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Il nuovo gruppo Draghi con Collison e Pignataro: Big Tech, finanza e politica si incontrano

Il nuovo gruppo Draghi con Collison e Pignataro: Big Tech, finanza e politica si incontrano
Il nuovo gruppo Draghi con Collison e Pignataro: Big Tech, finanza e politica si incontrano
Immagine generata con AI

Il Rhine Group: quando Mario Draghi incontra la Silicon Valley europea

Agosto 2026 porta con sé una notizia destinata a risuonare nelle cancellerie europee e nei quartieri generali delle grandi aziende tecnologiche: nasce il Draghi Rhine Group, un nuovo organismo di riflessione e proposta che riunisce sotto lo stesso tetto Mario Draghi e Patrick Collison, fondatore di Stripe, insieme ad alcuni dei nomi più influenti della tecnologia, della finanza e della politica continentale. L’annuncio è arrivato tra il 24 e il 25 agosto 2026, e già nelle prime ore ha generato un dibattito vivace su cosa significhi, concretamente, mettere attorno allo stesso tavolo l’ex presidente della Banca Centrale Europea e i protagonisti dell’economia digitale globale.

La missione dichiarata del Rhine Group è ambiziosa quanto urgente: tradurre il rapporto sulla competitività europea firmato da Draghi in riforme concrete, misurabili, capaci di invertire una traiettoria che molti osservatori considerano preoccupante. Non si tratta di un’iniziativa accademica destinata a produrre documenti che nessuno leggerà. L’obiettivo, stando a quanto riportato dalle fonti che hanno seguito il lancio, è quello di passare dall’analisi all’azione, trasformando raccomandazioni in politiche effettive.

Chi guida il Rhine Group: Draghi e Collison, un’alleanza inedita

La copresidenza del Draghi Rhine Group è affidata a Mario Draghi e Patrick Collison, e già questo dettaglio racconta molto della natura dell’iniziativa. Da un lato c’è Draghi, figura che non ha bisogno di presentazioni: già governatore della Banca d’Italia, poi presidente della BCE negli anni più drammatici della crisi dell’eurozona, poi presidente del Consiglio italiano. Un curriculum che attraversa decenni di storia economica e politica europea con un filo conduttore riconoscibile: la capacità di intervenire nei momenti di svolta con decisione e visione sistemica.

Dall’altro lato c’è Patrick Collison, irlandese, fondatore di Stripe, la piattaforma di pagamenti digitali che ha ridisegnato il modo in cui le aziende di tutto il mondo gestiscono le transazioni online. Collison rappresenta una generazione di imprenditori tecnologici europei che hanno costruito le loro fortune e le loro aziende in un ecosistema globale, spesso guardando con una certa frustrazione alle rigidità regolamentari e alle frammentazioni del mercato interno europeo. La sua presenza al fianco di Draghi non è solo simbolica: porta con sé una prospettiva concreta su cosa significhi costruire e scalare un’impresa tecnologica nell’era digitale, con tutte le sfide che questo comporta in un contesto europeo.

Questa copresidenza ibrida — un tecnocrate di lungo corso e un imprenditore della nuova economia — sembra costruita appositamente per evitare i difetti classici dei think tank europei: troppo istituzionali per essere agili, troppo distanti dall’industria per essere rilevanti. Il Rhine Group, almeno nelle intenzioni, vuole essere altro.

I membri: da Bending Spoons a Ion, un ecosistema di eccellenze

Oltre ai due copresidenti, il Draghi Rhine Group annovera tra i suoi membri alcune figure di primo piano del panorama imprenditoriale e istituzionale europeo. Luca Ferrari, a capo di Bending Spoons, è uno dei nomi confermati. Bending Spoons è una delle storie di successo più interessanti del tech italiano degli ultimi anni: nata a Milano, l’azienda ha costruito un portafoglio di applicazioni mobile con decine di milioni di utenti in tutto il mondo, acquisendo nel tempo brand internazionali e dimostrando che è possibile costruire un’impresa tecnologica di scala globale partendo dall’Europa. La presenza di Ferrari nel gruppo porta con sé questa esperienza diretta di cosa significhi competere ad armi pari con i giganti americani e asiatici.

