Ogni volta che uno scorrimento del pollice si ferma su una foto di un bambino in spiaggia, con la pagella in mano o al primo giorno di scuola, dietro c’è una scelta che il diretto interessato non ha potuto fare. Lo sharenting — la pubblicazione su internet e sui social network di foto, video e informazioni riguardanti i propri figli minori — è ormai una pratica di massa, trasversale a ogni ceto sociale e latitudine digitale. In Italia, sette genitori su dieci pubblicano immagini dei propri figli sui social media, secondo quanto rilevato dal Corriere della Sera. Eppure attorno a questa abitudine si addensa un dibattito sempre più urgente, che tocca la privacy, il diritto all’immagine, i rischi dell’intelligenza artificiale e, non da ultimo, la responsabilità legale dei genitori stessi.
Il termine è un portmanteau anglofono: nasce dalla fusione del verbo to share (condividere) e del gerundio parenting (fare i genitori). Come spiega Inside Marketing nel suo glossario, lo sharenting comprende qualsiasi pubblicazione online — su social network, blog, app di messaggistica o altri ambienti digitali — di contenuti che ritraggono o riguardano bambini e minori, effettuata da genitori, tutori o altri parenti stretti.
La definizione è volutamente ampia, perché ampia è la pratica: non si tratta solo della foto del compleanno condivisa su Instagram, ma anche del video del saggio di danza caricato su YouTube, della storia di Facebook che mostra il bambino malato a letto, del post che racconta una difficoltà scolastica o un momento di crisi emotiva. Ogni frammento di vita del minore che finisce online senza il suo consenso rientra nel perimetro dello sharenting.
È importante distinguere tra sharenting consapevole e sharenting inconsapevole. Nel primo caso, il genitore sceglie deliberatamente di costruire una narrazione pubblica della vita del figlio — talvolta con una vera e propria strategia editoriale, come accade per molti influencer. Nel secondo caso, il genitore pubblica in modo spontaneo e sporadico, senza percepire il gesto come una scelta con conseguenze durature. In entrambi i casi, però, i rischi sono reali.
In Italia il fenomeno è tutt’altro che marginale. Il dato di sette genitori su dieci che pubblicano immagini dei propri figli sui social media restituisce la misura di una pratica ormai normalizzata, quasi ritualizzata. La nascita di un figlio coincide spesso con l’apertura di un profilo dedicato, o con un’intensificazione dell’attività social del genitore. Le piattaforme più usate — Instagram, Facebook, TikTok — sono costruite per favorire la condivisione emotiva, e le immagini di bambini generano in genere un alto tasso di interazione: cuori, commenti, reazioni. Questo meccanismo di rinforzo positivo spinge molti genitori a condividere di più e più spesso.
Il problema è che ogni immagine pubblicata lascia una traccia permanente. Anche quando un post viene cancellato, potrebbe essere già stato salvato, condiviso, indicizzato o, nel peggiore dei casi, manipolato. Prima dei cinque anni di età, un bambino compare in media online 1.500 volte, un numero che dà la misura di quanto precocemente e intensamente la vita digitale di una persona possa iniziare — senza che quella persona abbia mai potuto esprimere un’opinione al riguardo.
I rischi dello sharenting non sono astratti. Si articolano su più livelli, alcuni immediati e altri che si manifestano nel tempo.
Le immagini dei bambini pubblicate online possono essere utilizzate da terzi per creare profili falsi, una pratica nota come digital kidnapping. Qualcuno scarica le foto di un minore e costruisce attorno a esse una narrativa fittizia, spacciando il bambino per proprio figlio o usandolo in contesti inappropriati. I genitori spesso non se ne accorgono per mesi o anni.
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Con la diffusione degli strumenti di intelligenza artificiale generativa, il rischio si è aggravato in modo significativo. Le immagini di bambini pubblicate sui social possono essere utilizzate per addestrare modelli, per generare immagini sintetiche o per creare deepfake — contenuti manipolati in cui il volto del minore viene inserito in contesti che nulla hanno a che fare con la realtà. Il materiale di partenza sono spesso foto innocue, caricate in buona fede da genitori ignari delle possibilità tecnologiche disponibili.
C’è poi un rischio meno immediato ma altrettanto profondo: quello di costruire un’identità pubblica per un essere umano prima che questo abbia gli strumenti cognitivi per scegliere come presentarsi al mondo. Un adolescente che cerca il proprio nome su Google e trova centinaia di foto della propria infanzia — alcune imbarazzanti, alcune che ritraggono momenti privati, alcune che raccontano difficoltà che avrebbe preferito tenere per sé — si trova di fronte a una storia che non ha scritto e che non può facilmente cancellare.
Le immagini di bambini in costume, al bagno o in contesti di intimità quotidiana possono finire in circuiti illegali. Non è necessario che le foto siano esplicitamente inappropriate per essere usate in modo inappropriato: basta che ritraggano un minore in situazioni che qualcuno decide di decontestualizzare. La prevenzione più efficace è la non pubblicazione.
Sul piano normativo, l’Italia si è mossa con decisione. Il Garante per la protezione dei dati personali ha dedicato allo sharenting una sezione specifica del proprio sito, fornendo indicazioni chiare a genitori e famiglie. Il punto centrale è che i figli minori sono titolari di diritti propri — incluso il diritto alla privacy e alla protezione dei dati personali — che i genitori sono tenuti a rispettare, non a gestire a proprio piacimento.
