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Addio ad Alberto, sopravvissuto ad Auschwitz. L’uomo che non poteva più prendere in braccio i neonati

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È morto a Roma Alberto Sed. Sopravvissuto al campo di sterminio nazista di Auschwitz-Birkenau, Sed aveva 91 anni. Quando ne aveva appena 14 vide le camionette dei nazisti arrivare all’alba nel ghetto ebraico di Roma. Sentì le urla di disperazione di donne e vecchi, il pianto dei bambini prelevato a forza.

“Il 16 ottobre del 1943 io c’ero”, raccontava nelle sue testimonianze che per 50 anni ha tenuto per sé prima di riuscire a parlarne. Ricordi purtroppo indelebili nella sua memoria e troppo spesso invece sottovalutati dalla nostra.

Alberto Sed dopo essere stato catturato a Roma con sua madre e le due sorelle venne portato per un breve periodo a Fossoli (Modena), nel campo di concentramento fascista. Poi fu condotto a Birkenau, nel campo di sterminio nazista: lì gli venne tatuato il numero A-5491.

“La sua scomparsa rappresenta un dolore immenso per tutta la Comunità. Una perdita ancora più dolorosa in questi tempi cupi in cui si riaffaccia l’odio antisemita. Con il sorriso ha saputo raccontare l’inferno e renderci persone migliori. Dio ne benedica la memoria” scrive in una nota Ruth Dureghello, presidente della Comunità Ebraica di Roma.

“Da Auschwitz-Birkenau siamo tornati in pochi“, raccontava qualche anno fa all’Ansa. Lui lì ha visto uccidere la madre e due sorelle: una sbranata dai cani delle SS. Come detto, per cinquant’anni ha taciuto sull’orrore vissuto, persino con la moglie e con i figli. Poi si è sbloccato ed è “uscito”, come diceva lui, da Auschwitz, raccontando la sua storia prima in un libro scritto dal giornalista e ufficiale dei carabinieri, Roberto Riccardi, intitolato Sono stato un numero, poi in centinaia di incontri con scuole, giovani, detenuti, gente comune.

Raccontava che una volta un amico gli ha detto: “Alberto, se ci sarà un altro Olocausto, non necessariamente contro gli ebrei, nessuna delle persone con cui hai parlato sarà dalla parte dei carnefici”. Di questo, Sed era fiero. “Non sono mai riuscito a prendere in braccio un neonato, nemmeno i miei figli, perché ad Auschwitz i nazisti ci facevano tirare in aria bambini di pochi mesi e si divertivano a ucciderli, come nel tiro a piattello”, racconta. “Non sono mai riuscito a entrare in una piscina, perché ho visto un prete ortodosso massacrato e annegato dai carnefici”, raccontava. E i suoi racconti rimarranno per sempre nelle coscienze di chi ha voluto ascoltarlo.

Domenico Coviello

Attualità, Politica ed Esteri Professionista dal 2002 è Laureato in Scienze Politiche alla “Cesare Alfieri” di Firenze. Come giornalista è “nato” a fine anni ’90 nella redazione web de La Nazione, Il Giorno e Il Resto del Carlino, guidata da Marco Pratellesi. A Milano ha lavorato due anni all’incubatore del Grupp Cir - De Benedetti all’epoca della new economy. Poi per dieci anni di nuovo a Firenze a City, la free press cartacea del Gruppo Rizzoli. Un passaggio alla Gazzetta dello Sport a Roma, e al desk del Corriere Fiorentino, il dorso toscano del Corriere della Sera, poi di nuovo sul sito di web news FirenzePost. Ha collaborato a Vanity Fair. Infine la scelta di rimettersi a studiare e aggiornarsi grazie al Master in Digital Journalism del Clas, il Centro Alti Studi della Pontificia Università Lateranense di Roma. Ha scritto La Storia di Asti e la Storia di Pisa per Typimedia Editore. Segui Domenico su Facebook Segui Domenico su Linkedin

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