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Superbonus e bonus edilizi: 190 miliardi spesi, ma l’Italia rimane fanalino di coda in Europa

Superbonus e bonus edilizi: 190 miliardi spesi, ma l'Italia rimane fanalino di coda in Europa
Superbonus e bonus edilizi: 190 miliardi spesi, ma l'Italia rimane fanalino di coda in Europa
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Superbonus 110 e bonus edilizi: 190 miliardi spesi, eppure l’Italia è ultima in Europa per efficienza energetica delle abitazioni

Immaginate di investire una cifra colossale — oltre 190 miliardi di euro di incentivi pubblici in sei anni — e di ritrovarvi comunque all’ultimo posto in Europa per la quota di cittadini che vivono in case energeticamente efficienti. È esattamente la situazione in cui si trova oggi l’Italia, secondo i dati Eurostat più recenti: solo il 2% dei residenti italiani ha beneficiato di lavori di efficientamento energetico negli ultimi cinque anni, la percentuale più bassa dell’intera Unione europea. Il superbonus 110, introdotto nel 2020 come misura straordinaria per rilanciare l’economia e accelerare la transizione ecologica del patrimonio edilizio nazionale, è diventato uno dei casi di studio più controversi della politica fiscale italiana contemporanea: una misura generosa, spesso mal indirizzata, i cui risultati aggregati deludono rispetto all’enorme sforzo finanziario sostenuto dal bilancio pubblico.

Che cos’è il superbonus 110 e come è nato

Il superbonus 110% è stato introdotto con il Decreto Rilancio (DL 34/2020), il provvedimento d’urgenza varato dal governo italiano nella primavera del 2020 per contrastare gli effetti economici della pandemia da Covid-19. L’idea di fondo era semplice quanto ambiziosa: permettere ai proprietari di immobili di detrarre il 110% delle spese sostenute per determinati interventi di riqualificazione energetica e di miglioramento antisismico, spalmate su un arco temporale di quattro o cinque anni. In altri termini, lo Stato non solo rimborsava integralmente il costo dei lavori, ma aggiungeva un ulteriore 10% come incentivo aggiuntivo.

La misura si distingueva dalle precedenti agevolazioni edilizie italiane — già numerose e stratificate nel corso degli anni — per l’entità della detrazione, che superava di gran lunga qualsiasi precedente. Ma non solo: il meccanismo della cessione del credito e dello sconto in fattura, inizialmente previsto dalla norma, consentiva ai beneficiari di non anticipare nemmeno un euro di tasca propria, trasferendo il credito fiscale alle banche o alle imprese esecutrici dei lavori. Questo aspetto ha reso il superbonus 110 straordinariamente attrattivo, ma ha anche aperto la porta a un’ondata di frodi e abusi che hanno richiesto interventi correttivi successivi.

Nel corso degli anni il meccanismo ha subito numerose modifiche: la percentuale di detrazione è stata progressivamente ridotta, prima all’80%, poi al 70% e infine al 65% per alcune categorie di interventi e soggetti, mentre le scadenze sono state prorogate, tagliate e ridefinite più volte, generando incertezza tra i cantieri aperti e i professionisti del settore. Per un quadro normativo aggiornato e completo, è utile consultare la voce dedicata su Wikipedia, che raccoglie la cronologia delle modifiche legislative.

Il paradosso dei 190 miliardi: tanto denaro, pochi risultati sistemici

Il dato che più colpisce, e che ha riacceso il dibattito pubblico, è la sproporzione tra le risorse mobilitate e i risultati ottenuti in termini di diffusione reale dell’efficienza energetica. Secondo le rilevazioni Eurostat, l’Italia si colloca all’ultimo posto tra i Paesi dell’Unione europea per la quota di residenti che abitano in case con prestazioni energetiche adeguate agli standard moderni. Solo il 2% degli italiani ha beneficiato di interventi di efficientamento negli ultimi cinque anni: una percentuale che, confrontata con quella di Paesi nordici, baltici o dell’Europa centrale, appare quasi incredibile alla luce dei fondi stanziati.

Come è possibile che oltre 190 miliardi di euro — una cifra che supera l’intero PIL annuale di molti Paesi europei di medie dimensioni — abbiano prodotto un impatto così limitato sulla quota complessiva di abitazioni efficienti? Le ragioni sono molteplici e si intrecciano tra loro in modo complesso.

