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“Cessate il fuoco a Gaza”: l’ONU chiede lo stop alla guerra e gli Usa non ‘salvano’ Israele

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Dopo 30mila morti palestinesi nella Striscia di Gaza, sotto le bombe di Israele, e 1400 vittime del pogrom di Hamas del 7 ottobre nei kibbutz, si leva una flebile speranza di pace in Terra Santa, a pochi giorni dalla Pasqua. Il 25 marzo il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha parlato con una voce sola e ha chiesto “un cessate il fuoco immediato”. Gli Stati Uniti non hanno salvato Israele. Non hanno bloccato, cioè, con il solito veto, una proposta di risoluzione.

Alla richiesta della presidenza di turno, il Giappone, se ci fossero voti contrari la mano statunitense è rimasta abbassata. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha subito capito che quella mano tesa che finora aveva sempre trovato oltre Atlantico non c’è più. Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, non tollera più la carneficina in corso a Gaza, dove oltre al rumore delle armi, la popolazione, allo stremo delle forze, è a un passo dalla carestia e sono già molti i bambini che muoiono di fame e di sete.

Foto X @UN

La reazione di Israele

La risoluzione delle Nazioni Unite stabilisce dunque la richiesta di “un cessate il fuoco immediato per il mese del Ramadan rispettato da tutte le parti, che conduca a un cessate il fuoco durevole e sostenibile. Oltre al rilascio immediato e incondizionato di tutti gli ostaggi, nonché la garanzia dell’accesso umanitario per far fronte alle loro esigenze mediche e umanitarie“.

Per tutta risposta il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha cancellato la programmata missione a Washington di una delegazione di alti funzionari. Alti gradi dell’amministrazione di Tel Aviv pronti a spiegare i piani per l’offensiva militare su Rafah. Ovvero l’ultima enclave-rifugio nell’estremo sud della Striscia di Gaza per centinaia di migliaia di profughi, scappati da tutto il resto della Striscia in 5 mesi di guerra spietata anche contro gli ospedali.

Nelle stesse ore in cui il Consiglio di sicurezza votava la risoluzione sul cessate il fuoco a Gaza, il ministro della Difesa israeliano, Yoav Gallant, incontrava il suo omologo Lloyd Austin, poi il segretario di Stato Antony Blinken, il consigliere per la Sicurezza nazionale Jake Sullivan e il direttore della Cia William Burns.

Gaza, gli Usa ora vogliono la diplomazia

La risoluzione dell’ONU su Gaza, presentata dal Mozambico, ha ricevuto il sostegno di Algeria, Guyana, Ecuador, Giappone, Malta, Sierra Leone, Slovenia, Sud Corea e Svizzera. Ma anche dei membri permanenti con diritto di veto del Consiglio di sicurezza: Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna. Gli Usa, come detto, si sono invece astenuti. Se avessero posto il veto la richiesta di un cessate il fuoco non sarebbe passata. “Questa risoluzione deve essere attuata, un fallimento sarebbe imperdonabile ha commentato il segretario generale António Guterres. Hamas ha plaudito alla risoluzione asserendo “disponibilità a impegnarci in un immediato processo di scambio di prigionieri“.

L’ambasciatrice Usa all’ONU, Linda Thomas-Greenfield. Foto X @MartinGenier

Perché gli Usa si sono astenuti

il portavoce della Casa Bianca, John Kirby, ha spiegato che per gli Stati Uniti l’astensione sulla risoluzione in Consiglio di sicurezza si motiva con l’assenza nel testo della di una condanna esplicita di Hamas. Ma non cambia la linea politica americana. L’ambasciatrice alle Nazioni Unite, Linda Thomas-Greenfield, ha detto che Washington sostiene pienamente gli “obiettivi cruciali” degli sforzi diplomatici in corso. E che porta avanti con Egitto e Qatar: “Sappiamo che è solo attraverso la diplomazia che possiamo portare avanti questo programma“. A Gaza, intanto, donne e bambini muoiono di fame sotto le bombe israeliane, mentre gli ostaggi israeliani restano prigionieri e sotto tortura dei miliziani palestinesi di Hamas.

Domenico Coviello

Attualità, Politica ed Esteri Professionista dal 2002 è Laureato in Scienze Politiche alla “Cesare Alfieri” di Firenze. Come giornalista è “nato” a fine anni ’90 nella redazione web de La Nazione, Il Giorno e Il Resto del Carlino, guidata da Marco Pratellesi. A Milano ha lavorato due anni all’incubatore del Grupp Cir - De Benedetti all’epoca della new economy. Poi per dieci anni di nuovo a Firenze a City, la free press cartacea del Gruppo Rizzoli. Un passaggio alla Gazzetta dello Sport a Roma, e al desk del Corriere Fiorentino, il dorso toscano del Corriere della Sera, poi di nuovo sul sito di web news FirenzePost. Ha collaborato a Vanity Fair. Infine la scelta di rimettersi a studiare e aggiornarsi grazie al Master in Digital Journalism del Clas, il Centro Alti Studi della Pontificia Università Lateranense di Roma. Ha scritto La Storia di Asti e la Storia di Pisa per Typimedia Editore. Segui Domenico su Facebook Segui Domenico su Linkedin

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