
Larissa Iapichino e il salto in lungo record italiano: 7,12 metri a Eugene riscrivono la storia
Il 4 luglio 2026, a Eugene, Oregon, Larissa Iapichino ha compiuto un gesto atletico destinato a restare nei libri: con un salto in lungo da 7,12 metri — realizzato al primo tentativo, con vento a +1,8 — ha superato di un centimetro il record italiano che apparteneva a sua madre, Fiona May, e che resisteva da 28 anni. Non è soltanto una questione di misure e cronometri: è la storia di come una figlia ha trovato la propria voce sportiva dentro una delle eredità più pesanti e luminose dell’atletica italiana.
Il momento del record: un centimetro che vale 28 anni
Un centimetro. Nella vita quotidiana è la larghezza di un’unghia, quasi nulla. Nel salto in lungo, in una specialità in cui i progressi si misurano in millimetri e ogni stagione di allenamento può valere pochi centimetri di miglioramento, quella differenza è immensa. Larissa Iapichino ha saltato 7,12 metri al primo tentativo della gara di Eugene, superando il 7,11 che Fiona May aveva stabilito nel 1998 e che nessuna atleta italiana era riuscita ad avvicinare nel corso di quasi tre decenni.
La scelta di Eugene come teatro non è casuale: la città dell’Oregon, sede dello storico Hayward Field, è considerata la capitale mondiale dell’atletica leggera, un impianto che ha ospitato i Campionati del Mondo e che continua ad attirare le gare di più alto livello internazionale. Saltare lì, davanti a un pubblico di appassionati e addetti ai lavori, con la pressione di una struttura che ha visto passare i più grandi atleti del pianeta, aggiunge un peso specifico alla prestazione di Larissa.
Il vento di +1,8 metri al secondo rientra nei limiti regolamentari fissati dalla World Athletics per l’omologazione dei record: il tetto è +2,0. Questo significa che il salto in lungo record italiano di Larissa Iapichino è pienamente valido, riconosciuto e ufficiale. La Federazione Italiana di Atletica Leggera (FIDAL) ha confermato il primato attraverso i propri canali ufficiali, certificando una misura che riscrive la storia del mezzofondo veloce italiano.
Fiona May: il record che sembrava inamovibile
Per capire il peso di ciò che è accaduto a Eugene, bisogna tornare indietro di quasi tre decenni. Fiona May — nata in Gran Bretagna, naturalizzata italiana, moglie dell’ex velocista Gianni Iapichino — è stata una delle più grandi interpreti mondiali del salto in lungo degli anni Novanta. Doppia campionessa mondiale nel 1995 e nel 1999, medaglia d’argento alle Olimpiadi di Atlanta 1996 e di Sydney 2000, May ha dominato la specialità in un’epoca in cui il salto in lungo femminile era popolato da atlete di caratura eccezionale.
Il record italiano che Larissa ha appena superato risaliva al 1998: 7,11 metri, una misura che per 28 anni ha rappresentato il tetto assoluto per qualsiasi lunghista italiana. Non è un caso che nessuna sia riuscita ad avvicinarla: quel salto era frutto di una tecnica raffinata, di una potenza esplosiva fuori dal comune e di anni di lavoro ai massimi livelli mondiali. Quando si parla di primati che resistono quasi trent’anni, si parla di prestazioni costruite su un talento generazionale.
Fiona May ha rappresentato per l’atletica italiana un punto di riferimento non solo tecnico ma anche culturale: ha portato il salto in lungo nelle case degli italiani, ha vinto titoli mondiali con la maglia azzurra, ha contribuito a costruire una tradizione nella specialità che prima di lei era quasi inesistente nel panorama tricolore. Il suo record non era soltanto un numero: era un simbolo.
Larissa Iapichino: crescere sotto i riflettori di un cognome pesante
Essere figlia di Fiona May e Gianni Iapichino — due atleti di livello mondiale — significa crescere con aspettative che la maggior parte dei giovani sportivi non deve nemmeno immaginare. Larissa ha iniziato a gareggiare nel salto in lungo portando già con sé un bagaglio di confronti e proiezioni che avrebbero potuto schiacciare chiunque. Invece, ha scelto di costruire la propria carriera con metodo, pazienza e una progressione tecnica che nel tempo si è rivelata solida e continuativa.
Il percorso di Larissa nell’atletica internazionale è stato segnato da alti e bassi tipici di chi cresce in una specialità tecnica e complessa. Gli infortuni hanno rappresentato ostacoli reali, come accade a molti atleti di alto livello che lavorano su movimenti esplosivi e ad alto impatto articolare. Ma ogni volta che è tornata in pedana, ha dimostrato una capacità di reagire e migliorare che è la cifra più autentica della sua carriera.
La conquista del salto in lungo record italiano non è arrivata dall’oggi al domani: è il risultato di un percorso lungo, costruito con costanza, e di una maturità atletica che si è consolidata nel tempo. Saltare 7,12 metri al primo tentativo di una gara internazionale di alto profilo come quella di Eugene richiede non solo preparazione fisica, ma anche una gestione della pressione e della concentrazione che si acquisisce solo con l’esperienza.
La specialità: perché il salto in lungo è così difficile da dominare
Il salto in lungo è una delle discipline più complete dell’atletica leggera. Richiede velocità di base paragonabile a quella di una sprinter, esplosività nella fase di stacco, coordinazione tecnica nella fase di volo e capacità di atterraggio che minimizzi la perdita di centimetri preziosi. Non è sufficiente essere veloci: bisogna saper convertire quella velocità in distanza verticale nel momento esatto in cui il piede tocca la pedana di stacco.
