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Cronaca e società: il disagio giovanile amplificato dai social, quando il dramma diventa show

Cronaca e società: il disagio giovanile amplificato dai social, quando il dramma diventa show
Cronaca e società: il disagio giovanile amplificato dai social, quando il dramma diventa show
Immagine generata con AI

Quando il dolore diventa contenuto: il disagio giovanile amplificato dai social media

Una ragazza di tredici anni alla guida di un’auto che finisce in un canale a Senago. Il video dell’incidente — o di quello che lo precede — condiviso sui social nel giro di poche ore. Non è una scena di un film, non è una storia inventata: è uno degli episodi che, negli ultimi tempi, ha riacceso il dibattito su come il disagio giovanile amplificato dai social media stia cambiando il modo in cui i ragazzi vivono, soffrono e, soprattutto, mostrano la propria sofferenza. Perché oggi il dramma non si consuma più in silenzio: ha una platea, ha like, ha visualizzazioni. E questo cambia tutto.

La piazza digitale e il bisogno di essere visti

Per capire cosa sta succedendo, bisogna partire da un dato culturale prima ancora che psicologico: i giovani di oggi sono cresciuti in un ambiente in cui l’esistenza si misura anche — e a volte soprattutto — in termini di visibilità. Essere visti equivale a esistere. Non essere visti equivale a non contare. Questa equazione, che può sembrare esagerata agli adulti, è percepita come reale e concreta da una generazione che ha imparato a costruire la propria identità anche attraverso gli schermi.

I social network non hanno inventato il disagio giovanile: la sofferenza adolescenziale è antica quanto l’adolescenza stessa. Quello che hanno fatto, però, è trasformare quella sofferenza in un fenomeno pubblico, spettacolare, condivisibile. Un ragazzo che una volta avrebbe sfogato la propria rabbia in privato — o al massimo davanti a un gruppo ristretto di amici — oggi può filmare tutto, caricarlo online e ricevere reazioni in tempo reale. Quelle reazioni, siano esse di approvazione, di shock o di pietà, diventano una forma di riconoscimento. E il riconoscimento, per un adolescente in crisi, può diventare una droga.

Il meccanismo è sottile ma potente: la piattaforma premia i contenuti che generano engagement, cioè reazione emotiva forte. Un video di un comportamento pericoloso genera più reazioni di una foto di un tramonto. Più reazioni significa più visibilità, più visibilità significa più identità percepita. Il circolo si chiude su se stesso, spingendo verso comportamenti sempre più estremi pur di mantenere l’attenzione.

Il disagio giovanile e i social media: cosa dicono gli esperti

La psicologa e psicoterapeuta Dottoressa Sofia Marini Balestra, istruttrice AIPG, ha affrontato il tema in un’intervista pubblicata su Today.it il 2 luglio 2026, proprio in occasione della discussione pubblica seguita all’incidente di Senago. La sua lettura è lucida: i ragazzi non cercano necessariamente il pericolo per il pericolo. Cercano un modo per sentirsi vivi, per uscire da un senso di vuoto o di invisibilità che i social, paradossalmente, contribuiscono ad alimentare. Il profilo Instagram curato, i reel perfetti, la vita degli altri che appare sempre più brillante della propria: tutto questo crea un confronto continuo e spietato che erode l’autostima, soprattutto nei soggetti più fragili.

Il tema è stato approfondito anche dalla Dottoressa Valeria Locati, psicologa e psicoterapeuta familiare, durante l’evento Socialized Minds organizzato in occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale del 10 ottobre. Locati ha messo in evidenza come il disagio giovanile nell’era dei social non sia un fenomeno monolitico: ci sono ragazzi che usano le piattaforme come valvola di sfogo, trovandoci comunità di supporto; e ci sono ragazzi che invece vi trovano amplificazione delle proprie fragilità, confronto distruttivo, modelli di comportamento disfunzionali. La differenza, spesso, sta nel contesto familiare, nella qualità delle relazioni offline e nella presenza — o assenza — di adulti capaci di mediare.

