Categories: VelvetBIO

Ghiacciai delle Alpi: il 39% della superficie sparito in 26 anni, glaciologi allarmati

Share
Immagine generata con AI

Ghiacciai delle Alpi: il 39% della superficie perduta dal 2000, i glaciologi non hanno mai visto nulla di simile

Nell’estate del 2026, mentre le temperature continuano a segnare record e le vette alpine mostrano rocce un tempo coperte di neve perenne, arrivano i dati più allarmanti mai registrati sul destino dei ghiacciai delle Alpi. La Carovana dei Ghiacciai di Legambiente, condotta in collaborazione con la Fondazione Glaciologica Italiana, ha documentato una perdita del 39% della superficie glaciale alpina nell’arco di soli ventisei anni, dal 2000 al 2026. Una cifra che non è un’astrazione statistica: è la fotografia di un ecosistema che si sta sgretolando sotto i nostri occhi, con conseguenze che riguardano l’acqua che beviamo, il paesaggio che abitiamo e gli equilibri climatici di un intero continente.

Claudio Smiraglia, glaciologo che studia il ghiacciaio del Forni da sessantacinque anni, ha dichiarato di non aver mai assistito a nulla di paragonabile a ciò che sta osservando oggi. Sessantacinque anni di monitoraggio significano decenni di confronti, di misurazioni, di primavere e autunni trascorsi a documentare la vita lenta e potente del ghiaccio. Eppure, nemmeno una carriera intera di osservazione scientifica aveva preparato Smiraglia a quello che i dati del 2026 mostrano con impietosa chiarezza.

La Carovana dei Ghiacciai: cos’è e come funziona il monitoraggio

La Carovana dei Ghiacciai è una campagna di monitoraggio e sensibilizzazione che Legambiente conduce ogni estate sulle Alpi italiane e oltre confine, in collaborazione con la Fondazione Glaciologica Italiana. L’obiettivo è duplice: raccogliere dati scientifici aggiornati sullo stato dei ghiacciai e portare l’attenzione dell’opinione pubblica su un fenomeno che troppo spesso resta confinato nei rapporti tecnici e nelle riviste specializzate.

Nel corso della campagna 2026, il team ha monitorato otto ghiacciai: cinque in Italia — Adamello, Ventina, Solda, Bessanese e Ciamarella — e tre all’estero, tra cui il grande ghiacciaio dell’Aletsch e i ghiacciai della Zugspitze in Germania. Si tratta di un campione geograficamente diversificato, che permette di confrontare situazioni climatiche e morfologiche differenti, ma che restituisce un quadro sostanzialmente omogeneo nella sua drammaticità: ovunque si misuri, il ghiaccio sta cedendo.

Il metodo di lavoro combina rilievi sul campo — misurazioni dirette della fronte glaciale, della superficie e dello spessore del ghiaccio — con l’analisi di immagini satellitari e il confronto con i dati storici. È proprio questo confronto longitudinale a rendere i numeri così significativi: non si tratta di una stagione anomala, ma di una tendenza strutturale che si è accelerata in modo drammatico negli ultimi decenni.

I numeri del disastro: 39% in ventisei anni, 170 km² in sessant’anni

Il dato più immediato e più difficile da assorbire è quello relativo all’arco temporale 2000-2026: i ghiacciai delle Alpi hanno perso il 39% della loro superficie totale. Quasi due quinti di un patrimonio naturale che si era formato e consolidato nel corso di millenni sono scomparsi in meno di tre decenni. Per dare una misura concreta di questa perdita, basta pensare che in sessant’anni le Alpi italiane hanno perso oltre 170 chilometri quadrati di superficie glaciale — un’area equivalente all’intera superficie del Lago di Como.

Il Lago di Como è uno dei laghi più grandi e profondi d’Italia, un bacino che segna il paesaggio lombardo e che nella nostra immaginazione collettiva è sinonimo di vastità e profondità. Ebbene, tutta quella superficie — immaginatela distesa sulle montagne, non sull’acqua — è ghiaccio che non c’è più. È acqua che si è sciolta, è permafrost che si è destabilizzato, sono ecosistemi che si sono trasformati in modo irreversibile.

Il dato del 39% riferito al periodo 2000-2026 è ancora più significativo se letto in prospettiva: significa che la perdita si è concentrata in modo sproporzionato negli ultimi ventisei anni rispetto al resto del secolo scorso. Il cambiamento climatico non ha un andamento lineare: si autoalimenta, accelera, produce retroazioni che amplificano ulteriormente il riscaldamento. E i ghiacciai, con la loro capacità di riflettere la luce solare, sono uno dei meccanismi naturali che contribuiscono a mantenere stabili le temperature. Quando spariscono, espongono roccia scura che assorbe calore, aggravando il problema.

