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Papa Francesco, 8 anni di pontificato: dal primo saluto in San Pietro al viaggio in Iraq

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Compie i suoi primi 8 anni, oggi 13 marzo, il papato di Francesco. Il vescovo di Roma, come ama definirsi, è da poco rientrato dalla sua storica visita in Iraq. La prima che un papa abbia mai compiuto nella storia. Un segno di pace e missione evangelica che continuerà con altri pellegrinaggi apostolici in terre martoriate dalla sofferenza e dalla guerra.

Chiese alla folla di pregare per lui

Le radici di questo disegno, manifestato anche nell’ultima enciclica Fratelli tutti, siglata ad Assisi lo scorso 3 ottobre, sono in primo luogo nel nome che il Jorge Mario Bergoglio scelse appena eletto papa: Francesco, come il santo di Assisi. “Vi chiedo un favore: che voi preghiate il Signore perché mi benedica“. Furono queste le sue parole, quel 13 marzo 2013, rivolto alla folla che lo acclamava in Piazza San Pietro. Il nuovo pontefice – un cardinale sconosciuto a molti di coloro che ne aspettavano la proclamazione sotto la Loggia della Basilica -, salutò credenti e non credenti in modo completamente inedito. Non si ricorda in tempi recenti un predecessore di Francesco che, al suo primo saluto, abbia chiesto alla folla di pregare per lui, inchinandosi.

Le “globalizzazione dell’indifferenza”

Fu un segnale. C’era da attendersi che quel papa argentino gesuita “venuto dalla fine del mondo” – il primo a non essere un europeo da oltre mille anni – avrebbe stupito tutti. La prospettiva di Jorge Mario Bergoglio cominciò subito dal basso, dall’attenzione rivolta a quelle “periferie esistenziali e geografiche” che hanno fatto da contrappunto al suo essere e agire lungo tutto il corso del suo pontificato fino a oggi. Chi non ricorda il primo viaggio fuori dal Vaticano a Lampedusa, la terra di sbarco dei migranti disperati, in cui parlò della “globalizzazione dell’indifferenza”? Come sottolinea su Vatican News Isabela Piro, il pontefice fa, sin dall’inizio, riferimento in modo radicale ed esplicito al Vangelo. Quella di Francesco è una Chiesa “in uscita”, un “ospedale da campo”. Una istituzione che non deve temere “la tenerezza” né “il miracolo della gentilezza”. Essere “pastori con l’odore delle pecore” e non “chierici funzionari” è il suo invito ripetuto tante volte ai membri del clero.

Dalla pandemia a Mosul

Certamente un’immagine molto forte resta però quella del 27 marzo 2020. Il Papa da solo, sotto la pioggia in Piazza San Pietro, che leva la sua preghiera al cielo per la fine della pandemia di Coronavirus. Una fonte di ispirazione a cui sembra quasi fare eco quella di domenica scorsa 7 marzo 2021. In quel giorno storico il pontefice prega tra le macerie di Mosul, la città irachena dove fu proclamato lo Stato islamico. E da dove fa volare una colomba della pace, dopo aver incontrato e pregato assieme ai leader delle comunità musulmane.

Un pontefice “segno di contraddizione”

Il carattere inedito del papato di Francesco ha portato e porta anche discussioni e divisioni fra i credenti sul valore del suo messaggio. C’è chi ha accolto male il sinodo sull’Amazzonia, con al centro dell’attenzione le culture “altre” da quella cattolica eurocentrica. E sul versante della Curia vaticana Francesco sta combattendo una dura battaglia di rinnovamento che ha di fronte a sé non pochi nemici. Il papa ha preso provvedimenti drastici e ha chiesto scusa ripetutamente, e in varie occasioni, per lo scandalo dei preti pedofili in vari Paesi del mondo. Ma qualcuno sostiene che non sia stato abbastanza duro con loro. Francesco però guarda avanti. La misericordia di Dio, la fratellanza universale, la conversione della Chiesa stessa al vangelo. Queste le stelle polari a cui si ispirerà sempre.

Domenico Coviello

Attualità, Politica ed Esteri Professionista dal 2002 è Laureato in Scienze Politiche alla “Cesare Alfieri” di Firenze. Come giornalista è “nato” a fine anni ’90 nella redazione web de La Nazione, Il Giorno e Il Resto del Carlino, guidata da Marco Pratellesi. A Milano ha lavorato due anni all’incubatore del Grupp Cir - De Benedetti all’epoca della new economy. Poi per dieci anni di nuovo a Firenze a City, la free press cartacea del Gruppo Rizzoli. Un passaggio alla Gazzetta dello Sport a Roma, e al desk del Corriere Fiorentino, il dorso toscano del Corriere della Sera, poi di nuovo sul sito di web news FirenzePost. Ha collaborato a Vanity Fair. Infine la scelta di rimettersi a studiare e aggiornarsi grazie al Master in Digital Journalism del Clas, il Centro Alti Studi della Pontificia Università Lateranense di Roma. Ha scritto La Storia di Asti e la Storia di Pisa per Typimedia Editore. Segui Domenico su Facebook Segui Domenico su Linkedin

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