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Caldo estremo: 670mila lavoratori a rischio ogni giorno in Italia. Roma e Milano le più esposte

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Caldo estremo e lavoratori: 670mila italiani a rischio ogni giorno, Roma e Milano in cima alla lista

Ogni mattina, mentre la città si sveglia e il termometro inizia la sua corsa verso l’alto, centinaia di migliaia di persone escono di casa per fare un lavoro che le espone direttamente al sole, all’asfalto rovente, ai capannoni senza climatizzazione. Il caldo estremo per i lavoratori italiani non è un inconveniente stagionale: è un rischio professionale documentato, misurabile, e in crescita. Lo certifica uno studio congiunto di Greenpeace Italia e CGIL, pubblicato nella prima metà di luglio 2026, che mette nero su bianco una cifra difficile da ignorare: 670mila lavoratori a rischio ogni giorno a causa delle temperature estreme. Un numero che, nei momenti di picco delle ondate di calore, può arrivare a sfiorare 1,5 milioni di persone.

Non si tratta di stime campate in aria. La ricerca si basa su dati Worklimate e Istat, due fonti tra le più solide disponibili in Italia per incrociare dati climatici e dati occupazionali. Il risultato è una fotografia nitida e per certi versi allarmante di come la crisi climatica stia diventando, sempre di più, anche una crisi del lavoro.

I numeri dello studio: cosa ci dicono davvero i dati

La distinzione tra 670mila e 1,5 milioni non è una contraddizione, ma una sfumatura importante. I 670mila rappresentano la media giornaliera di lavoratori esposti a condizioni di calore pericolose nel corso della stagione estiva. Il dato di 1,5 milioni, invece, emerge durante le ondate di calore più intense — quegli episodi sempre più frequenti in cui per più giorni consecutivi le temperature superano le soglie di allerta, l’umidità sale e il corpo umano fatica a smaltire il calore prodotto dall’attività fisica.

Sono due facce dello stesso problema: una strutturale, l’altra acuta. La prima dice che il rischio è ormai parte del calendario lavorativo estivo italiano. La seconda dice che quando arriva un’ondata di calore, quel rischio si moltiplica in modo drammatico.

Roma e Milano emergono come le città più esposte, dato che non sorprende ma che merita riflessione. Entrambe le metropoli combinano un’alta concentrazione di lavoratori outdoor con un effetto isola di calore urbano particolarmente intenso: le superfici asfaltate e il cemento accumulano calore durante il giorno e lo rilasciano lentamente di notte, impedendo al corpo di recuperare nelle ore notturne. Chi lavora in cantiere a Roma alle due del pomeriggio di luglio non affronta solo 38 gradi: affronta una temperatura percepita che può superare i 45 gradi, con irraggiamento dal basso e riflesso dalle superfici circostanti.

Chi sono i lavoratori più a rischio

Lo studio identifica con chiarezza i settori più colpiti: edilizia, logistica e consegne a domicilio — i cosiddetti rider. Tre categorie molto diverse tra loro per storia, contratti e riconoscimento sociale, ma accomunate da un elemento fondamentale: lavorano all’aperto, spesso senza possibilità di sottrarsi al sole, e spesso senza tutele adeguate.

Edilizia: il cantiere sotto il sole

Il settore delle costruzioni è da sempre il più esposto. I cantieri sono ambienti dove il lavoro fisico intenso si combina con l’esposizione solare diretta, superfici riflettenti, macchinari che producono calore aggiuntivo e indumenti protettivi che riducono la dispersione del calore corporeo. Un muratore o un operaio specializzato che lavora in quota, su una struttura metallica o su una copertura, può essere esposto a condizioni di stress termico estremo già dalla mattina presto, ben prima che le temperature raggiungano il picco pomeridiano.

