Arte e Cultura

Peppino De Filippo, maschera pura. Senza il genio di Eduardo ma con la simpatia di Totò

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Rivedremo un po’ di lui alla prossima Mostra del Cinema di Venezia e poi, dal 9 settembre, nelle sale. A quasi 120 anni dalla sua nascita, quel 24 agosto 1903, il grande comico, attore e commediografo Peppino De Filippo apparirà di nuovo sul grande schermo, interpretato da Alessandro Battista per il film di Mario Martone Qui rido io. Peppino (il cui vero nome era Giuseppe) nasce dunque agli inizi del ‘900, nella Napoli della Belle Époque.  Splendono i teatri, i commedianti e il cinematografo. E il grande attore comico Eduardo Scarpetta – il film di Martone è dedicato a lui – è il re del botteghino.

Figlio d’arte

Di umili origini, Scarpetta si afferma grazie alle sue commedie e alla maschera di Felice Sciosciammocca che nel cuore del pubblico napoletano va quasi a soppiantare Pulcinella. Il teatro è la sua vita e attorno al teatro gravita anche tutto il suo complesso nucleo familiare. Composto da mogli, compagne, amanti, figli legittimi e illegittimi. Fra questi ultimi ci sono Titina, Eduardo e Peppino De Filippo. Figli di Luisa De Filippo, che li riconoscerà e della quale essi prenderanno il nome. Peppino, come i suoi fratelli, ancora piccolissimo compare già sui palcoscenici degli spettacoli paterni e della compagnia di Vincenzo Scarpetta, figlio legittimo del celebre padre.

La Compagnia De Filippo

È con l’inizio degli anni ’30 che assieme a Eduardo e Titina fonda la Compagnia Teatro Umoristico: i De Filippo. I rapporti con Eduardo, però non sono facili. Titina, la maggiore per età, fa da ago della bilancia ma la vita familiare è complicata e nel 1944 Peppino lascia la compagnia per controversie con Eduardo. Va a cercarsi nuovi stili di recitazione, non più solo le commedie dialettali.

L’incontro con Totò e Fellini

Attore brillante, Peppino si dedica anche al cinema. Prenderà parte a un centinaio di pellicole diventando celebre soprattutto come spalla di Totò, che affianca in ben 16 film. Ma dirlo spalla è riduttivo. Chi non ha in mente lo sketch della famosa lettera che Peppino scrive sotto dettatura di Totò: lì non c’è un subalterno, c’è un comico di prima categoria con lunghi anni di teatro dalla sua. Non è un caso, del resto, se Federico Fellini, che lo vuole per il film Luci del varietà (1951) e per un episodio di Boccaccio ’70 (1962) dice di lui: “Peppino è stato senza dubbio una delle maschere più pure ed entusiasmanti della Commedia dell’arte. Un capocomico surreale e imprevedibile che qualsiasi teatro del mondo ci poteva invidiare tanto era particolare e seducente“.

Il rapporto burrascoso con Eduardo

La sua carriera e tutta la sua vita oscilleranno sempre fra teatro e cinema. Sul grande schermo apparirà molte volte, come detto, facendo parte anche del cast del film di Dino Risi Il segno di Venere. In quell’occasione lavora accanto ad attori come Vittorio De Sica, Franca Valeri, Sofia Loren e Alberto Sordi. Per la trasmissione televisiva Scala Reale, da lui presentata, Peppino creò inoltre il personaggio tutto da ridere di Gaetano Pappagone domestico rozzo e impacciato. Muore il 26 gennaio 1980 a causa di un tumore. Ancora oggi non sappiamo se, dal letto di ospedale dove andò a fargli visita il fratello Eduardo, i due si riconciliarono. Il loro rapporto, pur di profondo affetto, era sempre stato difficile, tanto che avevano litigato anche in occasione della morte di Titina. “Devo ammettere che come famiglia siamo stati molto uniti in scena – ha dichiarato Luigi, il figlio di Peppino scomparso nel 2018 – ma una volta chiuso il sipario, ognuno faceva la sua vita.“. Ma per i De Filippo la vita, in fondo, era prima di tutto il palcoscenico.

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Domenico Coviello

Attualità, Politica ed Esteri Professionista dal 2002 è Laureato in Scienze Politiche alla “Cesare Alfieri” di Firenze. Come giornalista è “nato” a fine anni ’90 nella redazione web de La Nazione, Il Giorno e Il Resto del Carlino, guidata da Marco Pratellesi. A Milano ha lavorato due anni all’incubatore del Grupp Cir - De Benedetti all’epoca della new economy. Poi per dieci anni di nuovo a Firenze a City, la free press cartacea del Gruppo Rizzoli. Un passaggio alla Gazzetta dello Sport a Roma, e al desk del Corriere Fiorentino, il dorso toscano del Corriere della Sera, poi di nuovo sul sito di web news FirenzePost. Ha collaborato a Vanity Fair. Infine la scelta di rimettersi a studiare e aggiornarsi grazie al Master in Digital Journalism del Clas, il Centro Alti Studi della Pontificia Università Lateranense di Roma. Ha scritto La Storia di Asti e la Storia di Pisa per Typimedia Editore. Segui Domenico su Facebook Segui Domenico su Linkedin

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