Quello che è successo a Milano il 17 e 18 ottobre 2026 ha rimesso al centro del dibattito pubblico una domanda che torna ciclicamente ogni volta che le piazze italiane si infiammano: cosa possono fare — e cosa non possono fare — le forze dell’ordine durante una manifestazione che degenera? La risposta, almeno sul piano normativo, passa da un documento che molti citano ma pochi hanno letto: la direttiva del Viminale del 2009, il testo che ancora oggi definisce i protocolli di intervento della polizia nelle situazioni di ordine pubblico. Con le polemiche ancora calde e un nuovo decreto già approvato dal governo, vale la pena capire cosa prevede quella direttiva, perché esiste e perché la sua applicazione continua a essere oggetto di scontro politico.
Sabato 17 ottobre 2026, in quella che doveva essere una manifestazione legata al carovita, le strade di Milano si sono trasformate — secondo quanto documentato da più fonti — in un teatro di guerriglia urbana. Il giorno successivo, domenica 18 ottobre, i disordini si sono ripetuti con modalità simili. La piazza, Piazza Duomo, è diventata il simbolo di una protesta che ha perso i contorni del corteo regolare per assumere quelli di uno scontro aperto.
Internazionale, nella ricostruzione firmata da Annalisa Camilli pubblicata il 20 ottobre, ha definito le rivolte di Milano una «novità assoluta» per il contesto italiano: non tanto per la violenza in sé, quanto per la natura e la composizione di chi era in piazza. Il Post, il 19 ottobre, ha documentato come i disordini si siano verificati sia sabato che domenica, con una ripetizione che ha reso evidente l’incapacità — o la scelta — di non interrompere la spirale nel giro di poche ore.
Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi è finito nel mirino delle critiche per la gestione complessiva della situazione. Da un lato chi accusava le forze dell’ordine di non essere intervenute con sufficiente tempestività; dall’altro chi denunciava un uso sproporzionato della forza. Un cortocircuito polemico che si riproduce quasi identico a ogni episodio simile, e che affonda le radici in una questione strutturale: la mancanza di un quadro normativo chiaro e condiviso nell’opinione pubblica.
La direttiva del Viminale del 2009 è il documento cardine che disciplina come le forze dell’ordine devono gestire le manifestazioni pubbliche in Italia. La sua esistenza è verificata e riconosciuta: come riporta Today.it, è proprio questo testo a stabilire i criteri e i protocolli di intervento della polizia nei contesti di ordine pubblico.
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Il 2009 non è una data casuale: il documento nasce in un periodo in cui le piazze italiane vivono una stagione di tensioni ricorrenti, e il Viminale sente la necessità di codificare in modo più preciso le procedure operative. L’obiettivo dichiarato è duplice: da un lato garantire il diritto costituzionale alla manifestazione; dall’altro definire i limiti entro cui le forze dell’ordine possono intervenire per tutelare l’incolumità pubblica e la proprietà privata.
Il problema, come emerge ogni volta che si verifica un episodio come quello di Milano, è che la direttiva viminale sui protocolli della polizia non è un testo di facile lettura pubblica. Le sue disposizioni specifiche — i criteri esatti che guidano la decisione di intervenire, le soglie di tolleranza, la catena di comando — restano in larga parte opache per il cittadino comune. Questo vuoto di trasparenza alimenta le polemiche: senza sapere cosa prevede esattamente il documento, è impossibile valutare se sia stato rispettato o violato.
È un punto che merita attenzione: la direttiva viminale e i protocolli della polizia che ne derivano non sono mai stati oggetto di un dibattito parlamentare strutturato, né di una revisione pubblica. Sono rimasti un documento tecnico-amministrativo, aggiornato per via interna, lontano dal controllo democratico che sarebbe auspicabile per norme che incidono direttamente sui diritti fondamentali.
La risposta del governo agli scontri di Milano non si è fatta attendere. Il Consiglio dei ministri ha approvato un nuovo decreto che introduce una serie di misure significative. La prima, e più discussa: il reato di partecipazione violenta a una manifestazione, una fattispecie penale che non esisteva in questi termini nel codice vigente.
Il decreto prevede inoltre l’arrivo di 500 militari a Milano, un dispiegamento di forze che segnala la gravità con cui l’esecutivo valuta la situazione. Ma la misura che ha generato più dibattito è quella che riguarda i minorenni coinvolti nei disordini: il testo introduce ingiunzioni di pagamento a carico dei genitori dei minori identificati come partecipanti agli scontri. Una norma che sposta la responsabilità penale — o almeno quella economica — sulla famiglia, aprendo interrogativi giuridici non banali.
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Queste misure si affiancano, senza sostituirla, alla direttiva viminale sui protocolli della polizia del 2009. Il decreto agisce sul piano penale e sul piano del presidio territoriale; la direttiva continua a regolare il comportamento operativo delle forze dell’ordine sul campo. I due livelli sono distinti, ma la loro interazione è determinante per capire come si gestirà la prossima manifestazione.
La domanda che molti si pongono — «perché la polizia non è intervenuta prima?» oppure, al contrario, «perché è intervenuta in quel modo?» — presuppone che esista una risposta semplice. Non esiste. Le decisioni operative durante una manifestazione che degenera coinvolgono una catena di comando che va dal funzionario di pubblica sicurezza presente in piazza fino al Questore, con un margine di discrezionalità che la direttiva del 2009 non elimina ma regola.
Il punto critico è proprio questo: la direttiva viminale e i protocolli di intervento della polizia non possono — e non devono — trasformarsi in un algoritmo. Ogni situazione ha variabili che nessun documento può prevedere integralmente: la composizione della folla, la presenza di minori, la disponibilità di vie di fuga, il rischio di escalation. La discrezionalità è inevitabile; il problema è quando quella discrezionalità non è accompagnata da trasparenza e rendicontazione pubblica.
Il ministro Piantedosi ha difeso l’operato delle forze dell’ordine, ma le critiche trasversali — da destra come da sinistra, sia pure con argomenti opposti — segnalano che il tema dell’ordine pubblico in Italia ha bisogno di un confronto più maturo di quello che si è visto nelle ultime ore sui social. Un confronto che parta dai documenti reali, come la ricostruzione pubblicata da Today.it sui limiti e le possibilità di intervento durante i cortei, e non da slogan contrapposti.
Quello che Milano ha mostrato in questo fine settimana di ottobre 2026 non è solo una crisi di ordine pubblico: è il sintomo di una tensione sociale — legata al carovita, all’esclusione, alla rabbia — che i protocolli da soli non possono risolvere. La direttiva del Viminale stabilisce come intervenire; non dice nulla su come evitare che si arrivi a quel punto. Ed è lì, probabilmente, che si gioca la partita più importante.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
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