Ci sono artisti che invecchiano e ci sono artisti che semplicemente continuano a esistere con un’intensità che mette in imbarazzo chi ha la metà dei loro anni. Tinto Brass appartiene alla seconda categoria. Nato il 26 marzo 1933, il regista veneziano ha compiuto 93 anni portandosi addosso una filmografia che ha attraversato l’avanguardia, lo scandalo, il desiderio e la provocazione sistematica di un’industria cinematografica che non ha mai saputo del tutto dove collocarlo. Oggi, mentre il suo film Con il cuore in gola torna alla Mostra del Cinema di Venezia, Brass si racconta con la stessa lucidità tagliente che ha sempre caratterizzato il suo sguardo sul mondo.
Parlare di Tinto Brass significa parlare di uno dei capitoli più controversi e affascinanti del cinema italiano del Novecento: un uomo che ha saputo fare del corpo umano un linguaggio estetico, dell’eros una forma di resistenza culturale, e della macchina da presa uno strumento di indagine antropologica prima ancora che narrativa. A 93 anni, questo sguardo non si è spento. Si è semmai affinato.
Chi conosce solo la fase più celebre e discussa della carriera di Tinto Brass — quella dei film erotici come Caligula, Così fan tutte, Paprika, Monella e Trasgredire — rischia di perdere la complessità di un percorso artistico che ha radici ben più profonde. Prima di diventare il maestro riconosciuto del cinema erotico italiano, Brass aveva costruito la sua reputazione nel territorio dell’avanguardia cinematografica, sperimentando linguaggi visivi che guardavano all’Europa più inquieta e creativa degli anni Sessanta.
Quella fase iniziale non era un preludio accidentale: era la fondazione estetica su cui tutto il resto è stato edificato. Il cinema d’avanguardia insegna a guardare diversamente, a non fidarsi della convenzione narrativa, a cercare nel frammento e nella rottura del ritmo qualcosa che la linearità non può offrire. Brass ha portato questa lezione dentro ogni suo lavoro successivo, anche quando la superficie sembrava puntare solo alla provocazione sensuale. Sotto c’era sempre una riflessione sul corpo come territorio politico, sulla sessualità come atto di libertà, sul desiderio come forma di conoscenza.
Uno degli elementi stilistici più riconoscibili della sua regia è l’uso sistematico degli specchi nella scenografia. Non si tratta di un vezzo decorativo: gli specchi in un film di Brass moltiplicano i punti di vista, sdoppiano i corpi, creano una geometria della visione che mette lo spettatore in una posizione di consapevolezza quasi scomoda. Guardare un film di Brass significa sapere di essere guardati mentre si guarda. È una dinamica che appartiene alla grande tradizione del cinema europeo d’autore, non alla pornografia commerciale con cui i suoi lavori vengono spesso — e superficialmente — confusi.
Tra tutti i titoli della sua filmografia, Caligula resta probabilmente il più controverso e il più discusso a livello internazionale. La collaborazione con Gore Vidal per la sceneggiatura aveva garantito al progetto una dimensione letteraria e intellettuale di altissimo livello: Vidal era uno degli scrittori americani più raffinati e politicamente acuti della sua generazione, e la sua visione del potere romano come metafora del potere contemporaneo si sposava perfettamente con l’ambizione di Brass di fare un film che fosse allo stesso tempo spettacolo, scandalo e critica.
Il risultato finale — tormentato da una produzione complicata e da interventi successivi che Brass stesso non ha mai accettato come propri — è diventato un oggetto filmico unico nel suo genere: troppo esplicito per il cinema d’autore, troppo intelligente per essere liquidato come semplice exploitation. Decenni dopo la sua uscita, Caligula continua a essere studiato nelle università, proiettato nelle retrospettive, citato nei saggi sul rapporto tra cinema e potere. Non è un esito che capita ai film mediocri.