Il problema non riguarda solo il comfort: lo stress da calore può causare colpo di calore, crampi muscolari, svenimenti, cali di attenzione che aumentano il rischio di infortuni. In un ambiente già ad alta densità di rischi come un cantiere edile, l’aggiunta del fattore termico non è banale. Eppure le norme italiane in materia sono ancora frammentate e spesso insufficientemente applicate: la cassa integrazione per caldo esiste, ma viene attivata in modo disomogeneo sul territorio nazionale.

Logistica: dentro i magazzini o sulla strada

La logistica è un settore che il grande pubblico tende a visualizzare come “al coperto” — magazzini, scaffali, corridoi. In realtà, la realtà è molto più articolata. Molti magazzini, specialmente quelli costruiti prima che la sostenibilità energetica diventasse una priorità progettuale, sono veri e propri forni durante l’estate: coperture in lamiera, scarsa ventilazione, macchinari che generano calore. I lavoratori che movimentano merci in questi ambienti per turni di otto ore o più sono esposti a condizioni di calore che in molti casi superano le soglie di sicurezza indicate dalle linee guida sanitarie.

A questo si aggiunge la componente “ultima miglia”: autisti di furgoni che caricano e scaricano all’aperto, spesso in aree industriali periferiche dove non c’è ombra, dove l’asfalto riflette il calore e dove i tempi di consegna non prevedono pause per il caldo.

Rider: la categoria più vulnerabile

I rider rappresentano forse il caso più emblematico di come il caldo estremo e la precarietà lavorativa si sovrappongano in modo pericoloso. Chi consegna cibo o pacchi in bicicletta o scooter durante un’ondata di calore affronta uno sforzo fisico intenso in condizioni ambientali estreme, spesso senza alcuna copertura in caso di malattia o infortunio legato al caldo, senza pause retribuite, senza la possibilità concreta di fermarsi quando il corpo manda segnali di allarme. Il modello di lavoro a cottimo — pagato a consegna — crea un incentivo perverso a continuare anche quando sarebbe necessario fermarsi.

È un paradosso del nostro tempo: le app che ci permettono di ordinare una pizza dal divano mentre l’aria condizionata ronza in sottofondo sono servite da persone che pedalano sotto il sole cocente senza reti di protezione adeguate.

Le città più esposte: Roma e Milano al centro del problema

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Roma e Milano non sono solo le città italiane con la maggiore concentrazione di lavoratori in senso assoluto: sono anche quelle dove l’effetto combinato di densità urbana, isola di calore e presenza massiccia di lavoratori outdoor crea le condizioni di rischio più elevate.

Roma, con il suo clima mediterraneo sempre più caldo e siccitoso, vive estati in cui le temperature superiori ai 35 gradi sono ormai la norma per settimane consecutive. La città ha una presenza significativa di cantieri legati a grandi opere infrastrutturali, un settore turistico che richiede lavoro outdoor anche nelle ore più calde, e una rete di consegne in forte espansione. Milano, nonostante sia geograficamente più a nord, soffre di un effetto isola di calore particolarmente intenso: la pianura padana è uno dei contesti climatici europei dove le ondate di calore sono più soffocanti, con umidità elevata che riduce la capacità del corpo di raffreddarsi attraverso la sudorazione.

Non sono le uniche città a rischio, naturalmente. Tutto il Sud Italia e le isole vivono condizioni ancora più estreme in termini di temperature assolute, con lavoratori agricoli esposti a rischi enormi nei campi di pomodori, agrumi e cereali. Ma Roma e Milano concentrano numeri assoluti di lavoratori esposti che le rendono i casi più urgenti dal punto di vista delle politiche pubbliche.

Cosa chiedono Greenpeace e CGIL: le proposte sul tavolo

Lo studio non si limita a fotografare il problema: Greenpeace Italia e CGIL avanzano richieste concrete alle istituzioni. Il punto di partenza è il riconoscimento che il caldo estremo per i lavoratori non può più essere trattato come un’emergenza occasionale da gestire caso per caso, ma deve diventare oggetto di politiche strutturali.

