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Almè (Bergamo): il comune della sorveglianza totale con una telecamera ogni 28 abitanti

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Immagine generata con AI

Almè, il comune bergamasco con una telecamera ogni 28 abitanti: il caso che fa discutere la videosorveglianza nei comuni italiani

Cinquemila abitanti, una manciata di vie nel cuore della provincia bergamasca, e circa 150 telecamere attive che scrutano strade, piazze e incroci ventiquattro ore su ventiquattro. Almè, piccolo comune della Valle Brembana, è diventato il simbolo di un dibattito sempre più urgente sulla videosorveglianza nei comuni italiani: fin dove può spingersi la sicurezza pubblica prima di trasformarsi in qualcosa di diverso? Il rapporto di una telecamera ogni 28 abitanti — con un piano di espansione già approvato che porterà il sistema fino a 200 dispositivi — ha catturato l’attenzione dei media nazionali e riacceso la conversazione su privacy, controllo e governance locale.

Un paese sotto gli occhi: i numeri di Almè

Per capire la portata del fenomeno, è utile partire dai dati. Almè conta circa 5.000 residenti e, al momento, circa 150 telecamere attive distribuite sul territorio comunale. Il risultato è un rapporto di sorveglianza che non ha eguali — o quasi — nel panorama italiano: una telecamera ogni 28 abitanti. Non si tratta di una metropoli con esigenze di ordine pubblico complesse, né di un hub logistico o di un nodo infrastrutturale di primaria importanza: è un comune della provincia bergamasca, con tutto il carattere tranquillo che ci si aspetta da una comunità di quella dimensione.

Il sistema non è nato dall’oggi al domani. Le prime 46 telecamere furono installate circa dieci anni fa, in quello che all’epoca poteva sembrare un investimento audace ma circoscritto. Da allora, la rete è cresciuta in modo progressivo e sistematico, triplicando abbondantemente il numero di dispositivi. Oggi il Comune ha ottenuto dalla Prefettura l’approvazione per un ulteriore ampliamento che porterà il totale a circa 200 telecamere: un traguardo che consoliderà ulteriormente la posizione di Almè tra i comuni più videosorvegliati d’Italia, secondo quanto riportato da TGcom24.

La progressione è significativa anche dal punto di vista amministrativo: ogni ampliamento di un sistema di videosorveglianza pubblica richiede passaggi formali, autorizzazioni e il coinvolgimento delle autorità prefettizie. Il fatto che il progetto abbia ottenuto il via libera istituzionale segnala che ci troviamo di fronte a una scelta deliberata e strutturata, non a un’iniziativa estemporanea. Questo, da solo, basta a rendere il caso di Almè un punto di riferimento nel dibattito nazionale sulla videosorveglianza nei comuni.

Il contesto italiano: come si colloca Almè nel panorama nazionale

La videosorveglianza nei comuni italiani ha conosciuto una crescita costante nell’ultimo decennio. Fondi ministeriali, bandi per la sicurezza urbana e una percezione diffusa di insicurezza hanno spinto molte amministrazioni locali a investire in telecamere, lettori di targhe e sistemi integrati di monitoraggio. Le città più grandi — Milano, Roma, Napoli — dispongono di reti estese, ma la densità di telecamere per abitante tende a diluirsi nella massa demografica.

È nei comuni di piccole e medie dimensioni che il rapporto tra sorveglianza e popolazione diventa più stringente, e dunque più visibile. Un sistema da 150 telecamere in una città di 500.000 abitanti è quasi invisibile; lo stesso sistema in un paese di 5.000 persone cambia radicalmente il paesaggio urbano e la percezione quotidiana degli spazi pubblici. Almè non è il solo comune italiano ad aver scelto questa strada, ma è quello che, per densità di copertura, si distingue in modo netto.

Il confronto con altre realtà europee aiuta a inquadrare il fenomeno. Il Regno Unito è tradizionalmente citato come il paese con la più alta densità di telecamere di sorveglianza in Europa, con Londra che vanta un numero di dispositivi per abitante tra i più elevati al mondo. Ma anche in contesti meno estremi — come alcune città olandesi o belghe — la videosorveglianza è diventata parte integrante della gestione dello spazio pubblico, accompagnata però da normative stringenti sulla conservazione dei dati e sull’accesso alle immagini. In Italia, il quadro normativo di riferimento è il Regolamento europeo sulla protezione dei dati (GDPR) e le linee guida del Garante per la protezione dei dati personali, che impongono obblighi precisi anche agli enti locali.

