New York, a Times Square “l’orologio della morte di Trump”

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Ben in vista, lungo la parete di un grattacielo della centralissima Times Square, appare adesso a New York il “Trump Death Clock“. Ossia “l’orologio della morte di Trump”.

Si tratta di un pannello luminoso che segnala l’aumento progressivo delle vittime del coronavirus alle quali si sarebbe potuto salvare la vita. Se l’amministrazione Trump si fosse mossa con maggiore celerità, determinazione ed efficienza nella lotta alla pandemia.
Lo ha installato a Times Square il regista Eugene Jarecki, due volte vincitore del Sundance Film Festival.

Secondo questo calcolo, in forte polemica per come il presidente gli Stati Uniti ha gestito la tragedia del virus, sono oltre 48 mila, fino all’11 maggio, le vittime che si sarebbero potute salvare. I morti totali sono a oggi negli Usa oltre 80 mila.

Il calcolo del “Trump Death Clock” considera quindi, a torto o a ragione, come si sarebbe potuto evitare il 60% dei decessi. Questo sarebbe potuto accadere, sostengono gli autori del pannello, se la Casa Bianca avesse deciso di varare il lockdown una settimana prima di quanto invece ha fatto.

Eugene Jarecki ha spiegato che il 60% del “Trump Death Clock” è una stima prudente. Gli specialisti l’hanno calcolata in seguito alle osservazioni fatte a metà aprile dal principale esperto statunitense di malattie infettive Anthony Fauci.

“Le vite già inutilmente perdute richiedono che cerchiamo una leadership più responsabile”, ha scritto Jarecki nel suo post sul sito Medium. “Proprio come i nomi dei soldati caduti sono incisi sui memoriali per ricordarci il costo della guerra, quantificare le vite perse a causa della ritardata risposta al coronavirus del presidente potrebbe offrire una funzione pubblica vitale”.

Il “Trump Death Clock” a Times Square, New York

Domenico Coviello

Attualità, Politica ed Esteri Professionista dal 2002 è Laureato in Scienze Politiche alla “Cesare Alfieri” di Firenze. Come giornalista è “nato” a fine anni ’90 nella redazione web de La Nazione, Il Giorno e Il Resto del Carlino, guidata da Marco Pratellesi. A Milano ha lavorato due anni all’incubatore del Grupp Cir - De Benedetti all’epoca della new economy. Poi per dieci anni di nuovo a Firenze a City, la free press cartacea del Gruppo Rizzoli. Un passaggio alla Gazzetta dello Sport a Roma, e al desk del Corriere Fiorentino, il dorso toscano del Corriere della Sera, poi di nuovo sul sito di web news FirenzePost. Ha collaborato a Vanity Fair. Infine la scelta di rimettersi a studiare e aggiornarsi grazie al Master in Digital Journalism del Clas, il Centro Alti Studi della Pontificia Università Lateranense di Roma. Ha scritto La Storia di Asti e la Storia di Pisa per Typimedia Editore. Segui Domenico su Facebook Segui Domenico su Linkedin

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