Sul fronte dei dati, lo studioso Tonino Cantelmi ha segnalato come i casi di autolesionismo e tentativi di suicidio tra i giovani siano triplicati, un dato che dovrebbe far riflettere sull’urgenza di interventi strutturali e non solo di singole campagne di sensibilizzazione. Non si tratta di un’emergenza improvvisa: è il risultato di anni in cui la salute mentale giovanile è stata trattata come questione secondaria, mentre i social network crescevano senza regole né educazione digitale sistematica.

Dalla sofferenza alla violenza: il passo può essere breve

Il disagio giovanile amplificato dai social media non si manifesta solo in forme di autolesionismo o di ricerca di attenzione individuale. In alcuni casi, il circuito si chiude in modo ancora più preoccupante, sfociando nella violenza collettiva. Pestaggi ripresi e condivisi, risse organizzate come eventi, umiliazioni filmata e diffusa: sono fenomeni che i ricercatori di Transcrime hanno analizzato in un documento dedicato, evidenziando come i social network possano diventare vettori attraverso cui il disagio si trasforma in delinquenza.

Il meccanismo è diverso da quello dell’autolesionismo, ma ha una radice comune: il bisogno di affermarsi, di contare, di essere riconosciuti. In contesti di marginalità sociale, economica o relazionale, la violenza filmata e condivisa diventa una forma distorta di costruzione dell’identità. Il gruppo che picchia e riprende non si percepisce necessariamente come criminale: si percepisce come protagonista, come qualcuno che esiste e fa parlare di sé. La piattaforma, in questo senso, non è uno strumento neutro: è parte integrante del rituale.

Questo non significa che i social siano la causa della violenza giovanile — sarebbe una semplificazione grossolana. Significa che, in presenza di un disagio preesistente, le piattaforme possono fornire un palcoscenico che amplifica e, in alcuni casi, incentiva comportamenti che altrimenti non avrebbero la stessa visibilità né lo stesso appeal.

Il ruolo degli adulti: presenti ma non invasivi

Uno degli elementi più ricorrenti nelle analisi degli esperti è il ruolo degli adulti — genitori, insegnanti, educatori — in questo scenario. La tentazione, comprensibile, è quella di reagire con il divieto: togliere il telefono, bloccare le app, vietare i social. Ma questa risposta, oltre a essere spesso impraticabile, rischia di essere controproducente. Un ragazzo a cui vengono vietati i social non impara a usarli in modo critico: impara a nascondersi.

Quello che gli esperti indicano come più efficace è un approccio di accompagnamento consapevole. Significa stare vicini ai ragazzi senza controllarli ossessivamente, parlare con loro di quello che vedono online, aiutarli a sviluppare un senso critico rispetto ai contenuti che consumano e producono. Significa anche che gli adulti devono fare i conti con il proprio rapporto con i social: genitori costantemente incollati allo schermo non possono credibilmente chiedere ai figli di staccarsi.

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Immagine: Giorgio Vasari (via Wikimedia Commons) (PUBLIC DOMAIN)

La scuola, in questo senso, ha un ruolo cruciale che in molti casi non viene ancora pienamente svolto. L’educazione digitale non può ridursi a qualche ora di informatica o a una lezione sui pericoli di internet: deve essere un percorso trasversale, continuo, che insegni ai ragazzi non solo a usare gli strumenti tecnici ma a navigare in modo critico il flusso di immagini, narrazioni e modelli che i social propongono ogni giorno.

Il problema del confronto continuo e dell’identità liquida

C’è un aspetto del disagio giovanile legato ai social media che viene spesso sottovalutato: il confronto continuo con vite altrui, filtrate e costruite per sembrare perfette. L’adolescenza è già di per sé un periodo di grande instabilità identitaria: si cerca di capire chi si è, cosa si vale, dove si appartiene. I social amplificano questa ricerca in modo potenzialmente distorto, offrendo un benchmark costante e irraggiungibile.

