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Lina Wertmüller: storia di una ribelle tra Fellini e Mulan

Ci lasciava lo scorso 9 dicembre nella sua abitazione romana, dopo aver riscritto la storia della settima arte

C’è stato un prima e un dopo Lina Wertmüller nella storia del cinema, vera e propria pioniera della settima arte. Prima donna ad essere candidata al Premio Oscar in veste di Miglior Regista, ha contribuito ad abbattere diversi tabù grazie al suo esempio magistrale: ecco in che modo.

Ci ha lasciato da diversi mesi, eppure è ancora vivido il ricordo di quella piccola figura dagli inconfondibili capelli bianchi, così come quell’iconica montatura degli occhiali da vista. Grazie a loro, Lina Wertmüller è riuscita a restituirci il suo personalissimo sguardo sul mondo, frutto di un’attenta osservazione delle dinamiche sociali, dei conflitti di potere ma anche dei rapporti di genere. Personalità irrequieta sin dalla prima giovinezza, tanto da essere stata cacciata da diverse scuole, irrompe nel mondo del cinema direttamente dalla porta di ingresso. All’inizio degli Anni Sessanta è infatti aiuto regista di Federico Fellini per quei due filmetti che sono La dolce vita e Otto e mezzo.

Ansa

Dal maestro riminese, Lina Wertmüller eredita quella commistione tra farsesco e reale, che si rivelerà decisiva nella costruzione della sua poetica. Il 1973 segna il suo debutto dietro la macchina da presa, alla regia de I basilischi. In generale, gli Anni Settanta rappresentano il suo periodo d’oro, grazie anche al sodalizio con Giancarlo Giannini e Mariangela Melato. In loro trova gli esatti archetipi del macho all’italiana, da una parte, e di una femminilità in continuo cambiamento. Dall’operaio catanese e la donna circuita in Mimì metallurgico ferito nell’onore, fino a Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto, la regista romana inizia ad attirare l’attenzione internazionale.

Lina Wertmüller, come lei nessuna: perché non potremo mai dimenticarla

Dicevano che era nata una regista impegnata – ha rivelato la regista in occasione di un’intervista rilasciata dopo la distribuzione de I basilischi, chiosando infine – L’etichetta mi annoiava, per questo volli fare Il giornalino di Gianburrasca.” Lina Wertmüller era così. Le convenzioni sociali le stavano strette, così come i luoghi comuni, dai quali è riuscita sempre a discostarsi grazie alla sua personalità ribelle. Una caratteristica che si è rivelata necessaria per la sua carriera, simbolo di una sfida costante a un sistema notoriamente dominato dal genere maschile. E, proprio in virtù delle difficoltà riscontrate, ha rivelato in maniera caustica: “Me ne sono infischiata. Sono andata avanti per la mia strada, scegliendo sempre di fare quello che mi piaceva.”

Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare d'agosto
Giancarlo Giannini e Mariangela Melato in “Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto” (Ansa)

Quel piglio deciso riesce a stregare anche Hollywood, arrivando dritto all’evento più ambito per la settima arte: la cerimonia dei Premi Oscar. Nell’edizione del 1977, grazie al suo Pasqualino Settebellezze, Lina Wertmüller è diventata la prima donna ad essere nominata come Miglior Regista. Un precedente importante, che ha spianato la strada più tardi a Jane Campion – unica donna plurinominata alla regia nonché terza vincitrice con il suo Il potere del cane; Sofia Coppola; Kathryn Bigelow, prima a vincerlo in assoluto con The Hurt Locker e Chloé Zhao, seconda nonché prima donna asiatica a riuscire nell’impresa, con Nomadland.

Oltre le convenzioni: la donna dietro la regista

Libera da ogni convenzione tanto nella finzione scenica, quanto nella vita al di fuori dal set, ha raccontato le contraddizioni della società, vivendole anche nel proprio privato. Come la nascita della figlia adottiva Maria Zulima Job, nata da una relazione extraconiugale del marito Enrico Job quando lei aveva 62 anni. Una piccola creatura che lei ha sentito fin da subito come “sua” perché frutto dell'”amore” con Job.

Lina Wertmuller
Ansa

Ben presto, i toni farseschi e il continuo attaccamento alle profonde radici della cultura italiana lasciano spazio a un registro più leggero, ma sempre venato di una matrice critica verso la società. Sono gli Anni Novanta e Lina Wertmüller si unisce artisticamente a uno dei più grandi nomi della commedia italiana: nel 1992 esce Io speriamo che me la cavo con Paolo Villaggio. Grazie al racconto tragicomico di un maestro mandato in una zona problematica di Napoli e dei piccoli alunni, in una precaria situazione di difficoltà, la Wertmüller riconferma la sua carica sovversiva, che le permette di farsi conoscere anche a un nuovo pubblico, più giovane.

A tal proposito, inoltre, forse non molti sanno che Lina Wertmüller si sia concessa anche una breve digressione nel mondo del doppiaggio. La regista, nel 1998, ha infatti prestato la propria voce a Nonna Fa, tra i personaggi del classico Disney Mulan. Insomma, vogliamo ricordarla proprio così: sperimentatrice fino all’ultimo, libera dalle convenzioni e dalle etichette. Questo era lei: una che se n’è “infischiata”.

Lorenzo Cosimi

Cinema e tv

Romano, dopo la laurea triennale in Dams presso l’Università degli Studi Roma Tre, si è poi specializzato in Media, comunicazione digitale e giornalismo alla Sapienza. Ha conseguito il titolo con lode, grazie a una tesi in Teorie del cinema e dell’audiovisivo sulle diverse modalità rappresentative di serial killer realmente esistiti. Appassionato di cinema, con una predilezione per l’horror nelle sue molteplici sfaccettature, è alla ricerca costante di film e serie tv da aggiungere all’interminabile lista dei “must”. Si dedica alla produzione seriale televisiva con incursioni sui social.

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