Dieci anni di crescita: dalla sperimentazione al sistema strutturato

Il percorso di Almè è istruttivo perché mostra come un investimento iniziale relativamente modesto possa, nel tempo, evolvere in un’infrastruttura di controllo capillare. Le 46 telecamere installate dieci anni fa rappresentavano probabilmente una risposta a episodi specifici o a una domanda di sicurezza percepita dai cittadini. Era il modello classico: qualcosa accade, l’amministrazione risponde con una misura visibile e tangibile, i residenti si sentono più tutelati.

Ma il passaggio da 46 a 150 telecamere — e ora la prospettiva di arrivare a 200 — suggerisce qualcosa di più ambizioso: non più una risposta episodica, ma una filosofia di gestione del territorio. La videosorveglianza diventa infrastruttura, al pari delle strade o dell’illuminazione pubblica. Ogni nuova installazione giustifica la successiva, ogni ampliamento è presentato come il completamento logico di una rete già esistente. È un processo che urbanisti e sociologi definiscono “path dependency”: una volta imboccata una strada, diventa sempre più difficile tornare indietro o scegliere alternative.

Questo non significa necessariamente che la scelta sia sbagliata. Significa che merita di essere discussa con consapevolezza, valutando costi, benefici e implicazioni di lungo periodo. La domanda che Almè pone all’Italia intera è: esiste un punto oltre il quale la videosorveglianza nei comuni smette di essere uno strumento di sicurezza e diventa qualcosa di qualitativamente diverso?

Privacy e spazio pubblico: un equilibrio difficile

Il tema della privacy è inevitabilmente al centro del dibattito. Vivere in un comune dove ogni movimento nello spazio pubblico è potenzialmente registrato è un’esperienza che cambia il rapporto tra cittadino e territorio. Non si tratta di paranoia: è una questione di principio che riguarda la libertà di movimento, la possibilità di muoversi senza essere tracciati, il diritto a non essere monitorati in assenza di ragioni specifiche.

Le normative europee e italiane prevedono garanzie precise: i Comuni che installano telecamere devono rispettare il GDPR, segnalare la presenza dei dispositivi con apposita cartellonistica, limitare la conservazione delle immagini a periodi definiti e garantire che l’accesso ai filmati sia riservato alle autorità competenti. Ma la conformità formale alle norme non esaurisce la questione. Un sistema di 200 telecamere in un paese di 5.000 abitanti crea una rete di sorveglianza così fitta da rendere praticamente impossibile muoversi nello spazio pubblico senza essere ripresi. Questo è un fatto tecnico, indipendente dalle intenzioni dell’amministrazione.

Il Garante per la protezione dei dati personali ha più volte richiamato l’attenzione sul principio di proporzionalità: i sistemi di videosorveglianza devono essere adeguati agli obiettivi di sicurezza perseguiti, non eccedere quanto necessario. Valutare se un rapporto di una telecamera ogni 28 abitanti soddisfi questo principio è una questione che spetta, in ultima analisi, alle autorità di controllo e, in senso più ampio, alla comunità.

Il punto di vista dell’amministrazione locale

Nessun sistema di videosorveglianza di questa portata si installa senza una motivazione amministrativa. Le autorità locali che scelgono di investire in reti estese di telecamere lo fanno tipicamente in risposta a esigenze concrete: prevenzione dei reati, monitoraggio del traffico, controllo degli accessi in zone sensibili, risposta a episodi di microcriminalità o vandalismo. Non è insolito che comuni di piccole dimensioni, proprio perché dispongono di risorse limitate e di un corpo di polizia locale ridotto, vedano nella videosorveglianza uno strumento di moltiplicazione dell’efficacia dei controlli.

Immagine generata con AI

Il fatto che l’espansione del sistema di Almè abbia ottenuto l’approvazione della Prefettura indica che il progetto ha superato un vaglio istituzionale. Le Prefetture, nell’esaminare i piani di videosorveglianza dei comuni, valutano la coerenza con le normative vigenti e la rispondenza agli obiettivi di sicurezza dichiarati. L’approvazione non è automatica né scontata.

