Il 17 settembre 2026 il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha varcato la soglia di una stanza che, per molte donne, rappresenta il primo luogo sicuro dopo l’orrore: la Stanza Rosa del pronto soccorso dell’ospedale Misericordia di Grosseto. Una visita istituzionale che va ben oltre il protocollo, perché porta il messaggio più alto dello Stato italiano direttamente nel cuore di un servizio dedicato a chi subisce la violenza sulle donne, ribadendo con forza che si tratta di un’emergenza nazionale che non può più aspettare.
Non è una semplice sala d’attesa tinteggiata di rosa. La Stanza Rosa del pronto soccorso dell’ospedale Misericordia è uno spazio protetto e riservato, pensato e allestito per accogliere le donne vittime di violenza in modo dignitoso, lontano dal caos del reparto d’urgenza, al riparo da sguardi indiscreti e da ulteriori traumi. È un luogo dove la vittima può parlare, essere ascoltata, ricevere le prime cure fisiche e psicologiche senza sentirsi esposta o giudicata.
Questa struttura si inserisce nel più ampio sistema del Codice Rosa, un protocollo di accoglienza e presa in carico delle vittime di violenza nei pronto soccorso italiani. Il Codice Rosa è nato nel 2009 grazie all’intuizione e alla tenacia della dottoressa Vittoria Doretti, che ha immaginato un modello capace di riconoscere immediatamente le persone vulnerabili — donne vittime di violenza, ma anche minori, anziani maltrattati — e di attivare una rete multidisciplinare di risposta. Da Grosseto, quell’idea si è diffusa in tutta Italia, diventando un riferimento per la sanità pubblica nel contrasto alla violenza di genere.
Il fatto che il Capo dello Stato abbia scelto proprio questa struttura per una visita ufficiale non è casuale. È un atto politico e simbolico insieme: riconoscere il lavoro di chi, ogni giorno, trasforma un ospedale in un presidio di civiltà.
Di fronte al personale sanitario e alle operatrici della Stanza Rosa, Sergio Mattarella ha pronunciato parole nette, prive di retorica: «La violenza sulle donne è un’emergenza di primaria importanza». Una definizione che non lascia spazio a minimizzazioni né a letture riduttive del fenomeno come fatto privato o episodico. Il Presidente ha inquadrato la questione come una priorità della vita collettiva del Paese, un problema che riguarda l’intera comunità nazionale e non soltanto le vittime e i loro familiari.
Ma Mattarella è andato oltre la denuncia. Ha sottolineato con chiarezza che non è sufficiente punire: occorre prevenire, e la prevenzione deve cominciare dalle scuole. È nelle aule scolastiche, ha spiegato il Presidente, che si formano le mentalità, che si costruiscono o si decostruiscono i modelli culturali che alimentano la violenza di genere. Educare i bambini e i ragazzi al rispetto, alla parità, alla gestione non violenta dei conflitti affettivi: questa è la radice da cui deve partire qualsiasi strategia seria di contrasto.
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Il richiamo alla scuola non è una novità nel dibattito pubblico, ma acquista un peso diverso quando viene da chi ricopre la massima carica istituzionale della Repubblica. Significa che il tema entra nell’agenda politica con una legittimazione che non può essere ignorata né dai governi né dalle istituzioni locali.
Le parole del Presidente trovano una cornice drammatica nei dati. Nell’anno precedente alla visita si sono registrati 97 femminicidi in Italia. Un numero che da solo basterebbe a definire un’emergenza. Ma la tendenza non si è invertita: nel primo semestre del 2026 i femminicidi erano già 34. Significa che, in media, una donna viene uccisa ogni cinque giorni per mano di un uomo — spesso un partner, un ex compagno, un familiare.
Questi numeri non sono astratti. Dietro ogni cifra c’è una storia, un nome, una famiglia spezzata, una comunità che si interroga su cosa non ha funzionato. La violenza sulle donne si manifesta in molte forme prima di arrivare all’epilogo più tragico: violenza fisica, psicologica, economica, stalking, controllo ossessivo. I pronto soccorso come quello di Grosseto intercettano spesso le vittime in uno stadio in cui è ancora possibile interrompere la spirale, a condizione di avere gli strumenti e la formazione per riconoscere i segnali.
