
Perfect Days di Wim Wenders: un film che insegna a guardare la vita
C’è un uomo che si sveglia ogni mattina prima dell’alba, piega con cura il materasso, innaffia le sue piantine, sale sul furgone e va a pulire i bagni pubblici di Tokyo. Questa è, in sintesi, la trama di Perfect Days di Wim Wenders — eppure dire “è un film su un netturbino” equivale a dire che Le ali del desiderio è un film sugli angeli. È vero, ma non dice nulla di ciò che conta davvero. Uscito nel 2023 e accolto con entusiasmo dalla critica internazionale, Perfect Days è uno di quei rari lavori capaci di cambiare, almeno temporaneamente, il modo in cui guardiamo il mondo fuori dalla sala cinematografica.
Chi è Wim Wenders e perché questo film è un ritorno atteso
Wim Wenders, oggi settantottenne, è uno dei grandi maestri del cinema europeo. La sua carriera attraversa decenni e generi: dai road movie degli anni Settanta ai documentari musicali, dalla riflessione filosofica sulla città alla sperimentazione formale. Eppure, da molti anni, la critica attendeva che il regista tedesco tornasse a firmare un’opera di fiction all’altezza della sua reputazione. Perfect Days ha colmato questa attesa in modo convincente: la rivista Sight and Sound del British Film Institute lo ha definito il suo miglior film di finzione dai tempi di Le ali del desiderio, il capolavoro del 1987 ambientato a Berlino.
È un giudizio che pesa, perché Le ali del desiderio non è semplicemente un film famoso: è un’opera che ha ridefinito il modo in cui il cinema può parlare di spiritualità, di malinconia urbana, di desiderio di essere umano. Dire che Perfect Days si avvicina a quella vetta significa riconoscere qualcosa di straordinario. E in effetti, pur essendo ambientato in un contesto completamente diverso — la Tokyo contemporanea al posto della Berlino divisa — i due film condividono una qualità rara: la capacità di trasformare l’osservazione in meditazione.
Hirayama: il protagonista e la sua routine come forma d’arte
Al centro di Perfect Days c’è Hirayama, interpretato da Kōji Yakusho, attore giapponese di straordinaria intensità. Hirayama è un addetto alle pulizie dei bagni pubblici nel quartiere di Shibuya, nel cuore di Tokyo. La sua vita è scandita da una routine apparentemente identica ogni giorno: svegliarsi, lavorare, mangiare un pasto frugale, leggere qualche pagina di un libro la sera, dormire. Eppure Wenders — e questa è la scommessa del film — trasforma questa routine in qualcosa di ipnotico e commovente.
Yakusho costruisce il personaggio quasi senza parole. Hirayama è un uomo di silenzi, di sguardi, di gesti misurati. Non sappiamo molto del suo passato — il film lascia volutamente in ombra la sua storia — ma percepiamo che ha scelto questa vita, non che vi è stato costretto. C’è in lui una consapevolezza tranquilla, una capacità di trovare bellezza nelle cose minime: la luce che filtra tra le foglie degli alberi, una cassetta musicale nel furgone, il disegno dell’ombra sul pavimento. È un personaggio che non si lamenta, non aspira a qualcosa di diverso, non è in conflitto con il mondo. E questo, nel cinema contemporaneo, è già una scelta radicale.
La performance di Yakusho è stata unanimemente elogiata dalla critica internazionale. Variety ha sottolineato come l’attore riesca a comunicare una ricchezza interiore straordinaria attraverso la sola fisicità e la precisione dei movimenti. Non è recitazione nel senso convenzionale del termine: è presenza pura, quasi documentaristica.
Tokyo come personaggio: lo spazio urbano nella visione di Wenders
Wenders ha sempre avuto un rapporto privilegiato con le città. In Paris, Texas il paesaggio americano era quasi un personaggio autonomo; in Le ali del desiderio Berlino diventava uno spazio metafisico. In Perfect Days, Tokyo — e in particolare il quartiere di Shibuya — viene restituita con uno sguardo insolito: non la Tokyo dei grattacieli e dei neon, non la metropoli frenetica degli stereotipi, ma una città fatta di vicoli, parchi, luce naturale, spazi interstiziali.