Rimane aperta, però, la questione della partecipazione dei cittadini. In un paese di 5.000 abitanti, ogni scelta amministrativa rilevante dovrebbe idealmente essere oggetto di discussione pubblica, di confronto tra posizioni diverse, di valutazione condivisa dei pro e dei contro. La videosorveglianza nei comuni non è una questione tecnica: è una scelta politica che riguarda il tipo di comunità in cui si vuole vivere.

Cosa succede quando la sicurezza diventa sistema

Uno degli aspetti più interessanti del caso Almè è la sua capacità di illuminare una tendenza più ampia. In tutta Italia, molti comuni stanno ampliando le proprie reti di videosorveglianza, spesso con il supporto di fondi statali destinati alla sicurezza urbana. I bandi del Ministero dell’Interno hanno finanziato installazioni in centinaia di municipalità, grandi e piccole. Il risultato è una progressiva normalizzazione della telecamera come elemento del paesaggio urbano.

Questa normalizzazione ha effetti ambivalenti. Da un lato, può effettivamente contribuire alla prevenzione di alcuni reati: la letteratura criminologica suggerisce che la videosorveglianza ha un effetto deterrente su certe categorie di comportamenti illeciti, in particolare quelli opportunistici. Dall’altro, produce quello che i sociologi chiamano “chilling effect”: la consapevolezza di essere osservati modifica i comportamenti, anche di chi non ha nulla da nascondere, generando una forma di autocensura nello spazio pubblico.

La questione non è se la videosorveglianza funzioni o non funzioni in senso assoluto. È se il livello di sorveglianza sia proporzionato, se i benefici superino i costi — non solo economici, ma sociali e civili — e se i cittadini siano stati messi nelle condizioni di partecipare a questa scelta con piena consapevolezza.

Almè come caso studio: cosa possiamo imparare

Il comune bergamasco offre un caso studio prezioso per chiunque si occupi di politiche di sicurezza locale, urbanistica o diritti digitali. Mostra come un investimento iniziale modesto possa, in dieci anni, trasformarsi in un sistema di sorveglianza capillare. Mostra che i processi di ampliamento possono avvenire in modo graduale, quasi impercettibile, senza che ci sia mai un momento in cui la comunità si interroghi sul cambiamento complessivo. E mostra che la videosorveglianza nei comuni italiani è una realtà in espansione, non una curiosità locale.

Almè non è necessariamente un esempio negativo: potrebbe essere un comune in cui i residenti si sentono più sicuri, in cui i reati sono diminuiti, in cui il sistema funziona esattamente come promesso. Ma è certamente un esempio estremo, e gli esempi estremi hanno il merito di rendere visibili le domande che gli esempi ordinari tendono a nascondere.

Domande frequenti sulla videosorveglianza nei comuni italiani

Quante telecamere può installare un comune?

Non esiste un limite numerico fisso stabilito dalla legge italiana. I comuni devono rispettare il GDPR e le linee guida del Garante per la protezione dei dati personali, che impongono il rispetto del principio di proporzionalità. I piani di ampliamento significativi richiedono l’approvazione della Prefettura competente.

Chi può accedere alle immagini delle telecamere comunali?

Le immagini sono accessibili alle forze dell’ordine e alle autorità competenti, nei limiti previsti dalla normativa vigente. I comuni sono tenuti a definire procedure precise per la gestione e la conservazione dei dati, con tempi di retention limitati.

I cittadini devono essere informati della presenza di telecamere?

Sì. La normativa europea e italiana prevede l’obbligo di segnalare la presenza di sistemi di videosorveglianza attraverso apposita cartellonistica, in modo che chiunque transiti nell’area sorvegliata sia consapevole di essere potenzialmente ripreso.

Conclusione: un dibattito che riguarda tutti

Il caso di Almè non è solo una storia bergamasca. È un promemoria che le scelte sulla videosorveglianza nei comuni riguardano tutti noi, perché definiscono il tipo di spazio pubblico in cui viviamo e il rapporto tra cittadino e istituzione. Cinquemila abitanti, 150 telecamere attive, un piano per arrivare a 200: i numeri sono chiari. Le domande che sollevano lo sono altrettanto. Spetta alle comunità locali — e al dibattito pubblico nazionale — trovare le risposte giuste, bilanciando sicurezza e libertà con la consapevolezza che nessuna delle due può essere sacrificata sull’altare dell’altra.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

Redazione VelvetMAG

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