È proprio questo il valore aggiunto del Codice Rosa e della Stanza Rosa: non aspettare che la violenza lasci segni evidenti sul corpo, ma saper leggere anche i silenzi, le contraddizioni nelle versioni dei fatti, la paura negli occhi di chi si presenta al pronto soccorso con una spiegazione poco convincente per un livido o una frattura.
La visita di Mattarella a Grosseto riaccende i riflettori su un modello che la Toscana ha saputo costruire con anticipo rispetto ad altre regioni. Il Codice Rosa, nato nel 2009 per iniziativa della dottoressa Vittoria Doretti, ha dimostrato nel tempo che un approccio multidisciplinare — che integra medicina d’urgenza, psicologia, assistenza sociale e forze dell’ordine — è non soltanto possibile, ma efficace. Le vittime che vengono accolte in un ambiente protetto e da personale formato sono più propense a denunciare, a uscire dalla relazione violenta, a intraprendere un percorso di supporto.
Il tema della replicabilità di questo modello è centrale. Non tutte le strutture ospedaliere italiane dispongono di spazi dedicati o di équipe specializzate. Le risorse sono distribuite in modo disomogeneo sul territorio nazionale, e le donne che vivono in aree rurali o in regioni con meno investimenti nel welfare socio-sanitario spesso non hanno accesso agli stessi servizi disponibili in Toscana o nelle grandi città. La visita presidenziale può servire da stimolo politico per colmare queste disparità.
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La violenza sulle donne, del resto, non conosce confini geografici né distinzioni di classe sociale. Colpisce in tutte le latitudini del Paese, in contesti urbani e rurali, in famiglie benestanti e in situazioni di marginalità economica. Proprio per questo, la risposta deve essere strutturale e capillare, non affidata soltanto all’impegno volontaristico di singoli professionisti o associazioni.
Il messaggio di Mattarella si inserisce in un dibattito che attraversa da anni il Parlamento, le università, le associazioni femministe e i movimenti civici. Da un lato, c’è la dimensione legislativa: le norme contro il femminicidio, lo stalking, la violenza domestica esistono e sono state rafforzate nel corso degli anni. Dall’altro, c’è la dimensione culturale, più lenta e più profonda: quella che riguarda il modo in cui la società italiana concepisce i rapporti tra uomini e donne, il potere, la gelosia, il possesso.
È su questo secondo livello che si gioca la partita più importante, e il Presidente lo sa bene quando indica la scuola come luogo privilegiato della prevenzione. I programmi di educazione alle relazioni affettive e al rispetto di genere nelle scuole italiane esistono, ma sono ancora troppo frammentati, dipendenti dall’iniziativa dei singoli insegnanti o degli istituti, privi di una cornice nazionale obbligatoria e sistematica. Renderli strutturali richiederebbe una volontà politica che vada oltre le dichiarazioni di principio.
Le cronache dell’ANSA sulla visita restituiscono un’immagine del Presidente attento e partecipe, in ascolto del personale sanitario che ogni giorno lavora a contatto con le vittime. Un gesto che ha un valore in sé: far sentire a chi opera in prima linea che il lavoro svolto è riconosciuto ai massimi livelli dello Stato.
Settembre 2026 non è un mese qualunque nel calendario del contrasto alla violenza sulle donne. Con il 25 novembre — Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne — alle porte, le istituzioni tendono a moltiplicare le iniziative e le dichiarazioni. Ma la visita di Mattarella alla Stanza Rosa di Grosseto non ha l’aria di un evento di facciata in vista di una ricorrenza: è un atto concreto, compiuto in un luogo concreto, con parole concrete su dati concreti.
La differenza tra un gesto simbolico e un impegno reale si misura nel tempo, nelle politiche che seguono, nei fondi stanziati, nei protocolli adottati. La speranza — e la sfida — è che la visita del Capo dello Stato alla Stanza Rosa di Grosseto non rimanga un episodio isolato nella memoria collettiva, ma diventi uno dei punti di riferimento di una stagione in cui l’Italia decide, davvero, di affrontare questa emergenza con la serietà che merita. Perché ogni donna che entra in quella stanza rosa porta con sé una storia che il Paese non può permettersi di ignorare.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
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