Il corpo perfetto, la vacanza da sogno, l’amicizia sempre allegra, il successo precoce: sono narrazioni che dominano i feed e che, per un ragazzo già fragile, possono diventare fonte di sofferenza acuta. Non perché i giovani non sappiano che quelle immagini sono costruite — molti lo sanno benissimo — ma perché la ripetizione ossessiva di certi modelli finisce per agire in modo subliminale, erodendo la percezione di sé anche quando la mente razionale sa che si tratta di finzione.

Questo è uno dei motivi per cui il disagio giovanile nell’era dei social media non riguarda solo i ragazzi “a rischio” in senso tradizionale. Riguarda anche adolescenti apparentemente normali, inseriti in famiglie stabili, con buoni risultati scolastici. Il disagio non ha sempre un volto riconoscibile, e questo lo rende ancora più difficile da intercettare.

Quando dire no: la cultura del limite come atto d’amore

Saper dire no — ai contenuti, alle challenge, alla pressione del gruppo amplificata online — è una competenza che si impara, non si improvvisa. E si impara soprattutto se c’è qualcuno che la insegna, che la modella, che la rende praticabile anche quando la pressione sociale è fortissima.

Le challenge virali sono un esempio emblematico. Alcune sono innocue o addirittura positive; altre spingono verso comportamenti pericolosi, a volte letali. La logica è sempre la stessa: fallo, filmati, condividi, ottieni visibilità. Per un ragazzo che sente il bisogno di appartenere a un gruppo, rifiutare una challenge può sembrare un atto di esclusione. Ecco perché il “no” non può essere solo un divieto imposto dall’esterno: deve diventare una scelta consapevole, sostenuta da un’autostima sufficientemente solida da reggere la pressione del gruppo.

Costruire questa autostima è un lavoro lungo, che richiede relazioni autentiche, esperienze di successo fuori dagli schermi, la possibilità di sbagliare e riprendersi senza che l’errore venga immortalato e condiviso per sempre. È un lavoro che coinvolge famiglie, scuole, comunità — e che i social, da soli, non possono fare.

Cosa possono fare le piattaforme

La responsabilità non può ricadere solo sui ragazzi e sulle famiglie. Le piattaforme hanno un ruolo e, sempre più spesso, vengono chiamate a rispondere delle conseguenze dei propri algoritmi. Negli ultimi anni, alcune di esse hanno introdotto strumenti come i limiti di utilizzo giornaliero, i filtri sui contenuti sensibili, le restrizioni per i profili minorenni. Si tratta di passi nella giusta direzione, ma che molti esperti considerano ancora insufficienti rispetto alla portata del problema.

Il punto critico è che gli algoritmi delle piattaforme sono progettati per massimizzare il tempo trascorso online, il che li rende strutturalmente in tensione con il benessere degli utenti più giovani. Finché il modello di business rimane fondato sull’attenzione, qualsiasi misura di protezione rischia di essere parziale. Questo è il terreno su cui si sta sviluppando il dibattito regolatorio in Europa e non solo, con proposte che vanno dall’obbligo di verifica dell’età all’introduzione di standard di sicurezza specifici per i minori.

Un fenomeno da leggere con intelligenza, non con panico

Sarebbe sbagliato concludere questa analisi con un atto d’accusa totale contro i social media. Le piattaforme digitali sono strumenti, e come tutti gli strumenti possono essere usati bene o male. Ci sono ragazzi che trovano online comunità di supporto, che scoprono passioni, che costruiscono relazioni significative. Ci sono giovani che usano i social per fare attivismo, per esprimere creatività, per connettersi con realtà lontane dalla propria. Il problema non è la tecnologia in sé: è il contesto in cui viene usata, la maturità con cui viene affrontata, la presenza o assenza di una rete di supporto offline.

Il disagio giovanile amplificato dai social media è una realtà che merita attenzione seria, documentata e priva di facili soluzioni. Richiede ascolto — dei ragazzi, prima di tutto — e una risposta che sia all’altezza della complessità del fenomeno. Perché i giovani non hanno bisogno di essere salvati dagli schermi: hanno bisogno di adulti capaci di stare accanto a loro, anche quando il dolore non ha un hashtag.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.