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Marco Crepaldi: “Gli hikikomori e i loro genitori, ecco come aiutarli”

Stare in disparte. Isolarsi dalla società e dalla famiglia e non uscire più di casa. Il termine giapponese “hikikomori” significa questo. Una parola con la quale anche gli italiani cominciano a misurarsi sempre di più perché quello degli hikikomori è un fenomeno in crescita. Ragazzi che si chiudono in camera e sopravvivono quasi ermeticamente separati dall’esterno troncando le relazioni umane. Per mesi. A volte per anni. In Giappone questa realtà è da tempo un fenomeno preoccupante. Nel nostro paese esiste adesso un’associazione, Hikikomori Italia, fondata e presieduta dal giovane psicologo di 29 anni Marco Crepaldi. VelvetMag lo ha incontrato.

Dottor Crepaldi chi sono gli “hikikomori”?

Sono giovani, ragazzi e ragazze, che si isolano dalla società volontariamente. Sono persone fragili psicologicamente ed emotivamente, da un lato. Dall’altro vivono spesso in un ambiente familiare e sociale che tende a respingerli. Si tratta di ragazzi affetti da un forte disagio che non necessariamente si trasforma in una vera e propria patologia.

Spesso i media compiono un’equazione fra l’isolamento di questi giovani e il loro abuso del web o dei social media su Internet. Che cosa c’è di vero?

È sbagliato fare di tutt’erba un fascio, altrimenti si perde di vista il problema. È vero che c’è un nesso con le nuove tecnologie ma questo è più un effetto che una causa del fenomeno. Negli anni Ottanta in Giappone esplodeva la questione hikikomori eppure Internet non esisteva. Penso inoltre che, se da una parte il “rinchiudersi” nello schermo del computer da parte di un giovane lo sfavorisca, dall’altra per un hikikomori il pc finisce spesso col rappresentare l’unico mezzo di relazione con gli altri.

Da cosa deriva allora il desiderio di isolarsi da tutto?

È qualcosa che non coinvolge soltanto la fragilità di una persona ma anche le caratteristiche del nostro mondo. Una società in cui il prezzo umano da pagare per avere successo e affermarsi, ed essere “riconosciuti” dagli altri, è sempre più alto. Siamo sottoposti a pressione e competitività sempre più forti; c’è il confronto-scontro sui social media con la smania dei “like”; c’è una scuola, e la stessa la famiglia, spesso percepite come respingenti da molti giovani. Tutte problematiche che finiscono col travolgere l’hikikomori. Mentre, al contrario, ci sono persone che in queste situazioni “performano” al meglio le proprie potenzialità.

Il libro di Crepaldi sui ragazzi hikikomori

Eppure viviamo nella cosiddetta società del benessere

Proprio questo è uno degli ulteriori elementi che possono favorire l’isolamento degli hikikomori. Viviamo, di fatto, in un eccesso di benessere, se così si può dire. Oggi abbiamo tutto. Molti giovani non devono neanche lontanamente lottare per la sopravvivenza perché i loro genitori pensano a tutto. Si crea allora per alcuni di loro un vuoto di senso. La vita perde di significato, non ha sfide, orizzonti. Un ragazzo ha bisogno di dare una dimensione profonda alla propria esistenza e spesso finisce col non riuscirci.

Come è nata e come agisce l’associazione Hikikomori Italia?

Gestivo un blog su queste problematiche che sono sempre state un mio interesse. Poi piano piano il sito, assieme al canale su You Tube, è divenuto un punto di riferimento a livello italiano sulla questione degli hikikomori. Abbiamo dato vita all’associazione che si occupa non solo dei ragazzi che si isolano dalla società ma anche, per quanto possibile, dei loro genitori.

Qual è il ruolo dei papà e delle mamme in una famiglia che affronta questo disagio?

È molto importante. Noi cerchiamo di far capire loro, ad esempio, che non si deve togliere brutalmente il computer a un figlio hikikomori. Il risultato sarà quello di provocare una reazione violenta del giovane o contro di loro e o contro se stesso. Occorre cercare di capire le ragioni che stanno a monte del problema e affrontarle sostenuti dagli esperti.

Ci sono dei casi particolari che l’hanno colpita maggiormente?

Sì, un paio. Un ragazzo che si è isolato dal mondo esterno per 8 anni. Non era depresso, malgrado che ansia da prestazione, attacchi di panico e depressione siano fenomeni che gli hikikomori spesso vivono. Questo giovane aveva 19 anni e amava molto disegnare. Quando una giornalista, in contatto con noi, gli propose di fare una mostra, improvvisamente si sbloccò. Aveva avuto un riconoscimento del suo talento come mai prima. L’altro caso riguarda un ragazzo che, anch’egli isolato per anni, a un certo punto ha cominciato a uscire di casa per cercare cibo e lavoro. Lo ha fatto quando i genitori, esausti, lo hanno letteralmente abbandonato andandosene via.

Photo credits: Facebook / Marco Crepaldi; Twitter

 

 

 

 

Domenico Coviello

Attualità, Politica ed Esteri

Professionista dal 2002 è Laureato in Scienze Politiche alla “Cesare Alfieri” di Firenze. Come giornalista è “nato” a fine anni ’90 nella redazione web de La Nazione, Il Giorno e Il Resto del Carlino, guidata da Marco Pratellesi. A Milano ha lavorato due anni all’incubatore del Grupp Cir - De Benedetti all’epoca della new economy. Poi per dieci anni di nuovo a Firenze a City, la free press cartacea del Gruppo Rizzoli. Un passaggio alla Gazzetta dello Sport a Roma, e al desk del Corriere Fiorentino, il dorso toscano del Corriere della Sera, poi di nuovo sul sito di web news FirenzePost. Ha collaborato a Vanity Fair. Infine la scelta di rimettersi a studiare e aggiornarsi grazie al Master in Digital Journalism del Clas, il Centro Alti Studi della Pontificia Università Lateranense di Roma.

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