Andrea Pignataro, fondatore di Ion, è un altro membro del gruppo. Ion è un nome meno noto al grande pubblico ma ben conosciuto nei circoli della finanza e della tecnologia finanziaria: il gruppo opera nel settore dei software per i mercati finanziari e ha costruito nel tempo una presenza significativa a livello internazionale. Pignataro rappresenta quella fascia di imprenditori italiani che hanno saputo costruire aziende di rilevanza globale in settori ad alta intensità tecnologica, spesso lontano dai riflettori mediatici ma con un impatto concreto sui mercati.

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Vittorio Colao, già ministro per la Transizione Digitale nel governo Draghi, completa il quadro dei membri confermati. La sua presenza è particolarmente significativa perché Colao ha già attraversato l’esperienza di cercare di tradurre visioni strategiche in politiche pubbliche concrete, con tutti i vincoli e le opportunità che questo comporta. Prima ancora di fare il ministro, Colao aveva guidato Vodafone a livello globale, accumulando un’esperienza manageriale di primo piano nel settore delle telecomunicazioni. È, in un certo senso, il punto di giunzione tra il mondo dell’impresa e quello delle istituzioni all’interno del gruppo.

Il roster completo del Rhine Group non è stato reso pubblico in tutti i suoi dettagli, ma i nomi confermati già delineano un profilo chiaro: tecnologia, finanza, istituzioni, con un’attenzione particolare alle eccellenze italiane ed europee che hanno saputo affermarsi a livello internazionale.

Il rapporto Draghi sulla competitività: il documento da cui tutto parte

Per capire il Rhine Group bisogna capire il documento che ne costituisce la ragion d’essere. Il rapporto sulla competitività europea elaborato da Mario Draghi è stato accolto, al momento della sua pubblicazione, come una delle analisi più lucide e impietose dello stato dell’economia europea. Il documento non si limitava a fotografare i problemi — il ritardo tecnologico rispetto agli Stati Uniti e alla Cina, la frammentazione del mercato dei capitali, la dipendenza energetica, la difficoltà delle imprese europee a scalare — ma proponeva anche una serie di interventi strutturali per invertire la rotta.

Il problema, come spesso accade con i grandi rapporti strategici, era la distanza tra l’analisi e l’implementazione. Produrre un documento di quella portata richiede competenza e visione; trasformarlo in riforme concrete richiede qualcosa di diverso e per certi versi più difficile: la capacità di navigare i sistemi politici e istituzionali dei ventisette Stati membri, di costruire coalizioni, di trovare il punto di equilibrio tra interessi nazionali e obiettivi comuni. È esattamente qui che il Rhine Group vuole inserirsi.

L’idea, almeno nella sua formulazione pubblica, è quella di creare un ponte tra la visione strategica contenuta nel rapporto e i decisori politici e industriali che hanno il potere di attuarla. Non un’operazione di lobbying in senso tradizionale, ma qualcosa di più sofisticato: un laboratorio di idee capace di produrre proposte concrete, testate sulla realtà dell’impresa e della finanza, e di portarle all’attenzione delle istituzioni europee con la credibilità che deriva dalla composizione stessa del gruppo.

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Il contesto: perché l’Europa ha bisogno di questo tipo di iniziativa

Il lancio del Draghi Rhine Group arriva in un momento in cui il dibattito sulla competitività europea ha assunto una nuova urgenza. Il divario tecnologico tra l’Europa e gli Stati Uniti, misurato in termini di investimenti in ricerca e sviluppo, capitalizzazione delle imprese tecnologiche, capacità di attirare talenti e capitali, è rimasto sostanzialmente invariato o si è addirittura ampliato negli ultimi anni. Le grandi piattaforme digitali globali restano prevalentemente americane o cinesi. L’Europa produce eccellenze — e i nomi presenti nel Rhine Group ne sono la dimostrazione — ma fatica a trasformarle in campioni globali con la stessa sistematicità dei suoi concorrenti.

Le ragioni di questo divario sono oggetto di dibattito, ma alcuni fattori ricorrono con regolarità nelle analisi più accreditate: la frammentazione del mercato interno, che impedisce alle imprese di raggiungere rapidamente la scala necessaria per competere a livello globale; la difficoltà di accesso ai capitali, in particolare nelle fasi di crescita accelerata; un quadro regolamentare che, pur avendo obiettivi legittimi in termini di protezione dei consumatori e della concorrenza, a volte si traduce in oneri sproporzionati per le imprese innovative; e una cultura dell’investimento nel rischio ancora meno sviluppata rispetto agli ecosistemi americani o asiatici.

