Coronavirus

Coronavirus sullo smartphone? Il responso degli infettivologi

Cosa c’entra lo smartphone col coronavirus? In tanti ora ci facciamo anche questa domanda, presi in realtà da paure spesso esagerate. Disinfettare lo smartphone e altri dispositivi rientra nelle buone norme cliniche. In particolare con pazienti che presentino infezioni da germi multi resistenti. Attenzione, però, a correlare il cellulare alla diffusione del coronavirus.

Un virus ha bisogno di cellule viventi per replicare. Questo il parere fornito all’Ansa da Massimo Andreoni, ordinario di malattie infettive dell’università di Tor Vergata, a Roma. La risposta di Andreoni giunge a proposito delle precauzioni da prendere nei giorni dell’epidemia, oltre a mascherine e disinfettanti, che proliferano su alcuni siti.

“Lo smartphone può essere un veicolo di trasmissione di germi resistenti. Diversa cosa è un virus che ha bisogno di cellule viventi per replicare – dice l’infettivologo di Tor Vergata -. Starei attento in questo momento a correlarlo al problema coronavirus. Ha invece un senso nelle infezioni correlate all’assistenza”.

“Così come i medici sono abituati a disinfettare il fonendoscopio e gli apparecchi per la pressione certamente se si curano pazienti con germi multi-resistenti ci sono diverse precauzioni da prendere. Ad esempio usare i guanti, igienizzare le mani e non usare il telefono se si sono igienizzate le mani, affinché il dispositivo possa non essere contaminato”.

“In questo momento non tutto può essere ricondotto al coronavirus. Altrimenti lo smartphone diventa come la maniglia della porta, toccandola ci si infetta”, conclude Andreoni che è anche direttore scientifico della Società italiana di malattie infettive e parassitarie (Simit).

Domenico Coviello

Attualità, Politica ed Esteri

Professionista dal 2002 è Laureato in Scienze Politiche alla “Cesare Alfieri” di Firenze. Come giornalista è “nato” a fine anni ’90 nella redazione web de La Nazione, Il Giorno e Il Resto del Carlino, guidata da Marco Pratellesi. A Milano ha lavorato due anni all’incubatore del Grupp Cir - De Benedetti all’epoca della new economy. Poi per dieci anni di nuovo a Firenze a City, la free press cartacea del Gruppo Rizzoli. Un passaggio alla Gazzetta dello Sport a Roma, e al desk del Corriere Fiorentino, il dorso toscano del Corriere della Sera, poi di nuovo sul sito di web news FirenzePost. Ha collaborato a Vanity Fair. Infine la scelta di rimettersi a studiare e aggiornarsi grazie al Master in Digital Journalism del Clas, il Centro Alti Studi della Pontificia Università Lateranense di Roma.

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