È andato in onda lunedì 5 ottobre 2026, in seconda serata su La7, uno dei lavori televisivi più attesi dell’autunno sul tema dell’intelligenza artificiale: Mercanti dell’anima – L’AI e il nostro futuro, uno speciale in due parti firmato dal giornalista Federico Fubini. Il programma non si limita a raccontare la corsa tecnologica in atto, ma scava nei profili umani, economici e ideologici di chi quella corsa la guida — o almeno pretende di guidarla. Il risultato è un ritratto collettivo che mette a disagio, nel senso migliore: quello di chi ha appena capito qualcosa che non vorrebbe sapere. Per chi si interroga sul ruolo di un intelligenza artificiale leader nella società contemporanea, questo speciale offre una chiave di lettura rara e necessaria.
Federico Fubini è uno dei giornalisti economici italiani più autorevoli, noto per la sua capacità di rendere accessibili fenomeni complessi senza sacrificare la profondità dell’analisi. Editorialista del Corriere della Sera, ha seguito da vicino le grandi crisi finanziarie degli ultimi vent’anni, dai debiti sovrani europei alle tensioni geopolitiche legate ai mercati globali. Questa formazione lo rende particolarmente attrezzato per guardare all’intelligenza artificiale non come a una questione puramente tecnologica, ma come a un fenomeno di potere economico e politico.
In Mercanti dell’anima, Fubini applica esattamente questo metodo: non chiede cosa può fare l’IA, ma chi ci guadagna, chi decide le regole del gioco e, soprattutto, perché i protagonisti del settore parlano così tanto di rischi catastrofici mentre continuano ad accelerare lo sviluppo dei loro prodotti. È una domanda scomoda, e lo speciale non ha paura di tenerla aperta senza risposta facile.
Uno dei fili conduttori più originali dello speciale è la tesi che Fubini costruisce attorno alla retorica del rischio esistenziale. Secondo il giornalista, parlare dei pericoli dell’intelligenza artificiale — dalla perdita di controllo alle minacce per l’umanità — è diventato, per i grandi player del settore, un modo sofisticato per affermare la propria indispensabilità. La logica è quella del «troppo grande per fallire», la stessa che le banche sistemiche invocarono nel 2008 per ottenere salvataggi pubblici: se sei abbastanza grande, abbastanza pericoloso, abbastanza centrale, nessuno si può permettere di fermarti o regolarti davvero.
È un’analogia che colpisce per la sua precisione storica. Nel 2008, gli istituti finanziari che avevano costruito prodotti opachi e rischiosi furono salvati con denaro pubblico proprio perché il loro collasso avrebbe travolto l’intera economia. Oggi, i giganti dell’IA si presentano come custodi di una tecnologia che potrebbe sfuggire di mano — ma sono gli stessi che quella tecnologia la sviluppano, la finanziano e la commercializzano. Il discorso sul rischio, in questa lettura, non è una confessione di responsabilità: è uno strumento di potere.
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Questo schema si applica, secondo lo speciale, a figure come Elon Musk e Sam Altman, due dei nomi più ricorrenti nel dibattito globale sull’intelligenza artificiale. Musk, cofondatore di OpenAI e poi fondatore di xAI, ha costruito una narrativa pubblica fatta di allarmi e profezie, pur continuando a investire miliardi nello sviluppo di sistemi sempre più potenti. Altman, alla guida di OpenAI, ha testimoniato davanti al Congresso americano sui rischi dell’IA mentre la sua azienda lanciava versioni sempre più capaci dei propri modelli. Fubini legge entrambi questi comportamenti non come contraddizioni involontarie, ma come strategie coerenti: il rischio annunciato è anche un moat, un fossato difensivo che scoraggia i concorrenti e spaventa i regolatori.
Il cuore emotivo e intellettuale dello speciale è però Dario Amodei, cofondatore e CEO di Anthropic, l’azienda che ha sviluppato il modello di linguaggio Claude. Fubini lo identifica come il personaggio più ambiguo dell’intero panorama dell’intelligenza artificiale, e la scelta non è casuale né superficiale.
