Storie e Personaggi

Fame di abbracci, nel mondo della pandemia l’assenza di tenerezza ci schiaccia

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Anche quest’anno la Pasqua, come già nel 2020, è stata una giornata più di solitudine che di incontro con l’altro. Niente pranzo con gli amici né gite fuori porta: la pandemia di Covid e il lockdown da zona rossa hanno bloccato tutto un’altra volta. Ma, soprattutto, si è sentita e si sente sempre più forte la mancanza dei gesti che fanno la nostra espressività umana: abbracciarsi, stringere mani, accarezzarsi. Piccoli quotidiani momenti di affetto e tenerezza che dopo oltre dodici mesi di epidemia di Coronavirus fanno sentire sempre più forte la loro assenza. E i loro effetti sulla nostra psiche e sulla nostra salute. Sono in primo luogo gli anziani e tutti coloro che vivono soli a farne le spese. Ma in realtà noi tutti.

Il distanziamento “ruba” il contatto

Un malessere, avvertono gli psichiatri, riconducibile al cosiddetto fenomeno della “fame di pelle”, che vari studi scientifici cominciano a documentare. Il distanziamento sociale imposto dalla necessità di gestire i contagi, infatti, “ruba” contatto fisico e gesti di affetto. Vengono così meno gli scambi affettivi di amici e parenti non conviventi, di nipoti e figli per i nonni, i più fragili.

Una modalità arcaica e irrinunciabile

Il contatto fisico è rassicurante, perché è la modalità più arcaica per farci sentire al sicuro – spiegano Massimo di Giannatonio ed Enrico Zanalda, co-presidenti della Società Italiana di Psichiatria -. Inoltre il senso di sicurezza e di appagamento che provoca, innesca modificazioni neurochimiche positive come l’aumento della produzione di ossitocina, l’ormone dell’attaccamento che ha un effetto tranquillizzante”.

Disturbi dell’umore, ansia e stress

Gli effetti della carenza di abbracci in era Covid cominciano dunque ad essere documentati. Uno studio in via di pubblicazione mostra che in America solo nel primo mese di lockdown si è generata una diffusa carenza di contatto fisico e abbracci che si è accompagnata a un sovraccarico di disturbi dell’umore, come depressione e ansia, e anche a senso di affaticamento e disturbi del sonno. Condotto da Tiffany Field della Università di Miami in Florida, lo studio ha coinvolto 260 adulti. Il 60% di essi ha riferito la carenza di un contatto fisico affettuoso.

Non bastano le videochiamate

“Le restrizioni sociali restano necessarie: in questa fase è ancora impossibile assicurare ai nostri cari non conviventi i consueti gesti di affetto, ed è evidente che né le videochiamate, né i messaggi possono sostituire l’incontro reale tra due persone – sottolineano di Giannantonio e Zanalda -. Ci sono però accorgimenti che possiamo adottare per supplire alla carenza di contatto fisico, stimolando il tatto in altro modo.”

Qualche piccolo accorgimento

“Un bagno caldo per esempio ha un effetto calmante e rassicurante, toccare stoffe morbide e confortevoli come la seta o fare un massaggio ai piedi induce sensazioni piacevoli che fanno stare meglio – spiegano -. Se attraverso il contatto di pelle con materiali gradevoli o caldi proviamo piacere, si può almeno in parte attenuare la mancanza della vicinanza reale ad altre persone”. Tuttavia, concludono gli psichiatri, “il contatto fisico va cercato e praticato quando è possibile, per esempio con i familiari conviventi”.

Domenico Coviello

Attualità, Politica ed Esteri Professionista dal 2002 è Laureato in Scienze Politiche alla “Cesare Alfieri” di Firenze. Come giornalista è “nato” a fine anni ’90 nella redazione web de La Nazione, Il Giorno e Il Resto del Carlino, guidata da Marco Pratellesi. A Milano ha lavorato due anni all’incubatore del Grupp Cir - De Benedetti all’epoca della new economy. Poi per dieci anni di nuovo a Firenze a City, la free press cartacea del Gruppo Rizzoli. Un passaggio alla Gazzetta dello Sport a Roma, e al desk del Corriere Fiorentino, il dorso toscano del Corriere della Sera, poi di nuovo sul sito di web news FirenzePost. Ha collaborato a Vanity Fair. Infine la scelta di rimettersi a studiare e aggiornarsi grazie al Master in Digital Journalism del Clas, il Centro Alti Studi della Pontificia Università Lateranense di Roma. Ha scritto La Storia di Asti e la Storia di Pisa per Typimedia Editore. Segui Domenico su Facebook Segui Domenico su Linkedin

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