👉 Leggi anche: Laura Morante a 70 anni: il retroscena su Berlusconi, il no a Pasolini e la libertà ritrovata
La collaborazione con Vidal è emblematica di un approccio al lavoro che Brass ha mantenuto per tutta la carriera: cercare interlocutori di qualità, non accontentarsi della facilità, pretendere che anche il cinema più scomodo abbia una spina dorsale culturale solida. È questa esigenza che distingue il suo cinema da quello dei molti imitatori che ha ispirato senza mai eguagliarlo.
Il fatto che Con il cuore in gola venga proiettato alla Mostra del Cinema di Venezia non è un dettaglio marginale. Venezia è la città natale di Brass, il luogo che porta nel nome — Tinto è un soprannome, ma è anche un colore, una sfumatura, qualcosa di veneziano per definizione — e il festival più antico del mondo è la cornice ideale per un regista che ha sempre rifiutato di essere confinato nelle categorie comode.
Il ritorno di un’opera di Brass a Venezia è un atto di riconoscimento che va al di là della semplice programmazione cinematografica. È il segnale che il cinema italiano, quando si guarda allo specchio con onestà, deve fare i conti con figure come la sua: scomode, irriducibili, impossibili da archiviare definitivamente. Con il cuore in gola porta già nel titolo quella tensione tra emozione e fisicità, tra sentimento e corpo, che è sempre stata la cifra stilistica più autentica del suo autore.
Per un regista che ha fatto del desiderio il suo territorio privilegiato, tornare a Venezia con un film significa anche tornare alle origini di una conversazione mai interrotta con il pubblico e con la critica. Una conversazione che, a 93 anni, Brass continua a portare avanti senza la minima intenzione di ammorbidire i toni o di cercare facili riconciliazioni con chi lo ha combattuto.
Nel 2017, Tinto Brass ha sposato Caterina Varzi, che ha 65 anni. È una relazione che racconta qualcosa di importante su come il regista concepisce l’amore e la vita: non come una resa ai ritmi biologici o alle aspettative sociali, ma come una scelta attiva e consapevole, fatta con la stessa determinazione con cui si sceglie un’inquadratura o una scenografia.
Sposarsi a 84 anni — l’età che aveva Brass nel 2017 — non è un atto di follia romantica ma di coerenza biografica. Per un uomo che ha dedicato la vita a raccontare il desiderio, l’intimità e la complessità delle relazioni umane, scegliere di formalizzare un legame affettivo in tarda età è quasi un manifesto: il corpo e il cuore non hanno scadenza, e l’amore non è un privilegio dei giovani ma una capacità che si può esercitare per tutta la vita.
Caterina Varzi è una presenza che appare al fianco di Brass nelle rare occasioni pubbliche, e la coppia ha saputo mantenere una riservatezza che contrasta piacevolmente con la natura ipervisibile e spesso scandalosa del cinema del regista. C’è qualcosa di significativo in questo equilibrio: l’uomo che ha messo il corpo al centro del suo cinema protegge la propria vita privata con una discrezione che non è ipocrisia ma rispetto per la differenza tra arte e biografia.
Quando un artista raggiunge i 93 anni, la domanda sulla morte diventa inevitabile. E la risposta di Tinto Brass — almeno quella che emerge dalla sua figura pubblica e dal modo in cui continua a lavorare e a parlare del proprio passato — sembra essere quella di chi non ha sprecato il tempo che aveva a disposizione. Non nel senso di un’iperattività ansiosa, ma nel senso di una presenza piena in ogni cosa che ha fatto.
👉 Leggi anche: Monica Bellucci a Locarno: 'Oggi non farei Irréversible', gli amori e Tim Burton
Il cinema di Brass è stato spesso accusato di superficialità, di compiacenza verso il voyeurismo, di mancanza di profondità morale. Ma chi ha guardato con attenzione i suoi film migliori sa che queste accuse non reggono all’analisi. C’è in quel cinema una concezione dell’esistenza che prende sul serio il piacere come dimensione umana fondamentale, che rifiuta la colpa come categoria estetica, che vede nel corpo non uno strumento di peccato ma uno spazio di libertà e di conoscenza.