La concentrazione geografica e sociale degli interventi

Una prima spiegazione riguarda la distribuzione geografica e sociale dei benefici. Il superbonus 110, pur essendo formalmente accessibile a tutti i proprietari di immobili, ha favorito in misura sproporzionata le abitazioni già in condizioni relativamente buone e i proprietari con maggiori risorse culturali e finanziarie per navigare la complessità burocratica della misura. Le abitazioni più vetuste, energeticamente più inefficienti e spesso situate nelle aree interne o nelle periferie degradate delle grandi città — quelle che avrebbero beneficiato di più da un intervento di riqualificazione — sono rimaste spesso escluse, per motivi che vanno dalla difficoltà di ottenere il consenso condominiale alla mancanza di professionisti locali in grado di gestire le pratiche.

Il risultato è stato una polarizzazione: chi aveva già una casa in discrete condizioni ha potuto migliorarla ulteriormente a spese dello Stato, mentre chi abitava negli edifici più degradati ha spesso rinunciato o non ha mai avuto accesso reale alla misura. In termini di politica pubblica, si tratta di un classico esempio di creaming: le risorse tendono a fluire verso i soggetti più facili da raggiungere, non verso quelli con il maggior bisogno.

La burocrazia come ostacolo strutturale

Un secondo fattore è la complessità procedurale. Per accedere al superbonus 110 era necessario produrre una documentazione tecnica e amministrativa di notevole peso: asseverazioni energetiche, perizie strutturali, conformità urbanistica e catastale degli immobili, visti di conformità fiscale. In un Paese dove una quota significativa del patrimonio edilizio presenta irregolarità pregresse — abusi edilizi condonati o meno, difformità catastali, pratiche urbanistiche incomplete — questo requisito ha escluso de facto milioni di abitazioni dalla possibilità di accedere agli incentivi.

La necessità di mettere in regola l’immobile prima di accedere al bonus ha scoraggiato molti proprietari, soprattutto anziani o residenti nelle aree del Sud dove le irregolarità edilizie sono storicamente più diffuse. Paradossalmente, la misura pensata per modernizzare il patrimonio edilizio italiano si è scontrata con le eredità storiche di un sistema urbanistico caratterizzato da decenni di tolleranza verso l’abusivismo.

Le frodi e il meccanismo della cessione del credito

Un terzo elemento critico è stato l’abuso del meccanismo della cessione del credito. La possibilità di cedere il credito fiscale a banche e intermediari finanziari ha generato un mercato parallelo in cui sono emersi schemi fraudolenti di varia natura: lavori mai eseguiti o eseguiti in modo sommario, fatture gonfiate, imprese create appositamente per monetizzare i crediti. Il volume delle frodi accertate o sospette ha costretto il legislatore a intervenire più volte, rendendo la cessione del credito sempre più difficile fino alla sua sostanziale eliminazione, con effetti però anche sui cantieri legittimi che si sono trovati improvvisamente senza liquidità.

Questo ciclo di apertura, abuso e restrizione ha creato una profonda incertezza nel settore delle costruzioni, con migliaia di cantieri bloccati, imprese in difficoltà finanziaria e proprietari rimasti a metà dei lavori senza certezza di poter completarli con le agevolazioni previste. Il danno reputazionale della misura, al di là dei numeri, è stato considerevole.

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Il giudizio della Corte dei Conti europea e il confronto europeo

A livello europeo, la Corte dei Conti dell’Unione europea ha espresso giudizi negativi sul superbonus 110 per quanto riguarda l’efficienza nell’utilizzo delle risorse e il rapporto costi-benefici. Si tratta di una valutazione severa che invita a riflettere non solo sui risultati ottenuti, ma anche sulle modalità con cui l’Italia ha scelto di strutturare il proprio sistema di incentivi alla riqualificazione edilizia.

Il confronto con altri Paesi europei è illuminante. Molti Stati membri dell’UE hanno adottato approcci diversi: incentivi più mirati, condizionati al raggiungimento di soglie minime di miglioramento della classe energetica, o programmi di finanziamento agevolato abbinati a obblighi di risultato. In alcuni Paesi nordici, ad esempio, gli incentivi pubblici alla ristrutturazione energetica sono stati concentrati sugli edifici con le prestazioni peggiori, garantendo che le risorse pubbliche producessero il massimo impatto in termini di riduzione dei consumi e delle emissioni. L’approccio italiano, al contrario, ha privilegiato la generosità dell’incentivo sulla selettività degli obiettivi, con i risultati che i dati Eurostat oggi documentano impietosamente.

Per approfondire l’analisi comparativa e leggere i dati originali, è possibile consultare il dossier di Today.it sul superbonus e l’efficienza energetica in Italia, che raccoglie le fonti primarie e i confronti europei.

