Dopo aver rifiutato di firmare l’impegno a eliminare l’uso del carbone, l’Australia rincara la dose. E arriva a sostenere che continuerà a vendere carbone “per decenni nel futuro“. Canberra è tra i grandi paesi del mondo che non hanno firmato l’accordo sottoscritto invece da 40 Stati durante la conferenza sul clima dell’Onu, la Cop26, in corso a Glasgow, in Scozia.
Anche Cina, India e Stati Uniti, grandi consumatori di carbone, non si sono uniti ai 40 partner internazionali. “Abbiamo detto molto chiaramente che non chiuderemo le miniere di carbone e non chiuderemo le centrali a carbone“, ha detto il ministro australiano delle risorse Keith Pitt all’emittente ABC. Dopo aver difeso la qualità del prodotto australiano “fra le più alte del mondo“, Pitt ha aggiunto che per questo “continueremo ad avere mercati per decenni nel futuro. E se loro stanno comprando… beh, noi stiamo vendendo“.
Secondo l’esponente del governo australiano, la domanda di carbone dovrebbe aumentare fino al 2030. “Se non saremo noi a vincere quel mercato, lo farà qualcun altro“, ha aggiunto Pitt. Meglio, quindi, che sul mercato ci sia “un prodotto australiano di alta qualità, che fornisce posti di lavoro australiani e costruisce l’economia dell’Australia. Piuttosto che quello che proviene dall’Indonesia o dalla Russia o da altri paesi“.
Una logica, quella di Canberra, che appare brutalmente economicista, senza alcun riferimento allo stato di salute del pianeta e dell’Australia stessa. Oltre all’Italia, anche Polonia, Cile, Canada, Vietnam e Ucraina sono tra gli Stati che hanno approvato la dichiarazione sulla transizione dal carbone alle energie pulite promossa dal Regno Unito. Ci sono anche oltre 100 istituzioni finanziarie e altre organizzazioni internazionali impegnate in questo senso. L’obiettivo è di mettere fine a tutti gli investimenti che contemplano l’apertura di nuovi impianti a carbone per la produzione di energia. L’uscita graduale dal carbone è prevista per l’industria dei paesi firmatari entro il decennio del 2030. Entro il decennio del 2040 per il resto del mondo.
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