Il 29 aprile 2026, il Garante ha emesso il provvedimento n. 314, che ribadisce con forza un principio già presente nell’ordinamento ma spesso ignorato nella pratica: la pubblicazione sui social network di immagini di figli minori senza il consenso dell’altro genitore costituisce un trattamento illecito di dati personali. Non si tratta di una questione di buon gusto o di sensibilità personale: è una violazione di legge.
Questo significa che, in caso di separazione o divorzio, ma anche in situazioni di normale convivenza familiare, entrambi i genitori devono concordare sulla pubblicazione di contenuti che riguardano i figli. Il disaccordo non è risolvibile unilateralmente: chi pubblica senza il consenso dell’altro si espone a conseguenze legali.
Come spiega lo studio legale MPS Law nel suo approfondimento sul tema, i tribunali italiani hanno già condannato genitori a risarcire i propri figli per contenuti pubblicati online. In almeno un caso documentato, un figlio ha ottenuto un risarcimento di diecimila euro dal genitore che aveva condiviso sue immagini senza consenso. È un precedente che segna una svolta: il minore non è solo un soggetto da proteggere in astratto, ma un individuo che può agire legalmente per tutelare i propri diritti.
Il dibattito sullo sharenting assume una dimensione ulteriore quando i protagonisti sono personaggi pubblici con milioni di follower. In Italia, come nel resto del mondo, molti influencer e personaggi dello spettacolo hanno costruito parte della propria narrativa social attorno alla famiglia e ai figli. I bambini diventano, in questi casi, co-protagonisti involontari di un progetto editoriale che genera visibilità, engagement e, spesso, introiti economici attraverso collaborazioni commerciali.
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La questione è eticamente complessa. Da un lato, i genitori hanno il diritto di condividere la propria vita — e i figli ne fanno parte. Dall’altro, quando la condivisione avviene su piattaforme con centinaia di migliaia o milioni di follower, il confine tra intimità familiare e prodotto mediatico si assottiglia fino a scomparire. Un bambino che cresce sapendo di essere osservato da un pubblico enorme, che impara a sorridere per la fotocamera prima ancora di capire cosa sia internet, vive un’esperienza radicalmente diversa da quella di un coetaneo cresciuto fuori dai riflettori digitali.
Tra i personaggi pubblici italiani, le scelte sono molto diverse. Alcuni mostrano i propri figli con grande frequenza, integrandoli nella narrazione quotidiana dei propri profili. Altri hanno scelto di tenere i figli lontani dai social, mostrando al massimo dettagli parziali o immagini in cui i volti non sono riconoscibili. Non è possibile — né corretto, in assenza di fonti verificate — stilare una classifica delle scelte individuali di singole celebrità. Ciò che si può dire con certezza è che il dibattito è vivo anche all’interno del mondo dello spettacolo, e che sempre più voci pubbliche scelgono una maggiore cautela man mano che il tema acquista visibilità.
Il punto cruciale, valido per chiunque abbia un profilo social — influencer con milioni di follower o genitore con duecento amici su Facebook — è che la popolarità non cambia la sostanza del problema. I rischi per un bambino fotografato in spiaggia e postato su un profilo privato sono qualitativamente gli stessi di quelli per un bambino fotografato in spiaggia e postato su un profilo con un milione di follower. Cambiano la scala e la velocità di diffusione, non la natura del rischio.
Non si tratta di demonizzare la condivisione o di imporre un silenzio digitale assoluto. Si tratta di sviluppare una consapevolezza che trasformi il gesto automatico del post in una scelta ponderata. Alcune indicazioni pratiche, coerenti con le raccomandazioni del Garante e con il buon senso:
Il dibattito legale e culturale sullo sharenting è destinato a intensificarsi nei prossimi anni. Già oggi, il diritto all’oblio — il diritto a far rimuovere dai motori di ricerca informazioni non più rilevanti o lesive — è riconosciuto nell’ordinamento europeo. Ma la sua applicazione pratica è spesso lenta e difficile, soprattutto quando i contenuti sono stati ampiamente condivisi e replicati.
Si discute sempre più della necessità di riconoscere ai minori — e poi agli adulti che erano minori al momento della pubblicazione — strumenti più efficaci per controllare la propria presenza digitale. Alcune proposte riguardano l’obbligo per le piattaforme di rimuovere entro tempi certi i contenuti segnalati da chi era minore al momento della pubblicazione. Altre puntano a una maggiore responsabilizzazione dei genitori, attraverso campagne di sensibilizzazione e, dove necessario, sanzioni.
La tecnologia corre più veloce del diritto, e l’intelligenza artificiale ha reso il problema più acuto di quanto fosse anche solo cinque anni fa. Ma la consapevolezza cresce, e con essa la pressione culturale verso un modello di genitorialità digitale più rispettoso dell’autonomia e della dignità dei figli.
Lo sharenting non è un crimine, e chi pubblica una foto del proprio bambino non è automaticamente un cattivo genitore. È però un atto che ha conseguenze reali, durature e non sempre prevedibili. Trattarlo con la stessa leggerezza con cui si sceglie un filtro Instagram significa non aver ancora capito quanto sia cambiato il mondo in cui i nostri figli cresceranno.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
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