Un gesto di cura tra generazioni in casa, mentre la famiglia si ritrova attorno al tavolo: immagine legata al dibattito sul valore dei legami.
La scrittrice Susanna Tamaro è intervenuta il 12 marzo 2026, in Italia, nel dibattito sul ruolo della famiglia e dei legami affettivi, denunciando quello che definisce un crescente clima di disprezzo verso l’amore coniugale e le relazioni familiari, in un testo che intreccia attualità, memoria culturale e critica sociale.
Per Susanna Tamaro, autrice di libri entrati nel lessico sentimentale di più generazioni, la famiglia resta una struttura decisiva della società italiana e mediterranea. Non una cartolina immobile, né un modello privo di contraddizioni, ma un luogo in cui — quando funziona — si costruiscono appartenenza, cura e continuità. La scrittrice parte da una domanda netta: da dove nasce, oggi, il bisogno di ridicolizzare ciò che per molti esseri umani rimane centrale?
Il suo ragionamento prende le mosse anche da casi di cronaca che hanno acceso l’opinione pubblica, come la vicenda dei cosiddetti “bambini del bosco”, letta da Tamaro come il segnale di una tensione più ampia tra istituzioni, modelli educativi e libertà familiari. La scrittrice parla di una coppia “eccentrica”, ma non per questo dannosa, e contesta l’idea che la diversità di uno stile di vita possa trasformarsi, quasi per automatismo, in sospetto. “Quale madre che ama i suoi figli può accettare passivamente che le vengano sottratti?”, si chiede, con una formula che dà il tono emotivo al suo intervento.
Il punto, per Tamaro, non è difendere ogni famiglia in quanto tale. È piuttosto evitare che il legame familiare venga considerato un residuo del passato, qualcosa da correggere o da superare. Qui il discorso si allarga, e diventa culturale.
Nel testo, Tamaro torna agli anni Settanta, stagione che definisce segnata da violenza, fanatismi e fratture rimaste forse non del tutto elaborate dal Paese. Per capire l’origine di certe idee, racconta di aver riletto La morte della famiglia di David Cooper, psichiatra sudafricano vicino all’antipsichiatria e allievo di Ronald Laing. Il libro uscì nel 1971 e venne pubblicato in Italia da Einaudi nel 1972, nella collana Nuovo Politecnico, riconoscibile per la copertina bianca con il quadrato rosso.
Secondo Tamaro, quel testo alterna intuizioni e derive. Da un lato, riconosce a Cooper una certa capacità di cogliere il peso crescente della tecnologia nella vita quotidiana; dall’altro, lo accusa di aver promosso una visione fondata sulla distruzione dell’autorità, della figura paterna e dei rapporti tra generazioni. Una tesi dura, espressa senza cercare formule morbide.
La scrittrice sostiene che alcune posizioni nate come ribellione al capitalismo abbiano finito, nel tempo, per favorirlo. Una società composta da individui isolati, sostiene, è più fragile davanti al potere economico e tecnologico. La solitudine digitale, popolata da schermi e notifiche, diventa così il contrario della liberazione promessa: una stanza piena di rumore, ma povera di relazioni vere.
Uno dei passaggi più forti riguarda l’infanzia. Tamaro descrive il bambino contemporaneo come spesso immerso in un contesto ristretto: pochi fratelli, pochi cugini, pochi zii, talvolta nessuna rete familiare ampia con cui misurarsi. In questa condizione, afferma, il minore rischia di diventare “il re della casa”, circondato da attenzioni ma anche esposto a una forma sottile di solitudine genetica e relazionale.
La scrittrice usa un’immagine naturale: come gli alberi di un bosco comunicano attraverso le ife dei funghi, così la famiglia allargata permette scambi, compensazioni, affinità inattese. Un cattivo rapporto con una madre può essere bilanciato da una zia; un fratello difficile può essere affiancato da un cugino più vicino. Non tutto passa dai genitori. Anzi, spesso la crescita avviene proprio negli spazi laterali.
In questo quadro, Tamaro collega il disagio dei più giovani alla riduzione delle relazioni concrete. L’essere umano, ricorda, è un mammifero sociale: quando il bisogno di contatto, appartenenza e riconoscimento non trova luoghi reali in cui esprimersi, il malessere cresce. E non basta la connessione virtuale. “Che cos’è la solitudine se non un gas tossico?”, scrive, usando una frase breve, aspra, difficile da ignorare.
Il ragionamento si chiude con un paradosso tratto proprio da David Cooper. Alla fine del libro contro la famiglia, lo psichiatra ringrazia il fratello Peter, la cognata Carol e le loro figlie per essergli stati vicini durante una crisi fisica e spirituale. “Proprio come dovrebbe fare una vera famiglia”, annota Tamaro, cogliendo in quelle righe una contraddizione rivelatrice. Anche chi teorizza la fine dei legami, nel momento della fragilità, finisce per cercarli.
Da qui il messaggio finale della scrittrice: la famiglia non è solo un’istituzione, ma una rete di protezione, memoria e responsabilità. Può ferire, può fallire, può diventare luogo di conflitto. Ma, quando custodisce relazioni vive, resta uno degli spazi in cui una persona trova sostegno senza doverlo acquistare, meritare o contrattare.
Tamaro non propone un ritorno nostalgico a forme rigide del passato. La sua è piuttosto una difesa del valore umano dei legami familiari, contro una cultura che esalta il “tutto e subito” e fatica a riconoscere la costruzione lenta delle relazioni. “Viva gli zii, viva i nipoti”, scrive in chiusura, quasi con un sorriso. Dopo molte pagine di polemica, è lì che il discorso torna semplice: qualcuno che ti prende per mano, quando serve.
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