Il patrimonio edilizio italiano: una sfida strutturale di lungo periodo

Per comprendere appieno la portata del problema, occorre inquadrarlo nel contesto del patrimonio edilizio nazionale. L’Italia ha un parco immobiliare tra i più vecchi d’Europa: una quota molto elevata degli edifici residenziali è stata costruita prima dell’introduzione delle prime normative sull’isolamento termico, risalenti agli anni Settanta e Ottanta del Novecento. Queste abitazioni sono spesso caratterizzate da dispersioni termiche elevate, impianti di riscaldamento obsoleti e scarsa qualità dei serramenti, il che le rende energeticamente molto inefficienti e costose da riscaldare e rinfrescare.

Intervenire su questo patrimonio è una necessità non solo ambientale — ridurre le emissioni di CO₂ legate al riscaldamento degli edifici è uno degli obiettivi centrali del Green Deal europeo — ma anche sociale ed economica: le famiglie che vivono in case inefficienti pagano bollette più alte e sono più esposte alla povertà energetica. Il problema è reale, urgente e di scala nazionale. La domanda che i dati pongono è se il superbonus 110 sia stato lo strumento giusto per affrontarlo, o se abbia invece disperso risorse preziose senza incidere strutturalmente sul problema.

Povertà energetica e disuguaglianze abitative

La povertà energetica colpisce in modo sproporzionato le famiglie a basso reddito, gli anziani che vivono soli, i residenti nelle aree interne e montane, e chi abita in affitto — categorie che, come si è visto, hanno avuto accesso molto limitato agli incentivi edilizi degli ultimi anni. Un sistema di incentivi davvero efficace avrebbe dovuto mettere al centro proprio questi soggetti, progettando meccanismi di accesso semplificati, assistenza tecnica gratuita e priorità agli edifici con le classi energetiche più basse. La sfida per i prossimi anni sarà ridisegnare la politica di incentivazione edilizia tenendo conto di questi fallimenti.

Cosa cambia adesso: le prospettive future degli incentivi edilizi

Il dibattito politico sugli incentivi edilizi è oggi più vivo che mai. Da un lato, la Direttiva europea sulle case green — che prevede obiettivi progressivi di miglioramento della classe energetica degli edifici residenziali — impone all’Italia di accelerare la ristrutturazione del proprio patrimonio immobiliare nei prossimi anni. Dall’altro, la situazione delle finanze pubbliche non consente di replicare la generosità del superbonus 110 nelle forme originarie.

La direzione che sembra prevalere è quella di incentivi più selettivi, mirati agli edifici con le prestazioni peggiori e alle famiglie con redditi più bassi, abbinati a meccanismi di controllo più stringenti per prevenire le frodi. Si discute anche di integrare gli incentivi fiscali con strumenti di finanziamento agevolato — prestiti a tasso zero o garantiti dallo Stato — per superare il problema della liquidità iniziale senza creare le distorsioni generate dalla cessione del credito.

Resta aperta, però, la questione della complessità burocratica e della conformità urbanistica: finché una quota significativa del patrimonio edilizio italiano non sarà in regola sul piano catastale e urbanistico, qualsiasi incentivo alla ristrutturazione rischia di escludere proprio gli edifici che ne avrebbero più bisogno. Una riforma strutturale del sistema edilizio nazionale — dalla semplificazione delle pratiche di sanatoria alla digitalizzazione dei catasti — appare indispensabile per rendere efficace qualsiasi futura politica di incentivazione.

Lezioni da non dimenticare

La vicenda del superbonus 110 e degli incentivi edilizi italiani degli ultimi anni offre alcune lezioni di politica pubblica che vale la pena tenere a mente. La prima è che la generosità di un incentivo non garantisce da sola la sua efficacia: senza meccanismi di selezione dei beneficiari, di verifica dei risultati e di controllo antifrode, le risorse pubbliche rischiano di disperdersi senza produrre l’impatto desiderato. La seconda è che la complessità burocratica è un filtro regressivo: penalizza i più vulnerabili e favorisce chi ha già le risorse per navigarla. La terza è che la transizione energetica del patrimonio edilizio è una sfida di lungo periodo che richiede politiche stabili, prevedibili e coerenti — non misure straordinarie soggette a continui cambi di rotta.

Guardando al futuro, l’Italia ha ancora davanti a sé un compito enorme: ammodernare milioni di abitazioni, ridurre la povertà energetica, allinearsi agli obiettivi europei sul clima. Farlo in modo equo ed efficiente, imparando dagli errori del passato recente, è una delle sfide più importanti della politica economica e ambientale dei prossimi anni. I 190 miliardi già spesi non possono essere recuperati, ma possono almeno servire da bussola per non ripetere gli stessi errori.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.