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Il Rhine Group non ha la pretesa di risolvere tutti questi problemi da solo. Ma può svolgere un ruolo importante nel rendere il dibattito più concreto e meno astratto, portando la voce di chi questi problemi li vive quotidianamente nella gestione di un’impresa tecnologica o finanziaria.

Il nome e la sua simbologia: perché Rhine Group

La scelta del nome non è casuale. Il Reno — Rhine in inglese — è il fiume che attraversa il cuore dell’Europa industriale e finanziaria, scorrendo attraverso Svizzera, Germania, Francia e Paesi Bassi prima di sfociare nel Mare del Nord. È un simbolo di connessione tra nazioni diverse, di scambi commerciali e culturali che precedono di secoli la costruzione dell’Unione Europea. Evocare il Reno significa richiamare un’idea di Europa come spazio di integrazione profonda, non solo formale.

C’è anche, probabilmente, un riferimento implicito al modello renano di capitalismo — quell’idea di economia sociale di mercato che ha caratterizzato il modello tedesco e più in generale il centro-nord europeo, con la sua enfasi sulla cooperazione tra imprese, lavoratori e istituzioni, sulla formazione professionale, sulla governance di lungo periodo. Un modello che negli ultimi decenni ha mostrato i suoi limiti di fronte alla velocità dell’innovazione digitale, ma che conserva elementi di valore che il Rhine Group potrebbe voler reinterpretare in chiave contemporanea.

Big Tech, finanza e istituzioni: i rischi di un confine sottile

La composizione del Rhine Group solleva anche alcune domande legittime, che è giusto porre in modo trasparente. Quando figure di primo piano dell’industria tecnologica e finanziaria si siedono allo stesso tavolo con ex responsabili istituzionali per elaborare proposte di riforma, il confine tra interesse pubblico e interesse privato può diventare sottile. Non si tratta di mettere in discussione la buona fede dei singoli partecipanti, ma di riconoscere che qualsiasi organismo di questo tipo deve fare i conti con questa tensione strutturale.

La risposta più convincente a questa preoccupazione è la trasparenza: rendere pubblici i lavori del gruppo, le proposte che elabora, i criteri con cui vengono formulate. Un think tank che opera alla luce del sole, con processi aperti e verificabili, è molto diverso da un gruppo di pressione che lavora nell’ombra. Resta da vedere come il Rhine Group gestirà concretamente questo aspetto nella sua operatività quotidiana.

Per approfondire il contesto del rapporto Draghi sulla competitività europea, è possibile consultare l’analisi de Il Sole 24 Ore, che ha seguito da vicino il lancio del gruppo. Una ricostruzione dettagliata della composizione e degli obiettivi del Rhine Group è disponibile anche su Euronews Italia.

Cosa aspettarsi nei prossimi mesi

Il Rhine Group è appena nato, e sarebbe prematuro giudicarne l’impatto sulla base delle sole intenzioni dichiarate. La storia dei think tank e dei gruppi di lavoro è piena di iniziative che hanno prodotto documenti eccellenti senza lasciare tracce tangibili nelle politiche pubbliche. La differenza, in questo caso, potrebbe essere proprio la composizione del gruppo: non accademici che parlano ad altri accademici, ma operatori economici con un interesse diretto nell’esito delle riforme che propongono, affiancati da figure con esperienza istituzionale concreta.

Nei prossimi mesi sarà interessante osservare come il Draghi Rhine Group strutturerà i suoi lavori, quali temi affronterà per primi, e soprattutto come cercherà di tradurre le sue elaborazioni in interlocuzione con le istituzioni europee e i governi nazionali. L’ambizione è alta, la credibilità dei fondatori è indiscutibile, e il momento storico — con l’Europa che cerca di ridefinire il suo ruolo in un’economia globale sempre più competitiva e frammentata — non potrebbe essere più propizio. Il Rhine Group ha la materia prima per fare la differenza: ora deve dimostrare di sapere come usarla.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.