👉 Leggi anche: Incendi in Francia e Spagna: l'Europa nella morsa del caldo estremo, migliaia evacuati

Il ghiacciaio del Forni e la testimonianza di Claudio Smiraglia

Tra tutti i ghiacciai alpini, il Forni occupa un posto speciale nella storia della glaciologia italiana. Situato in Lombardia, nell’alta Valtellina, è uno dei ghiacciai più estesi delle Alpi italiane e uno dei più studiati. Claudio Smiraglia lo osserva da sessantacinque anni: una vita intera dedicata a capire come il ghiaccio risponde al clima, come si muove, come si trasforma.

Smiraglia appartiene a quella generazione di scienziati che hanno costruito la memoria lunga della glaciologia italiana, raccogliendo dati quando non esistevano satelliti, quando le misurazioni si facevano a piedi e con strumenti rudimentali, quando la crisi climatica era ancora un’ipotesi teorica discussa in pochi laboratori. Oggi, con quella memoria lunga che pochi possono vantare, il suo allarme suona con una forza che nessun modello computerizzato potrebbe replicare: non ho mai visto nulla di simile.

Il ghiacciaio del Forni ha subito una contrazione drammatica negli ultimi decenni. La sua fronte si è ritirata, la sua superficie si è ridotta, il suo spessore è diminuito. Per chi lo ha visto all’inizio della carriera di Smiraglia e lo vede oggi, il confronto è straniante — come guardare una fotografia di gioventù accanto allo specchio. La stessa forma, riconoscibile nei contorni, ma svuotata di gran parte della sua sostanza.

La testimonianza di un glaciologo con sessantacinque anni di esperienza diretta su un singolo ghiacciaio è un tipo di dato che i modelli climatici non possono sostituire. È la continuità dell’osservazione umana che dà spessore ai numeri, che li trasforma da statistiche in storie. E la storia che Smiraglia racconta è quella di un’accelerazione senza precedenti, di un cambiamento che negli ultimi anni ha preso una velocità mai vista prima.

Cosa significa perdere i ghiacciai: acqua, paesaggio, equilibri fragili

Parlare della perdita dei ghiacciai delle Alpi significa parlare di molto più che di paesaggio. I ghiacciai sono serbatoi naturali d’acqua: accumulano neve e ghiaccio durante l’inverno e la rilasciano lentamente durante l’estate, alimentando fiumi e laghi nei momenti in cui le precipitazioni sono scarse. Questo meccanismo di regolazione idrica è fondamentale per l’agricoltura della pianura padana, per la produzione di energia idroelettrica, per l’approvvigionamento idrico di milioni di persone.

Con il ritiro dei ghiacciai, questo meccanismo si inceppa. Nel breve periodo, lo scioglimento accelerato produce un aumento delle portate fluviali — più acqua che scorre, ma in modo irregolare e imprevedibile. Nel lungo periodo, quando il ghiaccio sarà esaurito, i fiumi che dipendono dall’alimentazione glaciale rischiano di ridursi drasticamente durante i mesi estivi, proprio quando la domanda di acqua è più alta.

C’è poi la questione del permafrost, il suolo perennemente ghiacciato che stabilizza le pareti rocciose d’alta quota. Quando il permafrost si scioglie, le pareti diventano instabili e il rischio di frane e crolli aumenta. Negli ultimi anni le Alpi hanno già registrato eventi di questo tipo con frequenza crescente: massi e interi versanti che cedono, strade e rifugi minacciati, paesaggi che cambiano forma nel giro di ore.

Immagine generata con AI

Il turismo alpino, che per decenni ha costruito la sua identità attorno alla neve e al ghiaccio, si trova davanti a una sfida esistenziale. Gli impianti sciistici a bassa e media quota sono già in crisi strutturale. Le guide alpine devono aggiornare continuamente le loro mappe, perché i percorsi sicuri di ieri possono essere pericolosi oggi. L’ecosistema culturale e economico delle valli alpine è in trasformazione forzata.

Gli otto ghiacciai monitorati: un quadro europeo

La scelta di monitorare ghiacciai in più paesi — cinque in Italia e tre all’estero — riflette la consapevolezza che il problema dei ghiacciai delle Alpi non conosce confini nazionali. L’Aletsch, in Svizzera, è il ghiacciaio più grande delle Alpi e uno dei simboli del patrimonio naturale europeo, riconosciuto dall’UNESCO come sito di importanza mondiale. Il suo ritiro è documentato da decenni e continua ad accelerare. I ghiacciai della Zugspitze, in Germania, testimoniano che il problema riguarda anche le Alpi settentrionali, non solo quelle meridionali.

👉 Leggi anche: Caldo estremo: 670mila lavoratori a rischio ogni giorno in Italia. Roma e Milano le più esposte

In Italia, il ghiacciaio dell’Adamello è il più grande delle Alpi italiane orientali e uno dei simboli della glaciologia nazionale. Il Ventina, in Valmalenco, è un esempio di ghiacciaio di media dimensione particolarmente sensibile alle variazioni termiche. Il Solda, in Alto Adige, si trova in una delle aree alpine con la tradizione di monitoraggio più lunga. La Bessanese e la Ciamarella, nelle Alpi Graie in Piemonte, completano un quadro che abbraccia l’intero arco alpino italiano.