Tra le misure richieste figurano l’estensione e la semplificazione dell’accesso alla cassa integrazione per caldo, che oggi richiede iter burocratici spesso incompatibili con la rapidità con cui si sviluppano le ondate di calore. Si chiede anche l’introduzione di limiti chiari alle temperature di lavoro outdoor, con obblighi di sospensione dell’attività nelle ore più calde della giornata — una misura già adottata in alcuni paesi europei e che in Italia esiste solo in forma parziale e volontaristica.

C’è poi la questione dei rider e dei lavoratori delle piattaforme digitali: per loro si chiede un riconoscimento esplicito del rischio termico nei contratti e nelle tutele, con diritto a pause retribuite e copertura in caso di malattia da caldo. È una battaglia che si inserisce nel più ampio dibattito sul lavoro delle piattaforme, ma che acquista urgenza particolare proprio in estate.

Greenpeace sottolinea anche la dimensione più ampia: senza politiche serie di contrasto alla crisi climatica, il problema è destinato a peggiorare. Le ondate di calore diventeranno più frequenti, più intense e più lunghe. Proteggere i lavoratori oggi è necessario, ma non sufficiente se non si affronta la causa alla radice.

Il quadro normativo: cosa prevede la legge italiana

L’Italia non è priva di strumenti normativi in materia di sicurezza sul lavoro e caldo. Il Decreto Legislativo 81/2008, il testo unico sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, prevede che il datore di lavoro valuti tutti i rischi per la salute dei lavoratori, inclusi quelli legati alle condizioni microclimatiche. In teoria, questo include il rischio da caldo. In pratica, l’applicazione è molto variabile.

L’INAIL ha prodotto nel corso degli anni materiali informativi e linee guida sul rischio da stress termico, e la piattaforma Worklimate — uno degli strumenti su cui si basa lo studio Greenpeace-CGIL — è stata sviluppata proprio per fornire agli operatori della salute e ai datori di lavoro strumenti di valutazione del rischio climatico in tempo reale. Ma la distanza tra gli strumenti disponibili e la loro applicazione concreta nei luoghi di lavoro rimane ampia.

Per approfondire il tema della sicurezza sul lavoro in condizioni di caldo estremo, l’INAIL offre risorse e linee guida aggiornate sul proprio portale istituzionale. Analogamente, il rapporto completo di Greenpeace Italia è disponibile online e fornisce i dettagli metodologici dello studio e le raccomandazioni politiche nel dettaglio.

Una questione di giustizia climatica

C’è una dimensione di equità sociale che lo studio Greenpeace-CGIL porta in primo piano e che merita di essere sottolineata. Il caldo estremo non colpisce tutti allo stesso modo. Chi può permettersi di lavorare in uffici climatizzati, di spostarsi in auto con aria condizionata, di vivere in appartamenti dotati di raffrescamento, è largamente protetto. Chi lavora all’aperto o in ambienti non climatizzati — e che spesso appartiene alle fasce di reddito più basse — è esposto a rischi che i più fortunati non sperimentano nemmeno lontanamente.

È una forma di ingiustizia climatica che si manifesta ogni estate, ogni giorno di ondata di calore, ogni volta che un rider pedala sotto il sole per consegnare un ordine a qualcuno che sta al fresco. Non si tratta di colpevolizzare nessuno, ma di riconoscere che la distribuzione dei rischi climatici segue le stesse linee di disuguaglianza che attraversano la società in molti altri ambiti.

I 670mila lavoratori a rischio ogni giorno in Italia non sono un numero astratto: sono persone con nomi, famiglie, corpi che faticano e sudano e talvolta cedono. Lo studio di Greenpeace e CGIL ha il merito di renderli visibili, di trasformare un problema diffuso e spesso ignorato in dati concreti che le istituzioni non possono continuare a mettere da parte. La sfida ora è trasformare quella visibilità in politiche efficaci, prima che un’altra estate passi senza risposte adeguate.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

Redazione VelvetMAG

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