Amodei ha lasciato OpenAI nel 2021 insieme ad altri ricercatori proprio per fondare un’azienda che si dichiarava esplicitamente orientata alla sicurezza dell’IA. Il nome stesso, Anthropic, richiama l’umanesimo, la centralità dell’essere umano. La missione dichiarata è sviluppare sistemi di intelligenza artificiale che siano sicuri, interpretabili e affidabili — un obiettivo che suona quasi controcorrente rispetto alla corsa al prodotto che domina il settore.
Eppure Anthropic ha raccolto miliardi di dollari di investimenti, ha stretto accordi commerciali con grandi aziende tecnologiche e continua a rilasciare modelli sempre più potenti. La domanda che Fubini lascia aleggiare sullo speciale è precisa: come si concilia una missione di sicurezza con la pressione dei bilanci, degli investitori e della competizione di mercato? È possibile essere, allo stesso tempo, il guardiano del fuoco e chi alimenta le fiamme?
Questa ambiguità non è una critica personale ad Amodei come individuo, ma una riflessione strutturale: il sistema incentiva chi si muove più velocemente, e anche chi parte con le migliori intenzioni si trova intrappolato in una logica che premia la crescita sulla prudenza. Fubini, con la precisione di chi ha studiato le grandi crisi finanziarie, riconosce in questo schema qualcosa di già visto: le buone intenzioni non bastano quando il mercato spinge nella direzione opposta.
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Al di là dei singoli ritratti, Mercanti dell’anima propone una riflessione più ampia su come il potere si stia ridistribuendo nell’era dell’intelligenza artificiale. I protagonisti del settore non sono solo imprenditori o ingegneri: sono figure che esercitano un’influenza politica, culturale e economica di proporzioni storiche. Decidono quali dati vengono usati per addestrare i modelli, quali valori vengono incorporati nei sistemi, quali lingue e culture vengono rappresentate — e quali no.
Il titolo dello speciale, Mercanti dell’anima, è in questo senso una provocazione deliberata. L’anima che viene commercializzata non è quella metafisica, ma quella culturale: le nostre conversazioni, i nostri dubbi, le nostre domande più intime diventano dati che alimentano sistemi il cui valore economico cresce in proporzione alla nostra dipendenza da essi. Ogni volta che un utente chiede consiglio a un modello linguistico, contribuisce — inconsapevolmente — a rendere quel modello più prezioso per chi lo possiede.
Fubini non offre soluzioni preconfezionate, e questo è uno dei punti di forza dello speciale. Non c’è una retorica del «fermiamo tutto» né un ottimismo ingenuo sul progresso inevitabile. C’è invece un invito a guardare con occhi più attenti a chi parla a nome dell’intelligenza artificiale leader del momento, a chiedersi cosa guadagna, cosa teme, e perché le sue parole suonano così spesso come profezie mentre nascondono interessi molto concreti. Per chi vuole approfondire il tema, il programma è disponibile in replica sul sito di La7.
Il tempismo di Mercanti dell’anima non è accidentale. Siamo in una fase in cui il dibattito pubblico sull’intelligenza artificiale è ancora largamente dominato da chi quella tecnologia la produce e la vende. Le voci critiche esistono — tra accademici, ricercatori indipendenti, organizzazioni della società civile — ma faticano a raggiungere il grande pubblico con la stessa forza narrativa dei tech billionaire che riempiono copertine e palchi di conferenze globali.
Il giornalismo di qualità, quello che sa unire rigore economico e capacità divulgativa, può svolgere un ruolo fondamentale in questo contesto: non demonizzare la tecnologia né celebrarla acriticamente, ma offrire strumenti per leggere le dinamiche di potere che la governano. Fubini dimostra che la televisione, quando viene usata bene, può ancora essere uno spazio per questo tipo di conversazione. In un panorama mediatico spesso appiattito sull’intrattenimento o sull’allarmismo, uno speciale capace di tenere insieme analisi economica, ritrattistica e domande filosofiche è qualcosa di cui avevamo bisogno — e che vale la pena recuperare.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
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