Ogni centimetro in più è il risultato di un equilibrio delicatissimo tra decine di variabili: l’angolo di stacco, la posizione del busto durante il volo, il movimento delle braccia, la posizione delle gambe nell’atterraggio. Anche il vento gioca un ruolo: un vento favorevole entro i limiti regolamentari può aiutare, ma non può sostituire la qualità tecnica dell’atleta. Il +1,8 registrato nel salto di Larissa a Eugene è significativo ma non eccezionale: la prestazione rimane solidissima anche in condizioni di vento nullo.

La soglia dei 7 metri nel salto in lungo femminile è storicamente considerata un indicatore di eccellenza assoluta. Superarla significa entrare in un club ristretto di atlete che hanno raggiunto il vertice della specialità. Arrivare a 7,12 — come ha fatto Larissa Iapichino — significa collocarsi in una fascia di prestazioni che compete a livello mondiale, non solo europeo o italiano.
Per avere un termine di paragone, il record mondiale femminile nel salto in lungo appartiene a Galina Chistyakova con 7,52 metri, stabilito nel 1988. Il record europeo è di 7,45 metri. La misura di Larissa — 7,12 — si colloca in una zona di alta competitività internazionale, sufficiente per ambire a podi nelle grandi competizioni mondiali e olimpiche.
Eugene e la tradizione dell’atletica mondiale
Eugene non è una città qualunque per l’atletica. L’Oregon, e in particolare lo Hayward Field dell’Università dell’Oregon, è da decenni il cuore pulsante dell’atletica americana e internazionale. La città ha una cultura sportiva profondamente radicata, alimentata dalla presenza di Nike — fondata proprio da un ex atleta dell’Oregon, Phil Knight — e da una tradizione di gare di alto livello che ha formato generazioni di campioni.
Gareggiare a Eugene significa confrontarsi con un ambiente che respira atletica in ogni angolo, dove il pubblico conosce le specialità, apprezza le sfumature tecniche e sa riconoscere una grande prestazione. Stabilire un salto in lungo record italiano in quella città, su quella pedana, davanti a quel pubblico, ha un valore simbolico che va oltre la semplice omologazione del primato.
L’atletica italiana ha una storia importante con Eugene: molti azzurri hanno gareggiato lì nel corso degli anni, e la struttura ha ospitato eventi mondiali che hanno visto protagonisti atleti italiani. Il fatto che Larissa Iapichino abbia scelto — o abbia avuto l’opportunità — di realizzare la propria prestazione migliore proprio in quel contesto aggiunge un ulteriore livello di significato alla vicenda.
Il riconoscimento della FIDAL e la reazione del mondo dell’atletica
La Federazione Italiana di Atletica Leggera ha comunicato ufficialmente il nuovo record italiano attraverso i propri canali social, con un post che ha rapidamente raccolto l’attenzione degli appassionati e degli addetti ai lavori. Il riconoscimento istituzionale è arrivato in tempi rapidi, confermando la validità della misura e celebrando un momento storico per l’atletica tricolore.
La notizia ha trovato ampio spazio anche sulla Gazzetta dello Sport, che ha documentato il salto e il suo significato nel contesto della storia dell’atletica italiana. Il post ufficiale della FIDAL ha ulteriormente certificato la misura e le condizioni della gara, fornendo i dettagli tecnici del primato.
Nel mondo dell’atletica italiana, un record che resiste 28 anni è una rarità assoluta. La maggior parte dei primati nazionali viene aggiornata con una certa frequenza, man mano che le condizioni di allenamento migliorano, i materiali evolvono e le metodologie di preparazione diventano più sofisticate. Un record che sopravvive quasi tre decenni è per definizione una prestazione eccezionale, e superarlo richiede un’atleta di qualità altrettanto eccezionale.
Cosa significa questo record per il futuro dell’atletica italiana
Il salto in lungo record italiano di Larissa Iapichino non è soltanto un punto di arrivo: è anche un punto di partenza. A 22 anni — l’età in cui molti atleti stanno ancora costruendo la propria maturità competitiva — Larissa ha già superato una delle misure più longeve della storia dell’atletica italiana. Questo lascia aperta la domanda su quanto ancora possa migliorare nei prossimi anni.
Il salto in lungo femminile italiano ha ora un nuovo riferimento, una nuova asticella. Le giovani lunghiste che si affacciano alla disciplina sanno che il tetto è stato alzato, che 7,12 è la nuova misura da inseguire. E sanno anche che quella misura è stata stabilita da una donna che ha dimostrato come il talento, la determinazione e il lavoro possano trasformare un’eredità familiare in qualcosa di ancora più grande.
Per l’atletica italiana nel suo complesso, questo record arriva in un momento in cui la disciplina sta vivendo una stagione di grande visibilità internazionale. Le prestazioni di alto livello degli azzurri nelle diverse specialità hanno contribuito a costruire un’immagine dell’atletica italiana come forza competitiva credibile a livello mondiale, e il primato di Larissa si inserisce in questo contesto con tutta la sua forza simbolica e tecnica.
Una storia che parla di tempo, talento e continuità
Alla fine, la storia di Larissa Iapichino e del salto in lungo record italiano che ha strappato a sua madre Fiona May è anche una storia sul tempo che passa e su come il talento si trasmette — non per automatismo genetico, ma attraverso l’osservazione, la dedizione e il coraggio di confrontarsi con un’eredità ingombrante. Ventotto anni di attesa, un centimetro di margine, un primo tentativo andato a segno su una pedana americana: sono i dettagli concreti di un momento che l’atletica italiana ricorderà a lungo. Il prossimo capitolo è già in costruzione.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