Il film è stato girato in parte nell’ambito di un progetto reale: la ristrutturazione dei bagni pubblici di Shibuya, commissionata a una serie di architetti di fama internazionale. Questi bagni — veri, esistenti, visitabili — diventano nel film degli spazi quasi sacri. Hirayama li pulisce con la stessa cura con cui un artigiano lavora un oggetto prezioso. Wenders usa questa premessa per esplorare un’idea affascinante: che la cura per gli spazi condivisi sia una forma di rispetto per la comunità, e che anche il lavoro più umile possa essere svolto con dignità e attenzione.
La fotografia, affidata a Franz Lustig, è uno degli elementi più potenti del film. Le immagini in bianco e nero che Hirayama scatta con la sua macchina fotografica analogica — una vecchia Olympus — creano un contrappunto visivo alla narrazione principale. Sono frammenti di mondo, catturati con l’occhio di chi sa vedere. E il film, in un certo senso, insegna allo spettatore a guardare allo stesso modo.
La colonna sonora: Lou Reed, il rock e la malinconia
Uno degli aspetti più discussi e amati di Perfect Days è la sua colonna sonora, o meglio: la sua scelta musicale. Hirayama ascolta musica solo su cassette — un dettaglio che dice molto sul suo rapporto con il tempo e con la modernità — e le canzoni che sceglie sono perle del rock e del soul degli anni Settanta e Ottanta.
Tra queste, spicca la presenza di Perfect Day di Lou Reed, che dà il titolo al film. La canzone risuona nello stereo del furgone mentre Hirayama guida verso il lavoro all’alba: è un momento di grazia semplice, quasi banale, eppure carico di significato. Perfect Day è una canzone sull’apprezzamento del momento presente, sulla gratitudine per le piccole cose — un pomeriggio nel parco, un drink, la compagnia di qualcuno. È il manifesto emotivo del film condensato in pochi minuti di musica.
La scelta di usare musica registrata su cassette, invece di una colonna sonora originale, è anche una scelta filosofica. Le cassette sono oggetti fisici, imperfetti, soggetti all’usura. Scelgono la qualità imperfetta del suono analogico rispetto alla perfezione digitale. Sono, in miniatura, una metafora di tutto ciò che il film celebra: il valore delle cose vissute, consumate, amate nel tempo.
Il tema della semplicità: un manifesto controcorrente
Viviamo in un’epoca ossessionata dalla produttività, dall’ottimizzazione, dalla costruzione di sé come brand. Il successo si misura in visibilità, in crescita, in cambiamento continuo. Perfect Days di Wim Wenders propone esattamente il contrario: un elogio della ripetizione, della routine, dell’invisibilità scelta. Hirayama non aspira a essere qualcosa di diverso da ciò che è. Non usa smartphone, non ha profili social, non è in competizione con nessuno. La sua vita è piccola nel senso geografico e materiale, ma immensa nella qualità dell’attenzione che riserva a ogni momento.
Questo non significa che il film sia ingenuo o consolatorio in modo superficiale. Ci sono momenti di malinconia, di perdita, di incomprensione tra generazioni. Una nipote che compare improvvisamente nella sua vita porta con sé domande scomode sul passato di Hirayama. Un collega giovane e sbruffone rappresenta un modo di vivere opposto al suo. Ma il film non giudica nessuno: osserva, con la stessa equanimità del suo protagonista.
È una postura rara nel cinema contemporaneo, spesso attratto dal conflitto, dalla risoluzione drammatica, dalla trasformazione del personaggio. Hirayama non si trasforma. Non ha un arco narrativo nel senso convenzionale. E questa è, paradossalmente, la sua forza: il film dimostra che una vita ben vissuta non ha bisogno di essere spettacolare per essere significativa.