Ogni ghiacciaio ha la sua storia, la sua morfologia, le sue specificità. Ma il filo che li unisce tutti, nel 2026, è lo stesso: la perdita di massa, il ritiro della fronte, la riduzione della superficie. Non si tratta di variazioni locali legate a condizioni particolari: è una tendenza sistematica, coerente su scala continentale, che ha una sola spiegazione possibile.

Il contesto climatico: perché il 2026 è un anno di svolta

La campagna 2026 della Carovana dei Ghiacciai si inserisce in un contesto climatico che non lascia spazio all’ottimismo. Le temperature medie alle quote alpine sono aumentate in modo significativo rispetto alla media del secolo scorso, e le estati sempre più calde e prolungate riducono il tempo disponibile per l’accumulo di neve fresca che dovrebbe compensare lo scioglimento estivo. Il bilancio di massa dei ghiacciai — la differenza tra l’accumulo invernale e la perdita estiva — è negativo da anni, e in molti casi il deficit si è ampliato.

Per approfondire i dati scientifici sul ritiro dei ghiacciai alpini e le proiezioni future, è possibile consultare il reportage di Repubblica dedicato alla campagna 2026 e i materiali pubblicati da Rinnovabili.it sulla Carovana dei Ghiacciai di Legambiente.

Domande frequenti sui ghiacciai delle Alpi

Quanta superficie hanno perso i ghiacciai alpini dal 2000?

Secondo i dati della Carovana dei Ghiacciai 2026 di Legambiente e Fondazione Glaciologica Italiana, i ghiacciai delle Alpi hanno perso il 39% della loro superficie totale tra il 2000 e il 2026, nell’arco di ventisei anni.

Quanto ghiaccio hanno perso le Alpi italiane negli ultimi sessant’anni?

In sessant’anni, le Alpi italiane hanno perso oltre 170 chilometri quadrati di superficie glaciale, un’area equivalente a quella del Lago di Como.

Chi è Claudio Smiraglia e perché è importante la sua testimonianza?

Claudio Smiraglia è un glaciologo che studia il ghiacciaio del Forni da sessantacinque anni. La sua lunga esperienza di osservazione diretta rende la sua testimonianza sull’accelerazione del ritiro glaciale particolarmente significativa dal punto di vista scientifico e storico.

Quali ghiacciai sono stati monitorati nella campagna 2026?

La campagna ha monitorato otto ghiacciai: Adamello, Ventina, Solda, Bessanese e Ciamarella in Italia, più l’Aletsch e i ghiacciai della Zugspitze in Germania tra quelli all’estero.

Un patrimonio che non si recupera

I dati raccolti dalla Carovana dei Ghiacciai nel 2026 non lasciano spazio a interpretazioni rassicuranti. Il 39% di superficie perduta dai ghiacciai delle Alpi in ventisei anni, i 170 chilometri quadrati scomparsi in sessant’anni, la testimonianza di uno scienziato che dopo sessantacinque anni di osservazione dichiara di non aver mai visto nulla di simile: tutto questo compone un quadro che richiede risposte all’altezza dell’emergenza. I ghiacciai non sono solo scenari pittoreschi o mete escursionistiche: sono archivi climatici, riserve idriche, indicatori della salute del pianeta. La loro perdita è una perdita per tutti, e il tempo per invertire la rotta si accorcia ogni estate che passa.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

Redazione VelvetMAG

Per contattare il team scrivi a redazione@velvetmag.it Seguici su: Instagram Facebook Twitter Linkedin

Leave a Comment

Recent Posts

Il canale di Panama paralizzato dalla siccità: El Niño blocca il commercio mondiale

La siccità causata da El Niño paralizza il canale di Panama ad agosto 2026. I…

2 ore ago

Pescatori alla deriva nel Pacifico: salvati dopo 5 giorni senza acqua né cibo su una ghiacciaia

Due pescatori messicani recuperati dalla Marina dopo cinque giorni alla deriva su una ghiacciaia, a…

4 ore ago

Anna Safroncik entra nel cast di Ballando con le stelle 2026: “Ballo con il cuore”

Anna Safroncik entra nel cast di Ballando con le stelle 2026 come settimo concorrente ufficiale.…

6 ore ago

Maltempo sull’Italia: temporali, fulmini e venti fino a 110 km/h. Le regioni in allerta

Un'ondata di maltempo colpisce l'Italia con temporali violenti, colate di fango e venti forti. L'articolo…

7 ore ago

Razer Hammerhead V3 X HyperSpeed: gli auricolari da gaming che funzionano anche nella vita reale

Scopri i Razer Hammerhead V3 X HyperSpeed, auricolari gaming wireless con latenza ultra-bassa e doppia…

7 ore ago

Tupac Shakur, il racconto della testimone al processo per l’omicidio: ‘È scoppiato l’inferno’

Nel processo Tupac Shakur a Las Vegas, una testimone racconta gli attimi della sparatoria del…

7 ore ago