi tremila dispersi — ricorda che questa è prima di tutto una tragedia nepalese e tibetana, che ha colpito comunità intere e distrutto vite, case e mezzi di sussistenza. Ma le tre storie italiane che si intrecciano con questa catastrofe ci ricordano che il mondo è connesso, che i confini non proteggono dall’imprevedibilità della natura, e che ogni numero nelle statistiche dei disastri corrisponde a una persona con un nome, una famiglia, una vita. Mentre i soccorsi continuano e le ricerche proseguono, l’Italia segue con apprensione e speranza le notizie che arrivano dall’Himalaya.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