La ricezione critica e il contesto festivaliero
Presentato al Festival di Cannes nel 2023, Perfect Days ha ricevuto una risposta entusiasta dalla critica. Kōji Yakusho ha vinto il premio per la migliore interpretazione maschile, un riconoscimento che ha sorpreso i più cinici — perché il suo è un tipo di recitazione che non grida, non si impone, non cerca l’applauso. È la vittoria di una scuola di pensiero: quella che vede nell’understatement la forma più alta di espressione artistica.
Il film è stato selezionato come candidato del Giappone per il premio Oscar al miglior film internazionale, una scelta che ha generato dibattito — Wenders è tedesco, non giapponese — ma che ha anche riflettuto qualcosa di vero: Perfect Days è un film profondamente impregnato di cultura giapponese, nella sua estetica, nella sua filosofia, nel suo rapporto con il lavoro e con la natura. Non è un film “sul Giappone” visto dall’esterno, ma un film che sembra nato dall’interno di quella sensibilità.
Perché vale la pena vederlo oggi
In un panorama cinematografico dominato da franchise, sequel e spettacoli ad alto budget, Perfect Days di Wim Wenders rappresenta qualcosa di prezioso: la prova che il cinema può ancora essere un’arte contemplativa, capace di rallentare il tempo e di cambiare il modo in cui percepiamo la realtà quotidiana. Non è un film per tutti, nel senso che richiede disponibilità all’ascolto, alla lentezza, al silenzio. Ma per chi è disposto a entrare nel suo ritmo, offre qualcosa di difficilmente replicabile: la sensazione, uscendo dalla sala, di vedere il mondo con occhi leggermente diversi.
Vale la pena vederlo per la performance di Yakusho, che è semplicemente una delle più belle degli ultimi anni. Vale la pena vederlo per come Wenders usa la luce e lo spazio urbano. Vale la pena vederlo per la colonna sonora, per i silenzi, per i momenti in cui la macchina da presa si ferma sulle foglie di un albero e non ha bisogno di spiegare perché. E vale la pena vederlo perché, in un momento storico in cui tutto sembra urgente e tutto sembra richiedere una reazione immediata, ci ricorda che la bellezza esiste anche — forse soprattutto — nelle cose che non fanno rumore.
Mini-FAQ su Perfect Days di Wim Wenders
Di cosa parla Perfect Days?
Il film segue Hirayama, un addetto alle pulizie dei bagni pubblici nel quartiere di Shibuya a Tokyo, e la sua vita quotidiana fatta di routine, musica, lettura e attenzione silenziosa al mondo che lo circonda.
Chi interpreta il protagonista?
Il ruolo di Hirayama è affidato a Kōji Yakusho, attore giapponese premiato al Festival di Cannes 2023 per questa interpretazione.
Dove è ambientato il film?
Il film è ambientato principalmente nel quartiere di Shibuya, nel centro di Tokyo.
Qual è il legame con la canzone di Lou Reed?
La canzone Perfect Day di Lou Reed viene ascoltata dal protagonista durante il film e rappresenta uno dei momenti emotivamente più intensi della narrazione, oltre a ispirare il titolo stesso del film.
Il film è adatto a tutti?
È un film lento e contemplativo, che richiede pazienza e disponibilità al silenzio. Non è un film d’azione né una commedia: è un’opera meditativa, adatta a chi ama il cinema d’autore e non ha paura della quiete.
In definitiva, Perfect Days di Wim Wenders è molto più di un film su un uomo che pulisce bagni: è una riflessione profonda e delicata su cosa significhi vivere con attenzione, su come la bellezza si nasconda nei dettagli che di solito ignoriamo, e su come la semplicità — quella vera, scelta, consapevole — possa essere una forma di saggezza. In un cinema che troppo spesso urla, questo film sussurra. E proprio per questo, si sente molto più a lungo.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.












