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Felice Maniero: il volto del crimine italiano tra pentimento e contraddizioni

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Felice Maniero, il nome che ha dominato la cronaca nera degli Anni Ottanta e Novanta, ha appena compiuto 70 anni. Conosciuto come “Faccia d’Angelo” per i suoi tratti in contrasto con le sue azioni criminali, Maniero è stato il capo indiscusso della mala del Brenta. Un’organizzazione criminale che ha imperversato nel Nord-Est italiano per parecchi anni. La sua storia è un emblema della complessità del crimine organizzato italiano, con un percorso che lo ha visto passare dalla leadership spietata di una banda temuta al ruolo di collaboratore di giustizia.

Maniero e la mala del Brenta

Felice Maniero nacque a Campolongo Maggiore, in provincia di Venezia, nel 1954. Negli Anni Settanta cominciò a emergere nel mondo della malavita locale, ma fu negli Anni Ottanta che fondò e guidò la cosiddetta mala del Brenta: un’organizzazione di criminali che combinava le caratteristiche della mafia tradizionale con un forte legame al territorio veneto. La mala del Brenta si specializzò in rapine, traffico di droga, armi e sequestri di persona, creando un impero criminale che si estendeva ben oltre i confini regionali.

Un’ immagine d’ archivio di Felice Maniero. Foto Ansa

Arresti e pentimento

Nonostante la sua abilità nel sfuggire alla giustizia, Felice Maniero fu arrestato più volte. Il primo arresto di rilievo avvenne nel 1980, seguito da una fuga spettacolare dal carcere nel 1987, evento che consolidò la sua fama di criminale inafferrabile. Tuttavia, la sua fortuna finì nel 1994, quando le forze dell’ordine lo arrestarono definitivamente. Questa cattura segnò l’inizio di un nuovo capitolo nella sua vita: Maniero decise di collaborare con la giustizia, fornendo informazioni preziose che portarono allo smantellamento della sua organizzazione.

La vita dopo il crimine

In seguito alla sua collaborazione con le autorità, Felice Maniero è ancor oggi nel programma di protezione per i pentiti e vive sotto una nuova identità. Negli anni successivi, ha cercato di rimanere lontano dai riflettori dei media, sebbene la sua storia continuasse a suscitare interesse. La sua vicenda è stata oggetto di libri, documentari e film, che hanno cercato di esplorare le sfumature di una figura tanto complessa quanto controversa.

Un’immagine di scena della miniserie “Faccia d’angelo” con Elio Germano del 2012, su Sky. Foto Ansa/Sky

Maniero ha spesso dichiarato di essersi pentito dei crimini commessi, sottolineando come il suo passato lo perseguiti ancora oggi. Tuttavia, le sue parole non hanno sempre convinto tutti. Molte delle sue vittime e i loro familiari continuano a chiedere giustizia e a vedere in lui un simbolo dell’impunità di cui hanno goduto molti criminali italiani.

Maniero, un percorso controverso

Oggi, a 70 anni, Felice Maniero rappresenta un esempio emblematico delle contraddizioni del crimine organizzato italiano. Da un lato, la sua figura evoca il terrore e il dolore che ha provocato con le sue azioni; dall’altro, la sua collaborazione con la giustizia pone interrogativi sul ruolo del pentimento e sulla possibilità di riscatto umano e civile per chi ha vissuto al di fuori della legge per così tanto tempo. In sostanza Felice Maniero rimane un uomo che ha lasciato un segno indelebile nel panorama criminale dell’Italia. La sua storia continua a stimolare dibattiti su giustizia, pentimento e memoria collettiva, questioni che restano centrali nella riflessione pubblica italiana. Una riflessine che deve costantemente fare i conti col passato.

Domenico Coviello

Attualità, Politica ed Esteri Professionista dal 2002 è Laureato in Scienze Politiche alla “Cesare Alfieri” di Firenze. Come giornalista è “nato” a fine anni ’90 nella redazione web de La Nazione, Il Giorno e Il Resto del Carlino, guidata da Marco Pratellesi. A Milano ha lavorato due anni all’incubatore del Grupp Cir - De Benedetti all’epoca della new economy. Poi per dieci anni di nuovo a Firenze a City, la free press cartacea del Gruppo Rizzoli. Un passaggio alla Gazzetta dello Sport a Roma, e al desk del Corriere Fiorentino, il dorso toscano del Corriere della Sera, poi di nuovo sul sito di web news FirenzePost. Ha collaborato a Vanity Fair. Infine la scelta di rimettersi a studiare e aggiornarsi grazie al Master in Digital Journalism del Clas, il Centro Alti Studi della Pontificia Università Lateranense di Roma. Ha scritto La Storia di Asti e la Storia di Pisa per Typimedia Editore. Segui Domenico su Facebook Segui Domenico su Linkedin

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