Questa visione del mondo — coerente, ostinata, mai interamente accettata dal mainstream culturale italiano — è probabilmente la ragione per cui Brass, a 93 anni, può guardare alla propria vita senza il peso di chi si è tradito per ottenere l’approvazione altrui. Ha fatto esattamente quello che voleva fare, nel modo in cui voleva farlo, pagando i prezzi che quella scelta comportava. Non è poco.
Valutare il lascito di Tinto Brass mentre il diretto interessato è ancora vivo e attivo è un esercizio delicato, ma necessario. Il cinema italiano ha avuto pochi autori capaci di costruire un’identità stilistica così riconoscibile e così divisiva: si ama o si detesta il cinema di Brass, raramente si rimane indifferenti. E questa capacità di suscitare reazioni forti è di per sé un indicatore di vitalità artistica.
L’influenza di Brass sul cinema erotico europeo è documentata e riconoscibile: la sua attenzione per la fotografia, per la scenografia, per il dettaglio fisico trattato con cura quasi pittorica ha stabilito un registro che molti hanno cercato di imitare senza riuscire a replicarne la qualità. La differenza, come sempre, sta nella cultura: Brass portava dentro ogni film una formazione visiva e letteraria che trasformava anche il soggetto più provocatorio in qualcosa di più complesso di quanto sembrasse a prima vista.
Per approfondire la filmografia e la carriera del regista, è utile consultare la sua pagina Wikipedia in inglese, che offre una panoramica dettagliata dei suoi lavori e delle principali tappe biografiche. Chi volesse invece leggere l’intervista che ha ispirato questa riflessione può farlo direttamente su Vanity Fair Italia, dove il regista si racconta con la consueta franchezza.
Quello che colpisce di più, guardando la carriera di Tinto Brass nella sua interezza, è la coerenza di una postura artistica che non ha mai cercato il compromesso facile. In un’industria cinematografica che premia spesso la duttilità e la capacità di adattarsi alle mode, Brass ha sempre fatto esattamente l’opposto: ha imposto la propria visione, ha litigato con i produttori, ha rifiutato di addomesticare il proprio sguardo per compiacere i distributori o i censori.
Questa intransigenza ha avuto un costo reale in termini di distribuzione, di riconoscimenti ufficiali, di spazio critico. Ma ha anche prodotto un corpo di lavoro che, a distanza di decenni, mantiene una forza e una riconoscibilità che molti film più “rispettabili” non possono vantare. Il cinema di Brass invecchia bene proprio perché non ha mai cercato di essere accettabile: ha cercato di essere vero, nel senso che lui dava a questa parola.
A 93 anni, con Con il cuore in gola che torna a Venezia e con la chiarezza di chi ha vissuto senza risparmiarsi, Tinto Brass rimane una delle voci più singolari e necessarie del cinema italiano. Non perché sia diventato inoffensivo con l’età — non lo è — ma perché continua a ricordarci che l’arte, quando è autentica, non chiede permesso a nessuno. E che una vita spesa a fare esattamente quello che si voleva fare, nel modo in cui si voleva farlo, è forse la risposta migliore che si possa dare alla domanda sulla morte.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
L'Italia affronta una nuova ondata di caldo con picchi fino a 40-41°C e temperature notturne…
Meta accetta di pagare 16,7 miliardi per chiudere la causa sulla dipendenza social minori. Accordo…
Giovanni Pernice racconta il dramma psicologico dopo il licenziamento BBC nel 2024. Il ballerino confessa…
Pasquale Iannotta, maestro danza Testaccio, insegna coreografie gratuitamente in piazza ogni pomeriggio. La storia virale…
Domenico Zuccarella, 59 anni con sclerosi multipla, è il primo caso di suicidio assistito in…
Le cuffie con filo vivono una rinascita inaspettata tra le celebrity come Zoë Kravitz e…
Leave a Comment